giovedì 19 gennaio 2017

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico –

di Fabio Trevisan

.“Un vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcosa che odia. Combatte perché ha dietro di sé qualcosa che ama”
Il 14 gennaio 1911 Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) pubblicava sull’Illustrated London News un articolo molto interessante ed incredibilmente attuale, dal quale è stata tratta la famosa citazione richiamata in corsivo. A chi volesse leggere integralmente l’articolo, assieme ad altri pezzi inediti in italiano, rimando alla fresca uscita del volume: “La Divina poltrona ed altre comodità” (Casa Editrice Guerrino Leardini), a cui la Società Chestertoniana Italiana e il Centro Missionario Francescano hanno dato considerevoli apporti nella cura del libro.
Sovente, come più volte ho cercato di documentare in questa rubrica, Chesterton viene citato in modo improprio e quindi stiracchiato a giustificazione anche di strampalate ed improvvisate teorie che nulla hanno a che fare con quanto il grande scrittore inglese intendesse realmente. Ribadisco quindi che il mio personale sforzo è quello di cercare di restituire a Chesterton quello che è di Chesterton, non isolando citazioni, aforismi o paradossi ma riportandoli oggettivamente nel contesto delle argomentazioni trattate.
Parlando quindi del vero titolo dell’articolo: “Natale e disarmo” (Christmas and Disarmament), Chesterton fece un’acuta riflessione sulla pace, riallacciandosi al canto degli angeli in cielo a celebrazione del Santo Natale. Ma che cos’era la “pace sulla terra”? Ecco cosa scriveva il grande saggista londinese: “La pace sulla terra potrebbe anche indicare un panico immoto, il giacere prostrati dinanzi a un tiranno universale…ma se noi facessimo un silenzio di vivi, un silenzio di milioni di schiavi muti e lo chiamassimo pace?”. Rammento che eravamo nel 1911 e quindi, antecedentemente allo scoppio della prima guerra mondiale, Chesterton inveiva contro la plutocrazia, collegandola alla guerra e all’imposizione di una desolata e squallida pace: “Mi sono abituato ai milionari che impongono la guerra. Ma se cominciano a imporre la pace mi ribello senz’altro”.
Qual era lo sbaglio essenziale dei milionari alla Carnegie posti sul banco degli imputati da Chesterton? La domanda era e resta importante, poiché in essa sta tutta la forza della validità della famosa frase iniziale riportata in corsivo. Nella risposta Chesterton avrebbe espresso, con un esempio, l’autentico sentimento di ogni vero soldato: “Un uomo ama un certo albero e venti uomini propongono di abbattere proprio quell’albero. Egli può uccidere i venti uomini, cosa che può essere davvero tragica; ma non odia i venti uomini; ama l’albero”. L’errore sostanziale che imputava ai plutocrati mondialisti era chiaramente questo: “Le guerre non cominciano mai per l’odio… (gli uomini)combattono perché amano, non perché odiano e finché i sostenitori della pace non avranno compreso e accettato questa radice affettiva dell’energia militare, tutte le loro parole saranno polvere nel vento”. Al posto del citato esempio dell’albero potremmo metterci tutto quello che piaceva a Chesterton, dagli attaccamenti cavallereschi alle cure domestiche, dall’amore per la patria a quello per i figli (anche se egli, pur desiderandoli, non poté averne alcuno), dall’amore per i colori della propria bandiera alle fattorie contadine. Egli desiderava che si coltivasse un intenso affetto, un sentimento dinamico e propulsivo per la difesa del bello e del buono.
Era conscio che non si poteva entusiasmare il popolo con un’idea puramente negativa di pace ed incitava, contro lo spirito dei milionari, a muovere la ragione e gli affetti: “Potresti rendere entusiasti gli uomini per qualche legame o qualità concreta che li lega gli uni agli altri e rende loro amici i loro nemici”. Invitava inoltre a “guardare indietro” per poter procedere avanti nella buona battaglia a salvaguardia di quanto di più prezioso ci era stato trasmesso, ad iniziare da quel Santo Natale nel quale Gesù Bambino si era rivelato e che stava come riferimento essenziale all’inizio dell’articolo. Il vero soldato poteva e doveva combattere contro tutti gli Erode di ogni epoca, a difesa di quell’Amore che per i nostri peccati era e rimane crocifisso.
Non solo, il soldato, come ogni uomo, combatteva giustamente per tutto ciò che anche umanamente ed orizzontalmente amava e che costituiva la sua storia, il suo passato, le sue radici.
da: www.riscossacristiana.it

