mercoledì 31 agosto 2016

Tommaso Romano, "Tempo dorato" (Ed. Quanat)

di Giuseppe Saja


Leggendo le opere di Tommaso Romano, soprattutto quelle saggistiche, ho avuto sempre conferma del fatto che di un intellettuale ‘onesto’ possiamo non condividere l’ideologia di fondo o, come dire, i principi della sua weltanschauung; ma ci si può ritrovare ad approvarne alcune letture dell’esistenza e dell’esistente, in forza di quella capacità, che appunto solo gli intellettuali ‘onesti’ hanno, di mettersi in discussione, di riconsiderare assunti precedenti, di proporre analisi, guidati non già da apodittiche e sterili acquisizioni, ma da un sapere in fieri, che alimenta quella qualità, ahimè ormai così rara e preziosa: il buonsenso, abissalmente lontano dal senso comune, da quelle pseudo verità ovvie, banali, frutto di poco pensiero e ancor più limitata meditazione. Ecco perché, anche se piuttosto lontano dal conservatorismo, sia pure illuminato, di Romano, mi ritrovo spesso nelle sue osservazioni, nei suoi giudizi sulla società dei nostri giorni, nel suo modo di renderli pubblici attraverso i versi di una poesia o la scrittura saggistica. E poi, le letture, diciamo, di destra, che in questo volume Romano presenta, ad esempio del Sessantotto, si avvicinano, certo non coincidendo, alle considerazioni e alle critiche che dal mondo della sinistra meno radicale ormai sullo stesso periodo si propongono. Certo, è riconoscibile l’ironico imprinting ideologico di affermazioni come questa: «Non amai i simboli lontani di guerriglieri sudamericani, né la barba del profeta di Treviri, né la “rivoluzione di Mao. La mia generazione in gran parte s’illuse di stare con il senso della storia. Gli speculatori di sogni e di utopie stettero al gioco»; ma non possiamo non essere d’accordo con le parole riguardanti la lebbra della mafia, devastante a partire dagli anni Settanta del secolo scorso: «La morte a Palermo divenne regola amara. Non solo i regolamenti di conti fra i clan; ma persino i delitti eccellenti. Una lunga teoria di lutti. Molta retorica, pochi fatti alternativi». Non mi sono sorpreso, come non lo è stato il prefatore del volumetto Tempo dorato, Matteo Collura, che Romano abbia voluto ricomporre, tra edito e inedito, gli scritti più ‘narrativi’ della sua produzione, poiché pure essi vengono alimentati, e non potrebbe essere altrimenti, dai fiumi tutt’altro che carsici, anzi ariosamente impetuosi e prolifici, della sua vena lirica e di quella saggistica. Quelle due fonti trovano una felice sintesi in questo volume autobiografico, una misura che dimostra, come avvertito anche da Collura, evidenti capacità di narratore, di affabulatore della parole scritta, di sapiente manutentore del vocabolario, per dirla con un’espressione del mai troppo ricordato Antonio Castelli. È mia abitudine nel leggere un libro, e non solo quando devo scriverne o parlarne, annotare nelle ultime pagine bianche o “macchiate” dalle indicazioni di stampa, l’antico colophon, le frasi, i concetti, le espressioni per me notevoli, le suggestioni che ne nascono, anche le citazioni esplicite o implicite da altri scrittori o poeti: è un sondare il laboratorio creativo di un autore nel tentativo di scandagliare i livelli via via più profondi del suo lavoro. Ecco, nel fare questo con il volume di Tommaso Romano, mi sono reso presto conto di stare annotando praticamente quasi ogni pagina: non mi succede spesso e credo che ciò sia avvenuto per i contenuti coinvolgenti del volume e per le forme distese che li assecondano, per quel piacere del raccontare e del raccontarsi, per dirla con il sottotitolo. Intanto, quello che colpisce è la capacità di ricreare un’atmosfera, un ambiente, una situazione, un personaggio con poche pennellate di parole, che hanno spesso una pensosa densità anche a dispetto della loro carica connotativa; poi l’abilità di fare riaffiorare nostalgicamente, ma senza cedimenti patetici, quella Palermo d’antan, deturpata dalle esecrabili trasformazioni che subì già agli inizi del “sacco”, che ne cambierà i connotati, lasciando solo vaghi, sparuti e immobili ‘fercoli’ della sua anima liberty. Quel trapasso coincise, in qualche modo, con i riti di passaggio dell’uomo Romano dalla fanciullezza, soprattutto, all’adolescenza e poi alla maturità: dal tentativo, coronato dal successo grazie ad una superiore complessione fisica, del dodicenne Tommaso di guadagnare l’ingresso del cinema “Corallo” per vedere un film vietato ai minori di quattordici anni, alla ‘conquista’, avvenuta a tredici anni, dei “calzoni lunghi”, precedute, entrambe le esperienze, dai primi turbamenti, non proprio amori ancillari, che già a sette anni il nostro ebbe modo di provare, in compagnia di alcuni coetanei, nell’ammirare di nascosto le nude grazie della giovane e bella cameriera della nonna in Contrada Muffoletto a San Cipirrello (Palermo). Ma il volumetto è soprattutto la storia di una precoce maturazione culturale e intellettuale avvenuta sotto le ali delle predilezioni poetiche: il Futurismo soprattutto e autori quali Nietzsche ed Evola, poi rivisitati in modo personale. Un apprendistato intellettuale, dunque, che influenzerà le scelte politiche di Romano, facendone un amministratore atipico, poco legato alle poltrone, pronto a mettersi da parte quando i suoi mandati avrebbero dovuto mantenersi a prezzo di inaccettabili compromessi. Dunque, con assoluta padronanza dei mezzi espressivi, Romano incrocia dati memoriali con analisi coscienziali ed eventi socio-politici, e con la sapienza di un regista cinematografico (dalla decima musa egli attinge alcune formalizzazioni dei suoi ricordi) riesce a intersecare interni di famiglia con le vicende più significative della storia, non solo isolana, della seconda metà del secolo scorso. Quei quadri di vita, quelle aperture memoriali incardinano episodi e situazioni intorno ai valori che Romano riconobbe e riconosce fondanti, la famiglia su tutti. E allora, il “tempo dorato” delle lunghe vacanze estive alla scoperta del mondo, i bagni negli stabilimenti palermitani di Romagnolo, prima che Mondello assurgesse agli onori delle cronache balneari, le visioni cinematografiche domenicali precedute dalle passeggiate in una Palermo non ancora devastata dal cemento e dall’abusivismo, rompono i confini dei ricordi personali e ci consegnano le maliose immagini di una città, neanche troppo lontane, che lasciano, soprattutto a chi quei tempi non ha vissuti, la percezione di un ritmo di vita diverso, di un’essenzialità dell’esistere pur nelle differenze di censo e di possibilità sociali, una ciclicità biologica e non meccanica, anonima, disumanante. Sono cartoline non oleografiche, quelle che Romano ci propone con un certo sapore vintage, con quelle tonalità pastello che si ravvivano quando l’ectoplasma del ricordo viene attraversato dalla lama tagliente della ragione. Su tutto, si accampano alcuni personaggi indimenticabili, sapientemente cesellati con il bulino di una scrittura che chiama a raccolta tutto il mestiere e le competenze sin qui accumulate. Sono personaggi e non caratteri quelli che l’autore fa materializzare, che prendono vita dalla nebulosa della memoria per presentarsi ai lettori con tutta la loro umanità non convenzionale, con le loro stranezze e peculiarità: come dimenticare la “zia Maria”, al secolo Maria Randazzo, attrice non di fama, come ci ricorda Romano, ma che la sua passione onnivora per il teatro riuscì a trasmettere a Palermo a tante generazioni per tutto il Novecento; o Don Peppinello, improvvisato quanto improbabile automedonte, che riusciva a rendere periclitanti ma avventurosi i viaggi più tranquilli e potenzialmente rilassanti. Romano ci propone le prime “Epoche”, per dirla con Alfieri, della sua autobiografia; nel senso che volutamente egli ha ordinato i primi ricordi d’infanzia e d’adolescenza, fermandosi sulle soglie della maturità e dunque all’età delle responsabilità personali e pubbliche; ma questa, come si suole dire, è un’altra storia, che forse in seguito verrà raccontata.

martedì 16 agosto 2016

Il bene dell’anima esiste ancora? Se ne può parlare?

di Giovanni Lugaresi

Ai nostri giorni ci si imbatte sempre più frequentemente in uomini di Chiesa (anche ad alti livelli) che considerano l’istituzione fondata da Nostro Signore Gesù Cristo alla stregua di una onlus, che si deve preoccupare in primis dei corpi, e poi, magari se c’è tempo, delle anime!
Non diversamente si arguisce da discorsi e comportamenti che vanno in questa direzione, con vescovi capaci di “omelie sociali” nelle quali il nome Gesù Cristo, o quello di Dio non sono citati nemmeno una volta – dicesi una – testimonianza di chi scrive.
Il bene dell’anima esiste ancora? Se ne può parlare? Ce ne si può preoccupare?
Genitori di inizio Novecento, nessuna cultura, con una istruzione scolastica minima, epperò formati cattolicamente da sacerdoti straordinari, avevano insegnato a noi, fra le altre preghiere e invocazioni, una fondamentale: che ci venisse data “la salute dell’anima e del corpo”. Prima l’anima, poi il corpo, appunto.
Non diversamente ancora, in altri tempi, a tutti i livelli, si parlava di doveri, che venivano prima dei diritti, e in questo, non soltanto noi cattolici eravamo d’accordo, ma anche altri, mangiapreti, atei, in quella Romagna d’antan dove c’erano spiriti liberi, coerenti, onesti.
Ergo, chi il proprio dovere lo compiva, poteva poi accampare un diritto, e si arrivava al punto di trovare edifici sede del Circolo Repubblicano tal dei tali che recava sulla facciata la scritta “Doveri e diritti”, appunto.
Onore a questi mangiapreti, che erano persone serie…
Adesso, invece? E’ tutto ribaltato e non soltanto per ciò che attiene ai diritti, tutti ne accampano, ma pochi o punti parlano di doveri.
Queste considerazioni che facciamo guardandoci intorno, in tanti ambienti, quelli clericali in primis, ci riportano a un vecchio scrittore, ateo (ma “con un grande desiderio di credere”) e a un suo libro uscito nel 1969, quindi ristampato. Lo scrittore è Giuseppe Prezzolini e il libro “Dio è un rischio” (Longanesi).
Nel 1979 ne uscì una nuova edizione per i tipi di Rusconi con una avvertenza: “Edizione annotata, ampliata, corretta,/ con l’aggiunta di sei lettere inedite/ di S. S. Paolo VI all’autore” – successivamente fu edito da Bompiani, quindi (2004) da Vallecchi.
Prezzolini aveva usufruito dell’opera benefica che l’allora monsignor Giovanni Battista Montini in Vaticano aveva compiuto durante la seconda guerra mondiale.
Scriveva dunque Prezzolini che in quegli anni “… fui in America separato dai miei. Egli [Montini, ndr] dirigeva, fra le sue incombenze, un servizio di informazioni per mantenere le relazioni fra famiglie divise dalla guerra. Grazie ad esso potei far sapere ogni tanto ai miei che stavo bene, ed ebbi ogni tanto notizie della loro salute. Quando tornai in Italia, finita la guerra, volli andare a ringraziarlo e fui accolto con grande semplicità e cordialità nel palazzo arcivescovile di Milano…”.
A uel colloquio, un altro seguì con Montini pontefice in Vaticano e quindi ci furono scambi di lettere, nonché un appello di Paolo VI durante uno dei discorsi pubblici (21 agosto 1974) che teneva a mo’ di catechesi. Parlando del pragmatismo e di un “suo grande esponente e poi suo critico vincitore, Giovanni Papini, come tutti ricordano”, aggiunse: “Aspettiamo sempre Giuseppe Prezzolini”, che del famoso convertito Papini era stato sodale.
Tutto questo, per venire a noi e riferire quello che Prezzolini scrisse, dopo averlo detto in un colloquio con Paolo VI del 1966; “… Il pericolo è quello di vedere la Chiesa addentrarsi nella politica. Mi spiego. La Chiesa, secondo me, ha una funzione unica al mondo: quella di consolare gli uomini della loro infelicità e di confortarli con la sua facoltà di perdono. Il mondo è fatto di concupiscenza: concupiscenza di sesso, di beni, di gloria, e finalmente di potere, ossia politica. Questa è la natura dell’uomo, e questa natura concupiscente (e sempre insoddisfatta!) è la ragione principale delle lotte individuali e delle guerre collettive. I popoli vi sono immersi come gli individui. Perciò non possono cessare le guerre, se non per la grazia di Dio […]. Se la Chiesa, invece di cercare di creare dei buoni e di dare il perdono si immerge nelle lotte della concupiscenza politica, il Concilio Ecumenico avrà dei trionfi amari. Nella competizione dei beni la Chiesa rimarrà sempre sopraffatta dai partiti politici che non esiteranno a promettere di più. Temo che il Concilio Ecumenico abbia creato l’illusione di poter ricavare dal Vangelo un piano sociale che nel Vangelo non c’è, e invece di corrispondere alla infelicità degli uomini si contenti di carezzare e di eccitare i desideri materiali…”.
Sintetizzando quel colloquio con il Papa, Prezzolini (lo avrebbe poi scritto) disse: “Secondo me, che non sono un credente, la Chiesa Cattolica [maiuscole sue, ndr] è la più straordinaria e meravigliosa organizzazione della storia del mondo occidentale; ma che non dovrebbe inframettersi la politica. Molte delle sue funzioni sono finite o sostituite da altri organismi. C’è un compito al quale soltanto la Chiesa può soddisfare: ed è la scelta e la preparazione di uomini buoni. Nel mio pessimismo (che va d’accordo perfettamente con il dogma del peccato originale) credo che la bontà umana sia rara, e che sia l’ultima e sola consolazione che gli uomini possano avere. Senza la fede si vive disperatamente.
“Ma ho conosciuto uomini (dico maschi e femmine) che erano buoni, anche se la Chiesa non li dichiarava santi. Era inutile e pericoloso per la Chiesa di entrare nella gara dei benefici sociali e delle forme politiche, nella quale gli Stati e i partiti avrebbero sempre potuto promettere di più. Ma nessuno Stato e nessun partito mai si propose e si propone e ha la possibilità di scegliere o di fare degli uomini buoni: ecco il campo per la Chiesa, che per fare questo non ha bisogno di rinnovare le strutture, le forme o le formule, come vogliono i nuovi o arretrati cattolici che farebbero bene a chiamarsi protestanti…”.
Fate tutte le tare che volete, tutte le riserve del caso, ma il non credente Prezzolini (che peraltro in una occasione negli ultimi mesi di vita disse a chi scrive: “non sono un negatore, sono un incerto”!) toccava un punto importantissimo per la missione della Chiesa: fare degli uomini buoni, appunto. Che qualche prete, che qualche vescovo, e anche qualcun altro, ci faccia magari una riflessione!…
P. S. Riferendo dei suoi due colloqui con Montini, prima, con Paolo VI, poi, Prezzolini citava sempre quel che lui aveva detto, tacendo su quello che Montini-Paolo VI a sua volta gli aveva confidato: per una questione di grande, alto, rispetto.