mercoledì 18 gennaio 2017

Dal buio alla luce

In questi giorni a Dominus Production, che ha portato in Italia Cristiada e God’s not dead, propone in dvd un bellissimo film, Marie Heurtin. Dal buio alla luce di Jean-Pierre Améris. Il film racconta una storia vera, di rinascita, ambientata nella campagna francese di fine Ottocento.
Marie Heurtin è sordomuta e cieca sin dalla nascita, e perciò quasi certamente sarebbe destinata al manicomio, se i suoi genitori non si intestardissero nel tentativo di educarla, e se non decidessero poi di affidarla al convento delle suore di Larnay. Qui, malgrado l’iniziale opposizione della madre superiora, Suor Marguerite, una suora fragile nel fisico ma salda nello spirito, “ottiene la tutela della fanciulla e vive come missione personale la liberazione di quella piccola anima, che il buio delle sue incapacità ha reso selvaggia. Affrontando momenti di scoraggiamento e profonde crisi interiori, Suor Marguerite e Marie intraprendono un percorso intenso di amore e fiducia, superando i reciproci limiti” e diventando con la loro vita testimoni evidenti dell’amore, che, secondo la lezione di San Paolo, è “paziente” e “tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta”.
Piano piano Marie impara a scrivere a macchina, a giocare a domino, a lavorare a maglia; apprende la storia e la geografia e da creatura semiselvaggia che era, diviene una giovane donna, garbata e felice dell’esistenza, finché viene raggiunta dalla morte, a 36 anni di età, il 22 luglio 1921 ( http://shop.dominusproduction.com/prodotto/marie-heurtin-dal-buio-alla-luce-dvd-ita-libro-la-grande-storia-della-carita/ ).
Il film è nato in seguito alla visita del regista Jean-Pierre Améris all’Istituto Larnay a Poitiers, dove la protagonista dell’avventura visse nel XIX secolo. L’Istituto è ancora oggi operativo: “E’ difficile – ha scritto Améris – descrivere come mi sono sentito quando ho incontrato questi bambini che potevano comunicare solo con il tatto e che, appena sono arrivato, hanno manifestato il desiderio di toccare le mie mani e la mia faccia per conoscermi”.
L’ambientazione del film, un monastero della Francia, ci permette di riandare brevemente ad una bella pagina della grande storia della carità. Quella che riguarda, appunto, sordomuti e ciechi.
Nell’antica Grecia e nell’antica Roma i sordomuti erano sovente condannati all’infanticidio o alla schiavitù. Aristotele e molti altri pensatori ritenevano che essi non fossero in grado di comprendere idee astratte o concetti morali (non era chiara la connessione tra sordità e mutismo, e i sordomuti erano ritenuti malati mentali). E’ forse con sant’Agostino che abbiamo le prime testimonianze scritte in difesa della dignità dei sordomuti, ma dobbiamo aspettare molti secoli, per la precisione il XVI, per avere il loro primo grande educatore: il monaco benedettino spagnolo Pedro Ponce de Leon (morto nel 1584; nell’immagine in alto).
Sarà però la Francia, e non la Spagna, a divenire il paese in cui l’educazione dei sordomuti conoscerà ulteriori, fondamentali sviluppi. Nel 1753, a Parigi, l’abate Charles-Michel de l’Épée (sopra), visitando una famiglia, vide due ragazze che lavoravano in cucina, e che si esprimevano a gesti. Da quel momento de l’Epèe diventò il loro maestro e si sentì chiamato da Dio a dedicarsi integralmente a questa missione. Vendette tutti i suoi beni (era di famiglia ricca), e fondò così un Istituto Nazionale, riconosciuto da Luigi XVI, che è considerato la prima istituzione pubblica per l’educazione dei sordi al mondo. De l’Epèe si diede ad istruire i sordi con un “suo metodo mimico-gestuale, simile alla odierna lingua dei segni”. Tale metodo, che sarebbe divenuto in breve un modello in tutta Europa, consisteva nel “sostituire i suoni con i movimenti della mano e l’udito con la vista”, “senza trascurare il valore della espressione linguistica orale e scritta”. In breve l’opera del sacerdote francese avrebbe attirato l’attenzione di Caterina II di Russia e dell’Imperatore d’Austria Giuseppe II, che mandò a Parigi il sacerdote austriaco Stork, perché imparasse e creasse poi l’Istituto imperiale per sordomuti di Vienna. Dall’Italia, invece, giunse a Parigi il sacerdote italiano Tommaso Silvestri, che avrebbe aperto la prima scuola statale per sordomuti nel nostro paese, nel 1784, con la benedizione di Pio VI, a Roma.
Quanto ai ciechi, il primo personaggio di cui abbiamo notizia il cui operato segni una svolta nella loro educazione, è padre Francesco Lana de Terzi (1631-1687). Era, costui, un gesuita bresciano geniale ed eclettico: è ricordato come il padre dell’aeronautica, perché per primo ritenne che si potesse applicare il principio di Archimede non solo alla navigazione per mare, ma anche a quella per cielo. Sappiamo che costruì anche un piccolo modellino di pallone aerostatico che fece alzare in volo nel cortile dei Gesuiti di Firenze, anticipando così il volo (1709) di padre Bartolomeu de Gusmão, gesuita anch’egli, e quello dei fratelli Montgolfier. Ebbene per quanto riguarda i ciechi Lana de Terzi fu probabilmente il primo ad intuire che si potesse creare un sistema di segni non leggibili con gli occhi, ma percepibili al tatto. Nel 1676 inventò così un alfabeto di fili di seta e di nodi, che potremmo definire lineare, che anticipava, sebbene meno efficace, il linguaggio per ciechi di Braille (basato sui punti invece che sulle linee).
Dopo il padre de Terzi, l’altro grande apostolo dei ciechi fu ancora un francese, Valentin Haüy, che fondò la prima scuola per ciechi al mondo (Istituto per l’educazione dei giovani ciechi, Parigi, 1786). Haüy, che fu inventore di un metodo di lettura basato sulla riproduzione, a rilievo, delle normali lettere dell’alfabeto, era stato educato dai monaci agostiniani di Saint Just, insieme al fratello Renè (1743-1822), sacerdote, canonico di Notre Dame e padre della Mineralogia e della Cristallografia moderne. Valentin era, come il fratello, un uomo di fede e un ammiratore – e qui si chiude il cerchio- proprio dell’ abate de l’Epèe e della sua opera.
Inutile dire che anche Louis Braille, padre dell’alfabeto che da lui prende il nome, era un francese, che aveva studiato proprio all’Istituto di Parigi fondato da Valentin Haüy

da: www.libertaepersona.org

I Promessi sposi. Cinquantesimo anniversario dell’opera televisiva di Sandro Bolchi

di Marcello Giuliano

Nel 1967, esattamente cinquant’anni fa, Sandro Bolchi, autore di numerose trasposizioni televisive, realizza, forse, il suo capolavoro: I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Della durata di complessivi 480′, otto puntate trasmesse dall’1 Gennaio 1967 al 19 Febbraio 1967, Bolchi dona al pubblico
un romanzo in cui immagine e parola già nella mente del Manzoni erano nate pressoché insieme. Francesco Gonin, infatti, del romanzo aveva curato l’editio princeps, pubblicata nel 1840.
Con la collaborazione di Riccardo Bacchelli, per la sceneggiatura, e di Giancarlo Sbragia, in qualità di narratore fedele del testo manzoniano, Bolchi porta in ambienti esterni il genio recitativo di attori di primo ordine, formati alla dura scuola del teatro, imprimendo alla televisione la svolta del secolo: mantenere la qualità del teatro, ambientando la scena anche fuori degli studi televisivi.
Essi tennero sospesi per otto domeniche, in prima serata, anche noi bambini di dieci anni. Fu la magia della bellezza.
Ancora, a distanza di cinquant’anni, non posso dimenticare la mia famiglia riunita per quest’evento, che impresse nel mio animo di piccolo, aperto alla conoscenza e all’amore, la bellezza di scene, vicende, espressioni, sguardi, silenzi, parole, panorami indimenticabili.
Così, e questa credo sia la più bella commemorazione di una simile opera immortale, lo scorso anno scolastico, cogliendo occasione da un lavoro teatrale su I promessi Sposi, realizzato da alcune mie colleghe di quinta elementare con i nostri vivacissimi alunni, ho proposto, in due ore concentrate, la visione di numerosi brani dell’originale televisivo in bianco e nero. Ma come già accadde in numerose classi per il favoloso bianco e nero, Marcellino pane e Vino, anche per il Manzoni-Bolchi, l’intera quinta fu trattenuta senza difficoltà sulle sedie per l’intera presentazione da noi antologizzata. I bimbi erano catturati dalla vicenda, dal pensiero, dallo scorrere calmo delle scene. Tutto parlava loro.
La magia di cinquant’anni fa si ripeteva, in un mondo frenetico e, forse, senza bussola, grazie al candore di quanti sanno ancora innamorarsi della bellezza perché in loro rinasce lo stupore, solo che se ne offra la semplice possibilità, senza mai stancarsi .
Uno stupore che si rinnovava al moto delle placidi e grigie acque del Lago di Como, o inanzi al volto di Lucia, come per la semplicità dei dialoghi di un fra’ Galdino. Ma questa, miei buoni lettori, sarà materia della prossima volta.
da:www.libertaepersona.org

lunedì 16 gennaio 2017

Palermo, la Magnifica Biblioteca riapre al pubblico

di Valentina Bruschi

Dopo otto anni, conclusi i lavori di ristrutturazione dell’edificio, degli storici scaffali lignei, del patrimonio librario e della quadreria, la Biblioteca Comunale finalmente riapre al pubblico nella sua interezza. Un capitale bibliografico di circa 400 mila volumi, quasi seimila manoscritti che documentano la cultura siciliana dal Medioevo al Novecento e il “Famedio” o “Tempio della fama dei Siciliani illustri” che consta di 371 ritratti (di questi, solo 10 sono femminili). L’ultimo è dedicato a Paolo Borsellino, acquistato dal Comune circa due anni fa, dopo un concorso indetto tra gli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Un luogo di grande fascino, dove si respira storia e cultura, che conserva un tesoro sterminato, tra cui: una rara seconda edizione (1575) della celeberrima opera di Niccolò Copernico “De revolutionibus orbium coelestium”, inserita dall’UNESCO nell’elenco delle “Memorie del Mondo”; un’edizione del 1501 dei “Trionfi” del Petrarca a stampa su pergamena e il “Martyrologium”, il più antico manoscritto della collezione, un raro codice liturgico con le note a margine sugli eventi della vita legati ai sovrani normanni.
L’Assessore alla Cultura del Comune di Palermo Andrea Cusumano annuncia che nella Primavera del 2017 saranno organizzate iniziative per dare risalto ad alcuni dei volumi più pregiati, a cominciare dal Codice Resta, restaurato dall’Istituto Nazionale per la Grafica. Si tratta del celebre Libro d’arabeschi, di padre Sebastiano Resta, ritrovato nel 1984 tra gli scaffali lignei dall’allora direttore della Biblioteca Antonino Manfrè. Era rimasto in quella scaffalatura per almeno duecento anni, dimenticato. Inviato da Roma a Palermo intorno al 1690 da padre Resta, il più noto collezionista di disegni del XVII secolo in Italia, al suo amico e corrispondente padre Giuseppe del Voglia, un oratoriano della Congregazione dell’Olivella di Palermo, anch’egli dilettante di disegni e appassionato collezionista d’arte. Un volume importantissimo per la storia del collezionismo e per i disegni lì conservati, prodotti dai maggiori protagonisti di scuola tosco-romana dei secoli XVI e XVII – a cominciare dagli allievi di Raffaello, Giulio Romano e Perin del Vaga, a Francesco Salviati, Federico Zuccari, il Vignola e Pietro da Cortona, per citare solo i nomi più noti.
Soddisfatta la Direttrice, Eliana Calandra, che porta a conclusione un percorso più ampio di restauro iniziato quasi 19 anni fa e afferma: “abbiamo pensato di riaprire con delle visite guidate per tutto il mese di gennaio perché abbiamo il piacere di mostrare alla città la biblioteca nella sua nuova veste. Da febbraio riprenderà, invece, regolarmente la consultazione in loco”. Restaurate, tra le altre cose, le torri librarie e la sala Amari al piano terra, che si affaccia sul cortile, con le sue seicentesche librerie dipinte, che custodisce il deposito dei libri Preziosi e Rari. Un tempo ex cappella della Vergine del complesso dei padri Gesuiti, la sala in seguito fu dedicata a Emerico Amari, giureconsulto che ha lasciato tutta la sua collezione di libri alla Biblioteca. Al primo piano, le due sale di lettura storiche con le scaffalature lignee ottocentesche su due livelli e ballatoi percorribili da dove si affacciano i volti dei Siciliani illustri. In queste sale sono anche visibili i due mappamondi seicenteschi realizzati da Matthaus Greuter in cartapesta e pergamena.
Il complesso architettonico comprende anche il restauro delle due ex-chiese di San Michele Arcangelo e dei SS. Cripino e Crispiniano. La prima, d’impianto trecentesco, è usata per custodire i depositi librari mentre la seconda sarà utilizzata per attività culturali.
Due edifici che raccontano la stratificazione complessa di questa parte della città, sorta lungo le sponde del fiume Kemonia, interrato nel Cinquecento, che con la forza delle sue acque torrentizie aveva creato un complesso ipogeico nel sottosuolo, dove grotte e catacombe furono sedi di riti liturgici delle prime comunità di fedeli cristiani e non solo. Infatti, il complesso di Casa Professa, attiguo e parte della Biblioteca Comunale, è sorto proprio sopra l’antica chiesa della Madonna della Grotta e le chiesette appena nominate. Ancora, nella parte settentrionale di Casa Professa, sotto Palazzo Marchesi, si trova il famoso Mikveh, il bagno rituale ebraico. Fu proprio in questo luogo che, dopo l’espulsione dei Gesuiti dal Regno delle Due Sicilie, avvenuta nel 1767, il Re decise di trasformare il complesso cristiano in tempio laico, al fine di rendere il sapere più accessibile, in pieno illuminismo, e di favorire l’istruzione e lo studio.
Dal mese di gennaio 2017, la Biblioteca aprirà al pubblico nei seguenti orari: dal lunedì al venerdì ore 9.00-13.00 e mercoledì anche 15.30-17.30. Per tutto il mese saranno organizzate visite guidate su prenotazione a cura di personale interno (telefonare al numero 091-7407949; http://librarsi.comune.palermo.it).



domenica 15 gennaio 2017

Un triplo Cd rosso e sei libri

di Giuseppe Rusconi

I musici furori di Lorenzo Baldisseri, pianista rossoporpora. Poi testi sui Sinodi della Famiglia (Franco Ferrari); sulla via Appia (Paolo Rumiz ); sul piccolo mondo antico dell’alpe ticinese (Giuseppe Zoppi); sulla Svizzera, il “Paese più felice del mondo” (François Garçon); su un viaggio letterario in Vaticano (Christina Höfferer); sulla storia della famiglia Ruschi (dello stesso ceppo dei Rusconi e dei Rusca) da Como a Pisa.