da: www.riscossacristiana.it

lunedì 15 agosto 2016

Terrorismo. Guerra o non guerra... che cosa fare.

di Domenico Bonvegna

E' stato un mese di luglio di fuoco, non tanto per il caldo, ma per i continui attacchi terroristici di matrice fondamentalista islamica. I più clamorosi, proprio perchè hanno attaccato l'Europa, sono a Dacca in Bangladesh (il luogo era frequentato da europei), Nizza, Monaco di Baviera, Rouen in Francia. Non solo questi, poi ci sono gli attacchi quasi ogni giorno in Siria, Iraq, in Nigeria, in Pakistan, ovunque operano le organizzazioni fondamentaliste islamiche. E' chiaro che poi esistono altri focolai di guerra, più o meno caldi. Di fronte a questo scenario, talvolta apocalittico, che cosa si può dire e scrivere. Sicuramente, siamo coinvolti in una guerra, lo ammettono perfino gli ultrapacifisti, è la terza guerra mondiale a pezzi, come l'ha chiamata Papa Francesco? Veramente per altri studiosi sarebbe la quarta, mentre la terza era la cosiddetta Guerra Fredda. Comunque sia, siamo immersi tutti dentro, cristiani, musulmani, atei devoti o meno.
Una guerra di religione?
In questi giorni si sta discutendo anche animosamente sulle parole del Papa che più di una volta, ha categoricamente escluso che questa però non è una guerra di religione. “Assolutamente comprensibile da un punto di vista strategico. Avvallare l’idea jihād. ista che sia in corso un conflitto fra l’islam e il Cristianesimo-Occidente (per la maggior parte dei musulmani i due concetti continuano a viaggiare in simbiosi) sarebbe un gravissimo errore. Da un lato darebbe agli ultra-fondamentalisti islamici un appoggio importante e rafforzerebbe la loro posizione rischiando di spostare sul fronte jihadista molta popolazione al momento estranea alle dinamiche in corso, e dall’altra dichiarerebbe un’identità cristiana dell’Occidente completamente falsa. (Silvia Introvigne, profilo facebook))
Infatti è un dato di fatto che l'Europa, il cosiddetto Occidente, da molto tempo non è più cristiano. Lo ha scritto e detto più volte san Giovanni Paolo II che non per nulla ha lanciato la Nuova Evangelizzazione. Questo significa che L'Europa ha bisogno di essere nuovamente evangelizzata. Poi se i cristiani non operano perchè l'Europa ridiventi cristiana è un altro discorso.
Una guerra asimmetrica, diversa dal passato.
“Possiamo dire che l’attuale attacco che stiamo subendo non ha nulla a vedere con la religione? Mi pare difficile”. Scrive la Introvigne. “Allo stesso tempo, si può dire che gli attentatori attivi in Europa sono membri di un esercito? Certamente no, non sono soggetti organici ma questa è una delle componenti della guerra asimmetrica in corso oggi”. Dobbiamo cancellare“l’immagine della mappa appesa al muro con i carri armati e truppe in avanzamento, con bandierine puntate ad indicare un nuovo territorio occupato, deve andare in soffitta fra le cose vecchie”.
Tuttavia la nuova guerra non è più quella del passato, è quella del terrorista suicida, “del drone che colpisce senza essere avvistato, del vicino di casa che parte armato solo di coltello, dell’agente segreto che sembra un bonaccione, dell’analista finanziario che brucia o fa guadagnare milioni di euro con un click sul computer”.
Un conflitto tra l'islam e un mondo che non crede in nulla.
Un'altra riflessione, offre Silvia Introvigne, ed è la più importante; esperta di islam e autrice di un libro “Jihad”, scrive che stiamo“assistendo non a un conflitto fra religioni ma fra fedeli di una religione animati da una forte convinzione da una parte e un mondo senza alcuna fede dall’altro”.
 In pratica troviamo“da una parte una Ragione razionalista, puramente sperimentale e quindi relativista, senza Religione, e dall'altra una Religione senza Ragione come sottolineava Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona”.
L'Occidente laicizzato non sa più comprendersi, soprattutto non sa rispondere all'invadenza di una religione “muscolosa” come quella islamica. Il nostro mondo, in particolare, quello francese, risponde con l'abolizione della religione, educando alla laicité i musulmani che arrivano nelle nostre città. Non si comprende che“proprio la totale mancanza di senso della vita, l’esistenza votata al nulla proposta dal nostro mondo nichilista genera il terrorismo”.
Del resto, scrive la Introvigne,“La natura aborre il vuoto e questo vale anche per la mente e il cuore dell’uomo. Dove cuore e mente restano vuoti di significati per cui vale la pena vivere, lavorare, piangere ma anche sorridere, si insinua la disperazione. E’ noto che i gruppi ultra fondamentalisti islamici spendono soldi ed energie per organizzare reti di contatti, di stimoli per giovani e meno giovani soli, demotivati, annoiati. A questi propongono compagnia, anche nelle ore notturne, propongono la scoperta del brivido, la speranza che ci sia una vita più bella, più gratificante per cui vale la pena di sacrificare la propria e morire per Allah.
Alla violenza che grida il nome di Dio, non si può rispondere con “Dio è morto” ma solo con “Dio è vivo ed è Gesù Cristo” il quale non ha scelto una via pacifica per salvare l’umanità ma la morte, vinta con la resurrezione”
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Dovere di proteggere la comunità. Documento di Alleanza Cattolica.
Pertanto in questo grave momento storico che stiamo vivendo sono ragionevoli le quattro riflessioni proposte dall'associazione Alleanza Cattolica, in un documento pubblicato su comunitambrosiana.org subito dopo il barbaro assassinio di padre Jacques Hamel. L'associazione si unisce alla preghiera del S. Padre e di tutti i cristiani, ma ricorda anche i tanti sacerdoti e religiosi e fedeli in Cristo che ogni anno vengono uccisi selvaggiamente solo perché cristiani in tante parti del mondo.
“Non è possibile accorgersi della persecuzione quando avviene a casa nostra o nelle immediate vicinanze. Si legge nel documento, “Se oggi essa è arrivata senza ostacoli nel cuore dell’Europa con modalità così simbolicamente crudeli è anche perché ha potuto agire nella quasi totale indifferenza dell’Europa e dell’Occidente quando si è scatenata in Siria, in Iraq, in Nigeria, in Pakistan, in Cina”. Pertanto per Alleanza Cattolica,“il primo serio antidoto all’aggressione terroristica che raggiunge gli altari delle Chiese, dopo aver colpito innocenti nelle strade e sulle piazze, è dedicare a ogni cristiano privato della casa e dei beni, ferito o ucciso nel più remoto angolo del mondo la medesima attenzione giustamente avuta verso p. Jacques”.
Nella seconda riflessione, Alleanza Cattolica condivide le tesi di papa Francesco: è fuorviante usare la categoria di guerra fra religioni. Parlare di guerra di religione si fa solo un favore all'Isis, al “Califfato”, che fa di tutto per contrapporre l'Islam ai cosiddetti “crociati”, cioè tutti gli occidentali. Infatti per Alleanza Cattolica,“l’ultimo errore da compiere è assecondare una propaganda che invece attrae e aggrega proprio fondandosi su questa divaricazione, spingendo poi a compiere attentati chi condivide questa contrapposizione”.
Inoltre l'associazione è consapevole che per il cristiano esiste la possibilità di un eventuale martirio personale, che non si sceglie e non si programma, ma esiste anche“la doverosa difesa di sé stessi e della propria comunità di fronte all’aggressione ingiusta, soprattutto quando si manifesta in modo così deciso, mirato e coordinato. Doverosa, come ricorda – col costante Magistero pontificio – il Catechismo della Chiesa cattolica allorché, a proposito della legittima difesa, parla del “grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile“, e della esigenza che si ponga l’ingiusto aggressore in stato di non nuocere, anche attraverso il legittimo uso delle armi (§§ 2265-2266). Garantire condizioni di sicurezza e di ordine pubblico è parte del lavoro per il bene comune, al quale esorta da sempre la Dottrina sociale cristiana”.
Nell'ultima riflessione Alleanza Cattolica chiama in causa le comunità musulmane in Italia e in Europa, esigendo da loro lealtà e trasparenza e una fattiva collaborazione. “Perché se va rifiutata la categoria della guerra fra religioni, è impossibile negare che gli attacchi terroristici muovono da richiami e proclami dell’ultra fondamentalismo islamico: è interesse di tutti – in primis delle comunità musulmaneisolarli e renderli marginali. Ed è dovere dello Stato fare in modo che sia così”.Va in questa direzione la partecipazione di alcuni gruppi di musulmani alle Messe di domenica? Per monsignor Antonio Livi, è un atto insensato. Per il sociologo Massimo Introvigne, "Il gesto va apprezzato, come hanno fatto i vescovi cattolici, per quello che è. Non sopravvalutato nei suoi effetti, perché l'esperienza dimostra che la sparuta minoranza terrorista e criminale non tiene molto conto dell'opinione della maggioranza dei musulmani. Ma neppure sottovalutato nella sua positiva portata simbolica".
Infine, per l'ultimo dei fedeli, cioè noi, non rimane che accettare l'invito del papa a pregare “e questa è la cosa più importante, più urgente perché solo la preghiera può muovere i nostri cuori e le nostre forze per vincere una guerra che è tanto più grande di noi. Alla forza jihadista islamica si deve rispondere con la forza del cristianesimo, solo la Verità può combattere l’errore. Ma non pensiamo che tutto avvenga per via miracolistica, la preghiera genera salvezza perché da all’uomo la forza di agire secondo verità e solo la verità può salvarci, anche dal dilagare del terrorismo. Pregare e agire, con la disponibilità a soffrire per salvare il mondo”.
“Cum Petro e sub Petro”.
 In conclusione una precisazione in merito all'articolo di Massimo Franco su Il Corriere della Sera del 29 luglio scorso, dove coinvolge Alleanza Cattolica in una ipotetica “guerra dei tradizionalisti contro papa Francesco”, riguardo alla questione “guerra di religione”. Il giornalista probabilmente non ha letto il documento che ho sintetizzato sopra, e molto probabilmente non ha letto Cristianità e non sa nulla di Alleanza Cattolica. Per fortuna c'è internet e si riesce a rispondere subito. Così il reggente nazionale, Marco Invernizzi, ha risposto prontamente con un comunicato:“Alleanza Cattolica sta con il Papa, sempre. Non con un Pontefice, ma con quello che siede sul soglio di Pietro in questo momento storico, erede di una tradizione ininterrotta da San Pietro a Francesco. L’idea di contrapporre un Papa a un altro le è estranea perché tipica di una mentalità che privilegia la rottura rispetto alla riforma nella continuità”, che è esattamente quanto Benedetto XVI ha insegnato nel 2005 a proposito del Concilio Vaticano II, ma che vale ancor di più per l’insegnamento dei Pontefici. Che questa rottura avvenga nel segno del progressismo o di un supposto tradizionalismo poco importa, rottura rimane”.