UN TRIPLO CD DELLA LIBRERIA EDITRICE VATICANA PER LORENZO BALDISSERI, PIANISTA ROSSOPORPORA
Finalmente abbiamo avuto il tempo di aprire l’elegante cofanetto dal titolo “Florilegio musicale” (edito dalla Libreria editrice vaticana) e di ascoltarne con calma (e anche con curiosità) il contenuto: tre cd musicali, incisi da un pianista assai singolare che risponde al nome di Lorenzo Baldisseri, cardinale di Santa Romana Chiesa. Il porporato ha un ‘cursus honorum’ di tutto rispetto: nunzio a Haiti, in Paraguay, India, Nepal, Brasile, poi segretario della Congregazione per i vescovi e del Collegio cardinalizio, infine segretario generale del Sinodo dei vescovi e cardinale. Insomma è un vissuto di esperienze molto diverse tra loro ma sempre al servizio fedele della Santa Sede; connesso tale vissuto a un’acquisizione di conoscenze di persone e di fatti tali da rendere il settantaseienne toscano – volente o nolente – un uomo di potere all’interno delle Sacre Mura.
Baldisseri, da grand commis vaticano, è poco appariscente, ma opera molto, perlopiù silenziosamente. Sostiene un onere gravoso e forse questo spiega più di tutto la sua dedizione alla musica, a quella pianistica in particolare, perché sul pianoforte può trasporre quei sentimenti che normalmente non può esternare. Tre pianoforti, tre cd per il cardinale baccelliere in canto gregoriano e formatosi in pianoforte a Lucca, Roma, Asuncion e in Brasile. Non siamo critici musicali, perciò possiamo solo dirvi che abbiamo ascoltato con attenzione i 33 brani proposti, in cui l’illustre pianista (non dimentichiamoci: possiede tutte le caratteristiche dei toscani) è passato dalla dolcezza di tocco al furore che travolge, dai “Notturni” di Chopin alle “Polacche” del medesimo autore (cui la musica polacca dev’essere simpatica, poiché ritroviamo anche un brano nostalgico e solenne di un altro autore dell’Ottocento, Michael Kleofas Oginski), dalla “Canzonetta popolare” di Schumann al bachiano “Jesus bleibt meine Freude”, da Mascagni dell’ “Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana” alla “Fantasia III in re minore” di Mozart, dalla “Danza espaňola” di Enrique Granados alle “Bachianas brasileiras” di Villa Lobos. E ancora ecco il “Valzer di Musetta” di Puccini, “Granada” di Albeniz, la “Consolazione n. 3” di Liszt , le “Csardas” di Vittorio Monti… Insomma: da un nunzio giramondo e un cardinale che il mondo se lo trova sulla porta dell’ufficio (o dell’Aula sinodale) non poteva che uscire un florilegio musicale di respiro pluralistico. Riconosciamolo: piacevole ad ascoltarsi.

“FAMIGLIA. DUE SINODI E UN’ESORTAZIONE. DIARIO DI UNA SVOLTA”, di Franco Ferrari, Edizioni Nerbini, Firenze, 2016
Fondatore e animatore dell’associazione cattolica ‘progressista’ “Viandanti”, Franco Ferrari ha seguito con attenzione lo svolgimento dei due Sinodi sulla famiglia, fino alla pubblicazione della controversa esortazione apostolica “Amoris laetitia”. Da quanto ha potuto e saputo osservare ha tratto materiale adeguato per questo suo “Famiglia. Due Sinodi e un’esortazione”, postillato dalla constatazione molto significativa “Diario di una svolta”. Volumetto di poco meno di 200 pagine, pubblicato presso le Edizioni Nerbini di Firenze, presenta un testo agile che rievoca in forma diaristica l’evolversi quotidiano dei lavori sinodali, come emerso sia dai quotidiani appuntamenti in Sala Stampa che dal dibattito rovente sviluppatosi nei media. Ferrari riferisce con onestà giornalistica di quanto ha visto e ascoltato, anche se comprensibilmente – in linea con i suoi ‘occhiali progressisti’ - pone l’accento su questo e non su quello, approvando o disapprovando (ma sempre con sobrietà) tale o tal’altra azione dei fronti contrapposti in aula (e anche fuori). Ad esempio esalta “la freschezza tedesca” nel primo Sinodo e, per quanto riguarda il secondo, si compiace del “pressing di papa Francesco” e storce il naso per le “pressioni mediatiche (o rossoporpora?)”. Nella conclusione definisce il doppio Sinodo “un lavoro intenso che darà molto frutto”. La prefazione è di Giancarla Codrignani, l’introduzione di Andrea Grillo, che - sotto il titolo “Cronaca di una svolta annunciata”- rileva tra l’altro che “in questa svolta è nato qualcosa di nuovo” e “muore anche qualcosa di vecchio”. Ovvero: “Muore l’ossessione di controllo, muore la preoccupazione integralista di un Vangelo ridotto a dottrina e di una dottrina identificata con una sola disciplina possibile”. In piena sintonia con papa Francesco.

“APPIA”, di Paolo Rumiz, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2016
“Avevo portato a termine memorabili trasferte in bici, in barca, in treno, in corriera, perfino con un’utilitaria d’epoca, ma non avevo mai proposto qualcosa che avesse le scarpe come mezzo di locomozione. Al giornale dissero subito di sì”. Parola del giornalista Paolo Rumiz di “Repubblica” e l’itinerario stavolta è nientepopodimeno che la Regina viarum, l’Appia, oltre 2300 anni di vita, originariamente 360 miglia di ghiaia e selciati (poi divenuti 612 chilometri) da Roma a Brindisi. Ma, presa la decisione, ecco il grandinare dei dubbi dei conoscitori: “La strada non c’è più, si perde in campi di frumento e periferie, gli italiani se la sono mangiata. Troverai i campi liberi, la camorra e Gomorra, la grande sete, lo Stato che non c’è più… No, è pura follia”. E invece, osserva il tenace friulano Rumiz, “forse quella impercorribilità era un vantaggio. Anzi, il vantaggio. Significava che l’Appia forse non la faceva più nessuno (…) Fu la svolta. Essere il primo a rifare, dopo decenni di oblio, la prima via d’Europa, era un lusso. Provaci, dicevo a me stesso, il vero racconto sono proprio gli ostacoli”. Così, il 28 aprile 2015, Paolo Rumiz è partito da Roma, Porta Capena con altri ardimentosi (intercambiabili lungo il percorso), raggiungendo le rive adriatiche a Brindisi il 13 giugno successivo. Passando da Albano Laziale e Cisterna di Latina, Terracina, Fondi, Formia, Minterno e Capua. E poi Maddaloni, Benevento, Bisaccia, Melfi, Venosa, Gravina in Puglia, Altamura, Palagiano, Taranto, Oria e Mesagne. Un’impresa anche in chiave ‘meridionalistica’, sviluppatasi in 29 tappe, tra mille prevedibili difficoltà, trasposta giornalisticamente nelle 360 pagine di “Appia”, edito da Giangiacomo Feltrinelli.
“L’abbiamo ritrovata ricoperta di tangenziali, parcheggi, supermercati, campi da arare, cave, acciaierie, sbarrata con cancelli, camuffata con cento altri nomi, presa talvolta a picconate peggio dell’Isis” – rileva ancora Rumiz, lasciando ben immaginare le difficoltà registrate, miste però alla scoperta della variegata umanità incontrata e alla riscoperta di monumenti romani antichi e umiliati. Curiosità certo da una parte, dall’altra ineludibile “dovere civile di riconsegnare al Paese un bene scandalosamente abbandonato”. Da tutto ciò è nata anche la preziosa “tracciatura del percorso integrale della madre di tutte le vie”, grazie al fotografo Riccardo Carnovalini, autore dell’intera cartografia e dell’utilissima e dettagliata “Guida alle ventinove tappe” che occupa le ultime settanta pagine del libro. Per chi legge, le sorprese sono numerose. Le riflessioni fors’anche di più.