Peraltro Invernizzi ha ricordato che ha scritto un libro proprio su san Giovanni Paolo II e nelle presentazioni non si è mai sognato di contrapporre un Papa contro un altro.

sabato 13 agosto 2016

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico – rubrica quindicinale di Fabio Trevisan

di Fabio Trevisan

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) si convertì ufficialmente alla Chiesa Cattolica Romana (come amava definirla) nel 1922. Lo stesso anno pubblicava delle interessanti riflessioni, raccogliendole in un volume di memorie del suo recente viaggio del 1921 negli Stati Uniti d’America, dal titolo: “Quello che ho visto in America”.
Come si sa, lo scrittore inglese era pure un grande giornalista e tra i mali del mondo moderno che sovente denunciava c’era anche il modo di fare giornalismo, che rimaneva per lui non una mera descrizione di un fatto di cronaca: “Il fatto senza verità è una cosa futile; perché il fatto senza la verità è una cosa falsa”. Quando morì nel 1901 la regina Vittoria, Chesterton scrisse alla sua futura moglie Frances Blogg (che sposerà lo stesso anno) una commovente lettera nella quale affermava che avrebbe voluto donare all’Inghilterra l’amore per la Verità (il testo completo della lettera si può leggere nella biografia curata da Michael Finch). Per Chesterton quindi l’adesione alla verità del cattolicesimo, alla sua ortodossia e ai suoi dogmi era stata una conquista faticosa e la proclamava in modo chiaro e solenne: “La Chiesa è il luogo dove tutte le verità si danno appuntamento”.
Sapendo tuttavia delle sofferenze patite e del martirio subito di tanti cattolici in Inghilterra, egli celebrò con queste parole la città di Baltimora negli U.S.A. : “Lo Stato del Maryland fu il primo esperimento di libertà religiosa della storia”. Chesterton intendeva così rendere memoria a Cecilius Calvert, Barone di Baltimore (1605-1675), che era stato il fondatore della colonia del Maryland, voluta come rifugio per i cattolici perseguitati in Inghilterra.
Durante il suo viaggio statunitense, dove tenne delle brillanti ed applaudite conferenze, Chesterton appuntò alcune riflessioni sul modo di vivere del giovane popolo americano e sull’abbandono della campagna. Era stato al cinema, ma egli preferiva l’osteria, la taverna della vecchia Europa dove davvero oltre a riconoscere se stesso umilmente come un “semplice umano” era possibile incontrare l’uomo comune: “Il cinema si vanta di essere il sostituto della taverna, ma io penso che sia un sostituto davvero pessimo. Nessuno ama il cinema più di me, ma lì per divertirsi un uomo deve solo guardare, non importa neppure che ascolti, mentre alla taverna deve parlare. Talvolta, lo ammetto, deve fare a botte; ma al cinema bisogna che stia attento a non muoversi”.
Questi pensieri apparentemente innocui costituivano la cifra essenziale del suo essere “anti-moderno”. Erano considerazioni che, prese tutte assieme, rendevano palese come la sfera e la croce, il mondo e la Chiesa Cattolica fossero incompatibili, come ebbe a dire in un altro suo saggio: “Noi non vogliamo una Chiesa che si muova con il mondo, ma che muova il mondo; anzi, che lo rimuova da ciò verso cui il mondo sta muovendo”. Non erano quindi impressioni vaghe e “soggettive” quelle che lui fece durante il soggiorno in America: “Ciò che di sbagliato c’è nel mondo moderno non verrà aggiustato rovesciando l’intera responsabilità della malattia a turno su ciascuno dei sintomi; prima alle osterie e poi al cinema e poi all’ufficio dei giornalisti. Il male del giornalismo non è nel giornalismo. Non è nei poveri uomini che stanno ai piedi della piramide professionale, ma negli uomini ricchi che stanno in cima a essa…è la plutocrazia americana, non la stampa americana”.
Osservando città come Philadelphia e Boston egli annotava la volgarità moderna prodotta , secondo sue testuali parole, dall’avarizia e dalla pubblicità e si poneva il problema di cosa fosse la “tradizione” per gli americani. Riconosceva in loro che: “Non hanno mai udito l’antico rumore degli artigiani e delle armi, la fabbrica di una cattedrale o la marcia dei crociati. Ma se non altro non hanno deliberatamente diffamato le Crociate e sfregiato le cattedrali…Sanno seminare e arare e mietere e vivere di queste cose immortali”. Ricordava e ci ricorda ancora adesso il vero significato della tradizione: “Tradizione non significa una città morta; non significa che i vivi sono morti, ma che i morti sono vivi”.

da: www.riscossacristiana.it

giovedì 11 agosto 2016

Le analogie tra il comunismo sovietico, lo zarismo, il fascismo e il nazionalsocialismo - II Parte -

di Domenico Bonvegna

Mussolini e Hitler simili a Lenin.
Pipes risponde alla domanda perchè è importante lo studio del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco in relazione alla rivoluzione russa. Pipes formula almeno tre motivi. “Innanzitutto, Mussolini e Hitler si servirono dello spettro del comunismo per terrorizzare la popolazione e convincerla a conferire loro poteri dittatoriali. In secondo luogo, entrambi impararono moltissimo dalle tecniche bolsceviche, quando crearono un partito fedele alla loro persona per prendere il potere e instaurare una dittatura monopartitica. Sotto entrambi gli aspetti il comunismo influenzò più il 'fascismo' che il socialismo e il movimento sindacale. E in terzo luogo, la letteratura sul fascismo e sul nazionalsocialismo è più ricca e più sofisticata di quella sul comunismo: conoscerla aiuta a comprendere assai meglio il regime prodotto dalla rivoluzione russa”.
Certo non si può dire che il fascismo e il nazismo siano stati “provocati” dal comunismo. Però si può sostenere che“tutti gli attributi del totalitarismo avevano antecedenti nella Russia di Lenin: un'ideologia ufficiale onnicomprensiva; un partito unico di eletti, guidato da un 'capo' che dominava lo stato; il terrore poliziesco; il controllo dei mezzi di informazione e delle forze armate da parte del partito dirigente; il controllo centralizzato dell'economia[...]” Continua Pipes nelle sua tesi: “Nessun eminente socialista di prima della grande guerra somigliava più a Lenin di Benito Mussolini. Come Lenin, Mussolini dirigeva l'ala antirevisionista del partito socialista del suo paese[...]Avrebbe potuto benissimo diventare un Lenin italiano, se non si fosse fatto espellere dal PSI nel 1914[...]”. Mussolini allo stesso modo di Lenin risolse il problema di fare la rivoluzione senza avere dalla loro parte la classe degli operai, vi riuscirono,“ricorrendo alla creazione di un partito elitario che instillasse nei lavoratori lo spirito della violenza rivoluzionaria”.
Pipes ci informa che Mussolini “non nascose mai la propria simpatia e ammirazione pe ri comunisti, nemmeno come capo dei fascisti: aveva un'alta opinione dell'energia brutale' di Lenin, e non trovava nulla da obiettare per i massacri di ostaggi compiuti dai bolscevichi”. Addirittura, “riconosceva con orgoglio il comunismo italiano come una propria creatura”.  
Le rivoluzioni di “destra” e di “sinistra”.
Pipes dai suoi studi fa emergere che sbagliano quelli che hanno considerato quella del fascismo e del nazionalsocialismo non rivoluzioni, ma insurrezioni nazionalistiche. Invece sono delle vere rivoluzioni che magari possono essere definite di “destra”, che si scontrano con quelle di “sinistra”, ma“il fatto che i due schieramenti si contrappongo come nemici mortali deriva dalla competizione per la conquista di una massiccia base, non dal disaccordo su metodi e obiettivi”. Sia Hitler che Mussolini si consideravano rivoluzionari, per Rauschining, il nazionalsocialismo era più rivoluzionario del comunismo o dell'anarchismo.
Ma l'affinità più significativa fra i tre movimenti totalitari, secondo Pipes, riguarda l'ambito psicologico: “il comunismo, il fascismo e il nazionalsocialismo esacerbavano e sfruttavano il risentimento popolare di origine classista, razziale ed etnica, per conquistare l'appoggio delle masse e confermare l'idea che fossero loro, e non i governi democraticamente eletti, a esprimere realmente la volontà del popolo. Tutti e tre facevano appello al sentimento dell'odio”. Per Pipes che cita il libro,“La rivoluzione francese” del grande storico francese Pierre Gaxotte, furono i giacobini per primi a comprendere le potenzialità politiche del risentimento di classe. Poi Marx “partì dallo studio della rivoluzione francese e delle sue conseguenze per formulare la teoria della lotta di classe come caratteristica dominante della storia”.
Pertanto, secondo Pipes,“i movimenti rivoluzionari, siano essi di destra o di sinistra, devono avere un bersaglio da odiare, perchè è immensamente più facile indurre le masse a schierarsi contro un nemico visibile che in favore di un'astrazione”.