“IL LIBRO DELL’ALPE”, di Giuseppe Zoppi, Armando Dadò Editore, Locarno, 2016
Ecco la riedizione di un testo che abbiamo molto amato nella nostra infanzia, quando frequentavamo la scuola elementare di Giubiasco. Seconda metà degli Anni Cinquanta, quando Giuseppe Zoppi (1896-1952) era tra gli autori più in voga, ma anche più amati, nella Repubblica e Cantone del Ticino. Soprattutto per il suo “Libro dell’alpe”, una rievocazione della vita dello scrittore da bambino, che saliva sui “sette o otto alpi” della Val Lavizzara, “tutti a circa duemila metri sul mare, tutti aggrappati alle ultime vette ancora pezzate di neve, tutti fuori, in un certo senso, dal mondo”. Poi la fortuna ticinese del “Libro dell’alpe” – cui si incominciò a rimproverare una visione “idillica” della vita di montagna - declinò con l’entrata in scena di altri scrittori come Plinio Martini (“Il fondo del sacco”) o Piero Bianconi (“L’albero genealogico”) che nei loro libri evidenziavano con grande forza la realtà spesso faticosa della quotidianità contadina.
Ora il “Libro dell’Alpe” è stato ripubblicato dall’editore Armando Dadò: rileggerlo fa bene non solo alla memoria ma anche per una valutazione critica più rispondente al vero. Come scrive nell’introduzione Yasmine Tonini, “sebbene Il libro dell’alpe sia spesso visto come esempio della letteratura dell’idillio, numerosi sono i brani che si discostano da una visione luminosa e idealizzante dell’alpe”. Leggiamo lo stesso Zoppi nel primo capitolo, “La via”: “Per me che emigrai giovanissimo (…) questa via sassosa che, partendo proprio dietro casa mia, sale serpeggiando fra macigni e castagni, fu spesso occasione di gioia. (…) Ma per quelli del paese, per quelli che ci sono nati e ci vogliono morire, questa è la via della fatica, la via della croce, la via del calvario. Tutti, uomini e donne, ci sono passati cento e mille volte, chini sotto qualche grosso peso: fieno, legna, segale, patate, calce, cemento”.
Ciò premesso, si potranno gustare sotto una luce nuova anche i ricordi filtrati (e non solo piacevoli) di Zoppi bambino, racchiusi in 65 brani spesso brevi, da “La campana” all’ “Assalto al ciliegio”, da “Mirtilli” a “La giornata delle meraviglie”, da “La bianchissima” a “Polenta grassa”. Sostanziosa la parte fotografica, belle le illustrazioni di Giovanni Tomamichel.

“LA SVIZZERA. Il Paese più felice del mondo”, di François Garçon, Armando Dadò editore, 2016
Nella cosiddetta classifica mondiale della cosiddetta felicità (elaborata dal Word Happiness Report ONU) la Svizzera è sempre ai primi posti: prima nel 2015, seconda nel 2016 (superata dalla Danimarca…il che suscita pur sempre qualche interrogativo sui criteri di giudizio adottati). Non stupisce allora il titolo del saggio dello storico franco-svizzero François Garçon, edito da Armando Dadò in traduzione italiana. Nelle circa trecento pagine del volume (che riporta alla fine una ventina di tabelle comparative molto interessanti) l’A. analizza a suo modo – ma fondandosi su tutta una serie di dati statistici di varia provenienza – lo stato di salute della democrazia elvetica, che negli ultimi tempi sta riscuotendo una sempre maggiore ammirazione a livello di popoli europei, in parallelo al declino dell’Unione. Ciò a dispetto della mala fama di nazione profittatrice dei guai altrui e quasi simbolo dell’egoismo collettivo, come prescritto dall’ufficialità politico-economica-massmediatica europea. Non a caso nel volume di Garçon si parte da due fatti percepiti come traumatici da tale ufficialità: la crisi bancaria del 2009 a seguito delle misure prese dagli Stati Uniti e l’approvazione nel febbraio 2014 dell’iniziativa popolare contro l’immigrazione di massa (in verità preceduta da quella del novembre 2009 contro la costruzione di nuovi minareti). Come è potuto succedere questo in un Paese che – come scrive l’economista Mauro Baranzini nell’introduzione – “sin dall’Ottocento, ma in modo particolare fin dagli Anni Sessanta dello scorso secolo, ha saputo amalgamare nel miglior modo possibile da una parte le diversità (linguistiche, religiose, culturali, storiche e regionali) con la povertà delle risorse naturali (poche materie prime, spazio abitativo ristretto, assenza di accesso al mare, agricoltura deficitaria, ecc…)”?
Il saggio di Garçon si struttura in tre capitoli. Il primo è dedicato in positivo alla potenza industriale elvetica, al sistema fiscale, al mercato del lavoro. Il secondo alla “ricetta del miracolo svizzero”, in cui si evidenzia la possibilità di controllo popolare sull’operato del governo (“Agli occhi della gente la Svizzera è ormai diventata il Paese in cui i cittadini possono dire ad alta voce quello che pensano e poi vigilare sull’applicazione delle proprie scelte politiche”) e si rileva che “la chiave del benessere svizzero” è rappresentata dalla “diversificazione e qualità della formazione”. Nel terzo capitolo invece Garçon riflette su alcuni “problemi irrisolti”, promo fra tutti quello linguistico, con il dilagare dell’inglese che ha alterato gli equilibri tra le lingue ufficiali, a scapito dell’importanza di francese (e qui l’A. soffre palesemente) e italiano. Ne è derivato un certo appannarsi della coesione nazionale. Altro “problema irrisolto” quello del dualismo tra città e campagna, comune del resto a tanti altri Paesi europei. Grande attenzione Garçon la pone anche al fenomeno “Christoph Blocher”, il leader dell’Unione democratica di Centro (formazione di destra moderata) che è riuscito in pochi anni a portare il suo partito alla maggioranza relativa nella Confederazione. In conclusione un consiglio di Garçon ai critici europei: diano prova di curiosità e di umiltà, chinandosi a studiare il ‘sistema Svizzera’, Paese in cui “si trovano raggruppati tutti i meccanismi favorevoli all’innovazione tecnologica, al pieno impiego e alla stabilità politica a lungo termine”. Una constatazione forse un po’ troppo generosa, certo eccessiva nel suo entusiasmo, ma sostanzialmente non tanto lontana dal vero.