Pipes descrive come era considerato il partito per le tre organizzazioni totalitarie, i veri partiti tradizionali cercano di accrescere il numero degli iscritti, quello comunista, fascista, nazista “erano elitarie per natura”. L'ammissione non era facile, assomigliavano a confraternite. “Il modo in cui il Partito bolscevico, quello fascista e quello nazista si impadronirono dell'amministrazione nei rispettivi paesi fu praticamente identico”. Certo Pipes fa delle distinzioni, per quanto riguarda la liquidazione degli oppositori dei regimi,  benchè Mussolini si pronunciasse a favore della violenza,“il suo regime, rispetto a quello sovietico e a quello nazista, era davvero moderato e non ricorse mai al terrore di massa”.
La manipolazione delle masse nei regimi totalitari.
Interessante la riflessione di Pipes sul popolo che in pratica era esautorato, non partecipava a qualsiasi attività politica, non aveva alcuna voce nelle decisioni politiche, anche se la sua non partecipazione, aveva bisogno di un qualche surrogato. “I surrogati – scrive Pipes – sono di due generi: 'elezioni' farsa, in cui il partito al potere si aggiudica regolarmente il novanta per cento o più dei voti; e grandiosi spettacoli che creano l'illusione del coinvolgimento di massa”. Allora si ricorre alle parate, alle adunate, ai spettacoli teatrali all'aperto, lo hanno fatto per primi i giacobini.
“Le masse erano manipolate”, “la folla diventava una personalità collettiva specifica” secondo i principi stabiliti dal sociologo Gustave Le Bon in un libro, “Psicologia delle folle”, libro letto da tutte e tre i nostri capi partito. Pipes riconosce quei metodi, nell'occupazione di Fiume dal poeta-politico Gabriele D'Annunzio, “il susseguirsi dei festeggiamenti in cui D'Annunzio svolgeva il ruolo del protagonista doveva abolire la distanza tra il capo e i suoi seguaci, e i discorsi dal balcone del palazzo municipale alla folla sottostante (accompagnati da trombe) avevano lo stesso scopo”. Sia Mussolini che gli altri dittatori moderni “consideravano questi metodi indispensabili, non per l'intrattenimento, ma come rituali destinati a dare agli oppositori e agli scettici l'impressione di un legame inscindibile fra governanti e governati”.
Nelle adunate, nei raduni o spettacoli all'aperto, sono stati insuperabili i nazisti, come non ricordare tutti quegli “uomini in uniforme allineati come soldatini di piombo”.
La distinzione tra regimi autoritari e totalitari.
Concludo il mio studio, che doveva essere un articolo, con la puntuale distinzione dello storico americano, tra l'”autoritarismo” e il “totalitarismo”. Tra i regimi autoritari e quelli totalitari di Lenin, Hitler e Mussolini, anche se quest'ultimo per alcuni studiosi può essere catalogato in quelli autoritari. Pipes riferendosi agli studi di Karl Loewenstein, così distingueva i due sistemi:“[...]Di regola il regime autoritario si limita al controllo politico dello stato senza aspirare alla dominazione totale della vita socioeconomica della comunità...Il termine 'totalitario' invece si riferisce al dinamismo socioeconomico, al modo di vivere di una società statalizzata[...]”.
Tuttavia per Pipes, la distinzione fra i due tipi di regimi antidemocratici è fondamentale per capire la politica del XX secolo. E polemicamente così si pronuncia:“Solo per una persona irrimediabilmente intrappolata nella fraseologia marxista-leninista potrebbe risultare difficile comprendere la differenza fra la Germania nazista e, diciamo, il Portogallo di Salazar o la Polonia di Pilsudski. Contrariamente ai regimi totalitari, che cercano di modificare alla radice la società esistente e persino di rifare l'uomo, i regimi autoritari sono difensivi, e in questo senso conservatori. Nascono quando le istituzioni democratiche, sopraffatte da interessi politici e sociali inconciliabili, non riescono più a funzionare come si deve. In fondo – scrive Pipes – sono degli strumenti per prendere decisioni politiche con maggiore facilità”.
In particolare i governi autoritari per governare fanno riferimento alle “fonti tradizionali di supporto, e ben lungi dal tentare di impegnarsi nell'ingegneria' sociale, cercano di conservare lo status quo”. Infatti scrive Pipes in tutti i paesi, ogniqualvolta i dittatori autoritari sono morti o sono stati spodestati, i loro paesi non hanno avuto grandi difficoltà nel restaurare la democrazia. Si veda il caso Augusto Pinochet in Cile o quello di Francisco Franco in Spagna.
Pertanto e concludo veramente, in base a questi criteri per Pipes, “soltanto la Russia bolscevica all'apice dello stalinismo può essere definita uno stato totalitario pienamente sviluppato”. Forse neanche la Germania nazista, nonostante copiasse i provvedimenti bolscevichi, “non fu all'altezza di quanto Lenin aveva progettato e Stalin realizzato”.