“VIAGGIO LETTERARIO IN VATICANO. Con la vespa rossa a Piazza San Pietro”, di Christina Höfferer, Libreria editrice vaticana, 2016
Chi è Christina Höfferer? Giornalista appassionata di cultura e di letteratura da viaggio, è da lungo tempo corrispondente a Roma della Radiotelevisione austriaca e del “Wiener Zeitung”. Per l’A. l’Anno Santo della Misericordia si è rivelato anche una buona occasione per indagare culturalmente più a fondo la realtà molto sfaccettata del mondo vaticano. L’ha fatto e ne è risultato un testo che soddisfa la curiosità del lettore di saperne di più su un ambiente assai spesso misconosciuto, quando non condannato pregiudizialmente. Tra i quindici agili capitoli (le pagine sono poco più di cento) ne troviamo di singolari come “Il posto fisso”, storia dell’ebrea Hermine Speier, accolta in Vaticano negli Anni Trenta su interessamento dell’allora direttore dei Musei vaticani Bartolomeo Nogara; o quello in cui Angelo Maria Arrigoni, “panettiere del Papa” (anzi la famiglia ha servito tutti i Papi a partire da Pio XI), racconta le sue esperienze. Ne citiamo un paio: “Quando il polacco Giovanni Paolo II salì al soglio pontificio, la famiglia Arrigoni chiamò gli appartamenti papali per chiedere come il nuovo papa avrebbe voluto il pane. La risposta è stata: Vuole il pane che mangiano i vostri lavoratori”. E papa Benedetto XVI “preferiva pane di farina integrale. (…) Quando era ancora cardinale, (…) è venuto sempre da noi a comprare il pane, vestito da semplice prete, senza mai dire di essere un cardinale. Era una persona molto, molto colta e molto umile”. Per quanto riguarda papa Francesco…leggete il capitolo! A una domanda conclusiva è difficile sfuggire: come mai, in tanta evidenza, nel titolo e in copertina c’è una vespa rossa parcheggiata appena fuori da Piazza San Pietro? Appartiene, come si saprà dal capitolo a lei dedicato, all’odierna ambasciatrice di Germania presso la Santa Sede Annette Schavan…ahimè – ma sarebbe falsa misericordia scordarlo - proprio la stessa ex-titolare dell’Educazione tedesca (!) che nel 2013 dimissionò, essendole stato revocato dall’Università di Dűsseldorf il dottorato conseguito nel 1980 con una tesi per un terzo plagiata…

“NIL DIFFICILE VOLENTI. Una vicenda millenaria: i Ruschi da Como a Pisa”, di Pietro Verissimo Ruschi, edizioni ETS, Carrara, 2015
Fino a qualche tempo fa ignoravamo l’esistenza del cognome “Ruschi”. Poi un fedele lettore di tal cognome s’è fatto vivo per segnalare l’imminente presentazione a Como di un libro di suo padre sulla storia dei “Ruschi”, che per i primi secoli coincide con quella dei “Rusconi” e dei “Rusca”: così erano chiamati indifferentemente dal XIII al XVII secolo i membri di una famiglia lombarda, che – radicata a cavallo dell’attuale frontiera italo-svizzera – dominò in periodi compresi tra il Duecento e il Quattrocento le odierne Como e Bellinzona (e pure Lugano e Locarno). L’autore del volume di oltre 200 pagine, ricco di fotografie (anche del castello di Montebello a Bellinzona), illustrazioni e note a piè di pagine, è Pietro Verissimo Ruschi, docente universitario, architetto (tra i suoi maggiori restauri la brunelleschiana Sagrestia Vecchia di San Lorenzo a Firenze), presidente del Comitato scientifico di Casa Buonarroti. I “Rusconi/Rusca/Ruschi” erano di parte ghibellina, per la qual cosa nello stemma di famiglia troviamo l’aquila, il leone e le bande di rosso in campo d’argento. Ampia e dettagliata l’introduzione riguardante le vicende del casato nei primi secoli. Poi quelli che oggi sono i “Ruschi” si trasferirono – dopo un primo breve soggiorno a Pisa - in Lunigiana, per poi tornare definitivamente nella stessa Pisa a metà del Cinquecento. E lì furono protagonisti nel corso dei secoli della vita politica e culturale non solo pisana, ma anche toscana. 

da: http://www.rossoporpora.org/

sabato 14 gennaio 2017

Bertrand Russell smentisce il suo discepolo Odifreddi

Nell’Aula Magna del Politecnico di Torino, si è tenuto una “disfida matematica”, dal titolo “Matematica, arte e fede”, tra Piergiorgio Odifreddi e Francesco Malaspina.
Il primo dei due contendenti non ha bisogno di presentazioni, essendo un volto conosciuto della televisione. Il secondo, invece, è un giovane professore di geometria, presso il Dipartimento di Scienze Matematiche del Politecnico di Torino, ed è autore di un denso e brillante volumetto intitolato “Dio e l’ipercubo. Itinerario matematico nel cristianesimo” (Effatà editrice).
Ha preso la parola, per primo, il più anziano e blasonato Odifreddi, dimostrando immediatamente di essere un vero uomo di spettacolo, capace scegliere di volta in volta i toni, le battute, le pause al momento giusto. Del resto ci vuole una certa abilità teatrale, per coprire la povertà di contenuti.
Odifreddi, infatti, ha esordito con due argomenti ormai canonici: un immancabile e stucchevole riferimento al secondo processo Galilei, presentato con manichea superficialità, come occorre fare per rendere semplici le cose complesse; e un breve richiamo al “debate” del 1860 tra il vescovo anglicano Samuel Wilberforce e il “mastino di Darwin”, Thomas Huxley, riguardo al tema dell’evoluzione e della discendenza dell’uomo dalla scimmia.

Il caso Galilei
E’ vero che un argomento ripetuto all’infinito, alla fine può sembrare probante, ma non è necessariamente così. Spesso, ad essere ripetute ossessivamente, causa la loro intrinseca fragilità, sono proprio le menzogne.
Dovendo rispondere in breve, non da matematico ma da storico, ad Odifreddi, si potrebbe anzitutto far notare, quanto al caso Galilei, che il “divino pisano” nella prima fase della sua vita, cioè dopo le scoperte fondamentali del “Sidereus nuncius”, che cambiarono la storia dell’astronomia, trovò proprio nella Chiesa quei riconoscimenti che gli erano stati negati dai professori laici aristotelici nelle università; in secondo luogo che il processo riguardò il sistema copernicano, proposto dall’ecclesiastico cattolico Niccolò Copernico, e che Galilei non aveva affatto dimostrato (prendendo anzi, con la presunta prova delle maree, la sua più grossa cantonata); in terzo luogo si dovrebbe ricordare, per completezza, che il comportamento sgradevole del suo ex amico e protettore, il papa Urbano VIII, non spinse mai Galilei ad abbandonare né la fede cattolica né la fiducia nella Chiesa, così come non ha spinto e non spinge a farlo quei cattolici che sanno assai bene che la Chiesa di Cristo è “santa” ma fatta di peccatori (perchè non solo i singoli ecclesiastici, ma anche i papi possono sbagliare, ed essere talora stupidamente vendicativi come fu, a quei tempi, Urbano VIII, che pure si sentì tradito da Galilei, per i riferimenti irrispettosi nei suoi riguardi presenti nel “Dialogo”).
Per approfondire il tema, Odifreddi potrebbe ascoltare personaggi insospettabili di simpatie clericali, come Richard Dawkins e Stephen Hawking, che nei loro rispettivi testi, L’Illusione di Dio e Dal Big Bang ai buchi neri, ricordano proprio la sincera fede cattolica del grande pisano (Hawking, dopo aver descritto il processo, in perfetta armonia con tutta la storiografia contemporanea, conclude così: “Galilei rimase un fedele cattolico”). Oppure potrebbe leggere una nota divulgatrice scientifica, come Dava Sobel, che nel suo “La figlia di Galileo. Una storia di fede, scienza e amore” (Rizzoli Bur, Milano, 1999), racconta il rapporto del grande fisico con la figlia suor Maria Celeste, con la fede cattolica, uomini di Chiesa (tra cui due scienziati importantissimi come Padre Benedetto Castelli e Padre Bonaventura Cavalieri) e la preghiera.

Il darwinismo
Quanto alla vicenda Wilberforce-Huxley, invece che presentarla falsamente come emblematica di uno scontro tra l’uomo di fede e l’uomo di scienza, bisognerebbe inquadrarla onestamente, ricordando che Huxley era un feroce razzista, convinto che i neri fossero delle scimmie e che potessero gareggiare con gli uomini bianchi solo “in una competizione di morsi”, e che il vescovo anglicano, allarmato dagli strumentalizzazioni razziste, materialiste e colonialiste dell’evoluzionismo, era il terzo figlio di quel William Wilberforce che, spinto dalla sua fede nella eguale dignità degli uomini, tutti figli da Dio, era riuscito poco prima a far abolire la tratta degli schiavi africani nell’Inghilterra razzista e classista dell’Ottocento (si veda in proposito il bel film Amazing grace).
Quanto al darwinismo in generale, anche in questo caso la lettura semplicistica e dogmatica di Odifreddi non coincide né con quella di Darwin (che si riteneva agnostico, piuttosto che ateo), né con quella di Alfred Wallace, teista e coscopritore con Darwin della selezione naturale, né con quella di Bertrand Russell, il quale, sempre nella sua Storia filosofica, a pag. 695, mette in dubbio che la selezione naturale sia “il meccanismo” che, “in un certo tempo sufficientemente lungo” rende “conto dell’intero sviluppo dal protozoo all’homo sapiens”. “Questa parte della teoria di Darwin, chiosa Russell, è stata molto discussa ed è considerata da molti biologi passibile di importanti obiezioni”.

Scienziati di fede
Detto questo, Odifreddi, oltre ad un riferimento, per nulla cogente, alle statistiche (le sue danno i credenti in Dio, oggi, in netta minoranza tra gli scienziati, ma ve ne sono che vanno in senso esattamente opposto), ha ricordato più volte il suo maestro, il logico-matematico Bertrand Russell, che effettivamente è stato il precursore dei polemisti antiteisti contemporanei.
Anche Russel era un matematico, amava come Odifreddi l’ironia e le incursioni, talora spericolate, nel campo teologico, storico e filosofico, sempre contro la fede in un Dio Creatore, la Chiesa e il cristianesimo.
E’ proprio il riferimento di Odifreddi a Russell ad aprire la porta a numerose ed utili considerazioni storico-filosofiche. Anzitutto Russell, in quei primi anni del Novecento in cui ci furono le maggiori scoperte della fisica, pur non avendo statistiche in merito a disposizione, lamentava esplicitamente la presenza di troppe persone di fede tra i massimi scienziati dell’epoca.
Nel 1931 , per esempio, scriveva in tono polemico: “Di recente, la maggior parte dei fisici eminenti e numerosi eminenti biologi hanno dichiarato formalmente che i recenti progressi della scienza hanno confutato il vecchio materialismo, e hanno portato a reintrodurre le verità della religione” (Bertrand Russell, Dio e la ragione, Newton, Roma, 1994, p. 149; il testo compare nella versione inglese su The scientific Outlook, nel 1931).
In effetti in quegli anni di dominio politico e culturale dell’ateismo, la fede in Dio veniva affermata proprio dagli scienziati. Non solo da G. Lemaître, padre del Big Bang, ma anche dai più celebri premi Nobel per la Fisica: W. Heisenberg, M. Planck, R. Millikan, autore di “A scientist confesses his faith”, e A.H. Compton, autore di “Life after death”. In Inghilterra il materialismo veniva contrastato dai due massimi astrofisici dell’epoca, Sir James Jeans e, soprattutto, Sir Arthur Eddington, padre della moderna astrofisica e autore di “Science And The Unseen World”.
Ma se non gradiva la presenza di troppi scienziati credenti a lui contemporanei, Russell notava, in questo caso senza polemica, che il senso religioso aveva caratterizzato anche tutti i pionieri del pensiero scientifico.
Nella sua “Storia della filosofia occidentale” (Tea, Milano, 1991) ricordava infatti, per esempio, che Copernico “era un ecclesiastico polacco, di inattaccabile ortodossia” (aggiungeva che riguardo all’ idea secondo cui spostare l’uomo dal centro dell’universo abbasserebbe l’uomo, “una simile conseguenza della sua teoria non sarebbe stata accettata da Copernico, la cui ortodossia era sincera, e che protestava contro l’ipotesi che la sua teoria contraddicesse la Bibbia”, p. 510-511); sosteneva inoltre che anche nel Settecento “la maggior parte degli uomini di scienza” erano “modelli di pietà religiosa” (p. 521).
In un breve saggio, “Scienza e valori” Russell esordiva così: “La filosofia che è parsa la più appropriata per la scienza è variata da un’epoca all’altra. Per Newton e per la maggioranza degli inglesi suoi contemporanei sembrava fornire le prove dell’esistenza di un Dio in quanto legislatore Onnipotente: egli aveva promulgato la legge della gravitazione e qualunque altra legge naturale che fosse stata scoperta …” (Bertrand Russell, Il mio pensiero, Newton, Roma, 1997, p. 645).
Si potrebbe anche aggiungere, per completezza, che Alfred North Whitehead (1861-1947) autore insieme a Bertrand Russell dei Principia Mathematica (1910-1913) che diedero fama ad entrambi, è anche noto per aver sostenuto che l’origine del pensiero scientifico va rintracciata nella teologia medievale; più precisamente nella “concezione medievale, che insisteva sulla razionalità di Dio, al quale veniva attribuita l’energia personale di Yahwèh e la razionalità di un filosofo greco” (Alfred North Whitehead, La scienza e il mondo moderno, Bollati Boringhieri, Torino 1979, pp. 20-25 e 30-34).