S. Teresa di Riva ME, 30 luglio 2016

martedì 9 agosto 2016

Le analogie tra il comunismo sovietico, lo zarismo, il fascismo e il nazionalsocialismo - I Parte -

di Domenico Bonvegna

 L'ottimo libro di Richard Pipes, “Il regime bolscevico. Dal terrore rosso alla morte di Lenin”, Mondadori (1999) chiarisce alcune questioni che altri libri non hanno il coraggio di chiarire, come per esempio le affinità del regime bolscevico con l'autocrazia zarista, e poi soprattutto con il fascismo mussoliniano e il nazionalsocialismo hitleriano. Leggendo il documentato saggio di Pipes mi convinco sempre più della necessità di riscrivere la storia del Novecento, almeno per non continuare a raccontare frottole alle nuove generazioni.
Similitudine del bolscevismo con lo zarismo.
Sono in tanti a negare l'esistenza di rapporti fra la Russia zarista e quella comunista. Soprattutto gli intellettuali,“preferiscono concentrare l'attenzione sugli obiettivi dichiarati dei comunisti e confrontarli con la realtà dello zarismo”. Ma il quadro cambia quando si va invece a confrontare la realtà comunista con quella zarista.
Il filosofo Nikolaj Berdjaev, ha negato che addirittura si fosse svolta una rivoluzione in Russia.“Si stanno ripetendo tutte le cose esistenti nel passato; solo che operano sotto nuove maschere”. Scrive Pipes sulla rivoluzione d'ottobre: “Anche una persona totalmente ignara della realtà russa considererebbe inconcepibile che in un solo giorno, il 25 ottobre 1917, in conseguenza di un putsch armato, il corso della storia millenaria di un paese vasto e popoloso abbia potuto subire una trasformazione radicale. Assai difficilmente le stesse persone[...]avrebbero potuto essere tramutate in creature diverse da un improvviso cambio di governo”.
Lo storico americano sostiene che il regime comunista come si presenta alla morte di Lenin rivela affinità inequivocabili con il governo zarista. A cominciare dell'autocrazia. Tutto il potere legislativo ed esecutivo era concentrato nelle mani dello zar, e lo esercitava senza interferenze.“Sin dal primo giorno al potere, Lenin seguì istintivamente questo modello”. Il partito comunista era il vero dominatore del paese. “Nell'espletamento delle sue funzioni Lenin ricordava gli zar più autocratici, Pietro I e Nicola I, poiché voleva occuparsi personalmente dei dettagli più minuti degli affari di stato, come se fosse un suo possedimento privato”. Addirittura Lenin “era il proprietario delle risorse materiali del paese”, perchè la proprietà di diritto era del “popolo”, considerato come sinonimo del Partito comunista. Era proprietario anche della popolazione,“i bolscevichi ripristinarono il servizio civile obbligatorio, uno dei tratti caratteristici dell'assolutismo della Moscovia[...] I bolscevichi ripristinarono subito l'usanza della moscovita, sconosciuta in qualsiasi altro paese, di richiedere a tutti i cittadini di lavorare per lo stato[...]”. Chi non lo faceva, in conformità agli ordini di Lenin, subiva la pena capitale.
La burocrazia comunista adotta i vecchi sistemi zaristi.
Sostanzialmente per Pipes, i burocrati comunisti, una casta chiusa, regolata da una rigida gerarchia, al di sopra della legge e del pubblico controllo,“acquisirono con assoluta naturalezza i sistemi dei loro predecessori zaristi”. Pertanto per Pipes, “non sorprende che la burocrazia comunista avesse adottato tanto in fretta i vecchi sistemi, dato che il nuovo regime da moltissimi punti di vista perpetuava le vecchie tradizioni. La continuità era agevolata dal fatto che un'alta percentuale delle cariche amministrative sovietiche era detenuta da ex funzionari zaristi, che si portavano dietro abitudini acquisite nel servizio zarista, e le trasmettevano ai nuovi entrati”.
La polizia segreta zarista fu un'altra importante organizzazione che i bolscevichi hanno ripreso,“la Ceka e gli organismi che le succedettero assimilarono a tal punto i sistemi della polizia di stato zarista che ancora negli anni Ottanta il KGB distribuiva al suo personale manuali predisposti dallOhrana quasi un secolo prima”. Tuttavia scrive Pipes,“i bolscevichi si ispirarono a modelli che non trovarono nelle opere di Marx, Engels o di altri socialisti occidentali, ma nella propria storia”.
Naturalmente i bolscevichi si comportarono con una brutalità e una violenza superiore a qualsiasi cosa si fosse mai vista sotto lo zarismo. Certo loro non volevano imitare in tutto i sistemi zaristi, ma furono costretti dalle circostanze. Una volta rifiutata la democrazia,“non avevano altra scelta che governare in modo autocratico. E governare in modo autocratico significava governare il popolo nel modo in cui era abituato”.
Stalin fedele discepolo di Lenin.
Un altro problema controverso sollevato dalla rivoluzione russa è il rapporto fra il leninismo e lo stalinismo. I comunisti, sia i compagni di viaggio, che i simpatizzanti, ancora oggi negano qualsiasi legame fra i due dirigenti comunisti,“affermando che Stalin non soltanto non proseguì il lavoro di Lenin, ma lo distrusse”. Nel libro Pipes dimostra che Stalin già era al lavoro nei tre organi dirigenti del comitato centrale, mentre governava Lenin. Se ci sono differenze di vedute tra i due uomini, si riferivano alla rozzezza e l'impazienza caratteristici della personalità di Stalin. Una differenza c'era però che Lenin non uccideva altri comunisti, mentre Stalin lo faceva su larga scala. Comunque sia, “Stalin era un vero leninista, nel senso che seguiva fedelmente la filosofia e i sistemi politici del suo protettore. Tutti gli ingredienti di quello che è diventato noto come  lo stalinismo, salvo uno, l'assassinio di altri comunisti, li aveva appresi da Lenin”.
Lo storico americano continua la sua analisi spiegando perchè il comunismo fu un fallimento colossale. Ma qui mi interessa analizzare le tante analogie tra i tre regimi comunista, nazista e fascista. Richard Pipes avvalendosi di una lunga schiera di studiosi e storici tratta il tema nel V° capitolo del libro.
Le affinità ideologiche tra comunismo, nazionalsocialismo e fascismo.
Il rapporto fra comunismo e “fascismo” è da tempo oggetto di controversie, ci sono gli storici dell'area di sinistra che rigorosamente sostengono che i due fenomeni son inconciliabili, poi ci sono i cosiddetti conservatori che li includono entrambi nella categoria del “totalitarismo”. Il problema è delicato, Pipes cerca di “esaminare l'influenza esercitata sulla politica occidentale dal comunismo, sia come modello da emulare sia come minaccia da sfruttare”. Pipes è convinto che dopo aver studiato le origine dei movimenti estremisti di destra sorti in Europa fra le due guerre, “risulta subito evidente che essi sarebbero stati inconcepibili senza il precedente stabilito da Lenin e Stalin”. Lo studioso americano si meraviglia del fatto che storici e politologi abbiano ignorato questo aspetto, soprattutto per quanto riguarda la presa del potere del nazismo, dove emergono continuamente analogie di metodi impiegati tra Hitler e Lenin.
Per il momento ci fermiamo al prossimo appuntamento analizziamo più a fondo le somiglianze fra i tre movimenti rivoluzionari che hanno segnato la storia del Novecento.