Dio e la matematica
Ma per tornare alla matematica, è sempre Russell, così amato da Odifreddi, a spiegarci l’origine di quel legame tra matematca e fede in Dio che Francesco Malaspina ha inteso riprendere, in modo innovativo ed originale, nel suo “Dio e l’ipercubo”.
Scriveva infatti, riguardo a Pitagora: “La matematica… comincia con lui e in lui è strettamente connessa con una particolare forma di misticismo… L’ideale contemplativo, dal momento che portò alla creazione della matematica pura, fu l’origine di una attività utile… La matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in una eterna ed esatta verità, nonché in un mondo intelliggibile al di sopra dei sensi. La geometria tratta di cerchi esatti, ma nessun oggetto sensibile è esattamente circolare… Anche le dottrine mistiche sul rapporto del tempo con l’eternità sono rafforzate dalla matematica pura, dato che gli oggetti matematici, come i numeri, anche se del tutto reali, sono eterni e fuori del tempo. Tali eterni oggetti si possono concepire come pensieri di Dio. Di qui la dottrina platonica che Dio sia geometra…Non so di nessun altro uomo che abbia avuto altrettanta influenza nella sfera del pensiero. Lo dico, perché ciò che appare come platonismo, si trova già, se analizzato, nell’essenza del pitagorismo. L’intera concezione di un mondo eterno rivelato all’intelletto, ma non ai sensi, deriva da lui” (B. Russell, Storia della filosofia occidentale, Tea, Milano, 1991, p. 49-56).
Dovrebbe essere chiaro, allora, grazie a Russell, perchè il pensiero dei grandi matematici (Cartesio, Pascal, Eulero, Leibniz, Cauchy, Cantor, Gödel, De Giorgi, Grothendieck …) è nella stragrande maggioranza dei casi del tutto opposto a quello di Odifreddi (il quale, non essendo per nulla sciocco, lo sa assai bene, ma non può dirlo).
Qui il filmato della disfida, la parte di Odifreddi: https://www.youtube.com/watch?v=zRAE7r9_QM4. Qui Malaspina a Trieste con mons. Crepaldi

da: www.libertaepersona.org

La globalizzazione ci fa male: ecco il perché in quattro punti

di Aldo Di Lello

Il nuovo numero dell’Espresso reca una copertina assai significativa. Questo il titolo : “Felice anno vecchio”. Il settimanale allude a vari processi avvenuti nel corso del 2016, che fanno intendere un mutamento di clima politico e culturale a livello globale. Tra i processi elencati da l’Espresso spicca la crisi della globalizzazione, con la conseguente avanzata dei “populismi” e la chiusura dei popoli occidentali entro i “recinti” indentitari. Questo “rimpianto” del settimanale per il mondo che pare al tramonto avviene proprio il giorno in cui (come riferiamo in un altro articolo sul Secolo), il capitalismo americano è in agitazione per l’attacco di Donald Trump a uno dei cardini della globalizzazione: la delocalizzazione, cioè gli investimenti delle imprese nei Paesi a basso costo della manodopera. Non sappiamo quale nuova fase si stia effettivamente inaugurando con il 2017 , però, se la globalizzazione è realmente destinata alla marcia indietro, è cosa di cui rallegrarsi. Tale processo (economico, politico e culturale insieme), che ha dominato gli ultimi 25 anni della storia mondiale, ha fatto molto male ai popoli europei e occidentali. Vediamo il perché in quattro punti. 
1- La globalizzazione è un golpe bianco 
La globalizzazione ha prodotto un gigantesco trasferimento di potere dai luoghi della politica, della statualità e della sovranità popolare ai centri delle potenza economico-finanziaria (a partire dai detentori dei grandi fondi di investimento) e alle loro principali agenzie: Ue, Wto, Fmi, Banca mondiale, agenzie di rating. Come tale, la globalizzazione è un vero e proprio colpo di Stato internazionale, silenzioso e (inizialmente) indolore. La democrazia ha visto paurosamente ridotto il suo spazio. I veri decisori non sono i rappresentati del popolo ma i rappresentanti del potere economico-finanziario, attorniati da una vasta schiera di centri studi, think tank, fondazioni varie che dettano i nuovi princìpi ideologici, cui dovranno riferirsi politici compiacenti e ossequiosi operatori della comunicazione. I princìpi base sono: libero mercato, antiprotezionismo, cosmopolitismo, annullamento della statualità. Il pensiero unico è nato così. Le tappe di questo processo sono state, tra le altre, il trattato di Maastricht nel 1992 e la nascita del Wto il 1 gennaio del 1995.


2- La globalizzazione ha aumentato terrorismo e insicurezza

L’epoca del mondo interconnesso e senza barriere è anche l’epoca di una crescita senza precedenti del terrorismo. Il mondo della globalizzazione è un mondo insicuro, una vera e propria autostrada per terroristi e criminali di ogni risma. L’attacco ideologico allo Stato, il buonismo imperante, il cosmopolitismo ideologico, hanno distrutto gli Stati in Europa e hanno prodotto, in Medio Oriente e Nordafrica, l’abbattimento dei vecchi regimi (da quello di Ben Alì a quello di Mubarak e Gheddafi), con la conseguente ondata dell’islamismo più feroce e apocalittico. Un dato significativo: le “Primavere arabe” sono state, tra gli altri agenti, favorite anche dalla fondazione di George Soros, la stessa che, guardacaso, ha tentato di fare terra bruciata, in Europa orientale, intorno alla Russia di Putin.

3 – Ha prodotto povertà
Con la globalizzazione siamo diventati tutti più poveri, eccetto quell’uno per cento della popolazione mondiale che ha visto aumentati a dismisura profitti e rendite di capitale. È il prodotto di uno sfruttamento senza precedenti della forza lavoro, favorito dalla libera circolazione dei capitali e, soprattutto, degli uomini, con la manodopera abbondante e a buon mercato. Delocalizzazione e immigrazione ne sono stati gli aspetti principali. L’abbassamento dei redditi da lavoro ha avuto pesanti ripercussioni sull’insieme dell’economia, contraendo il mercato interno e riducendo gli spazi di investimento per la piccola impresa. L’impoverimento non è solo economico, ma anche e soprattutto delle aspettative di vita. L’ascensore sociale s’è bloccato, anzi è andato in basso: i figli hanno davanti a sé una vita più povera e più precaria di quella dei genitori.
  

4- È il paradiso degli speculatori finanziari

Negli anni della globalizzazione è cresciuto a dismisura il peso dell’economia finanziaria rispetto a quella reale. La liberalizzazione dei capitali finanziari ha privilegiato gli investimenti a breve termine (speculativi) rispetto a quelli a lungo termine (destinati all’economia reale). Ogni giorno, masse enormi di denaro (virtuale) si spostano sulle piazze finanziarie mondiali, destabilizzando Stati e governi. La stessa crisi del 2007-2008 è un tipico esempio delle storture causate dall’impoverimento diffuso, da un lato, e dalla finanza senza regole, dall’altro. I sottoscrittori di mutui subprime si sono indebitati oltre le loro possibilità e, alla lunga, la bolla è scoppiata con conseguenze ovunque devastanti. Va anche ricordato che, nella stessa crisi greca del 2010, c’è lo zampino di una delle più grandi banche d’affari del mondo: Goldman Sachs. È stata questa stessa banca a truccare i conti pubblici ellenici, salvo poi tirarsi indietro al momento della crisi. I cittadini dei Paesi democratici votano ogni quattro-cinque anni. I mercati finanziari votano ogni giorno.

da:www.ilsecoloditalia.