mercoledì 18 ottobre 2017

Pubblichiamo una poesia di Giuseppe Pappalardo

La storia di Rosa Balistreri

Rosa di tìa, ppi tìa, vògghiu cantari
la vita, li tò peni, lu duluri,
stu cantu mi lu sentu dintra u cori,
cantu perciò la storia e li tò amuri.

Penzu ccu quanti làcrimi e allammicu
tu cci cuntasti, prima di muriri,
a Cantavèniri avvucatu e amicu
comu la vita ti fici suffriri.

Nascisti di famìgghia puvireḍḍa,
fìgghia di la misèria e di na matri
ca travagghiava n casa, mischineḍḍa…
ḍḍi quattru liri, sulu di tò patri.

Tu fusti maritata a sìdici anni
a un omu jucaturi e vicariotu
di nomu Jachinazzu; un malacarni
ca di tò fìgghia si jucò la doti.

Tu ppi la ràggia (fu daveru troppu!)
quasi ca l’ammazzavi. E la galera
fu la tò casa pi sei misi. E ddoppu
finiù ca ti mpiegasti a cammarera.

Lassi la tò Licata, vai m-Palermu.
Ti metti ncinta un fìgghiu di patruni.
Iḍḍu ti porta, nòbbili di nfernu,
a dòrmiri e campari gnuni gnuni.

Quanti misteri, Rosa, avisti a fari!
vinnennu ficudìnnia e babbaluci…
Fu, tannu, ca ddicidi di mparari
a scrìviri. E sbucciava la tò vuci.

Tu ti ricordi quannu, sacristana,
facisti nnamurari a ḍḍu parrinu?
«Pòvira sugnu, sì; ma no buttana»
pinzasti. E un trenu fu lu tò distinu.

Ḍḍu trenu ti purtò nzinu a Firenzi;
puru na soru tò vinni ccu tìa.
È tempu di duluri e di spiranzi.
Mori tò patri. Nasci la puisìa.

Firenzi! c’è Manfredi, lu tò amuri.
È tempu di vuscàrisi du sordi,
è tempu di scurdari lu duluri:
eccu lu primu ddiscu ccu Ricordi.

È tempu di vidiri lu tò nomu
ccu Gnàziu, ccu Busacca e Dàriu Fo.
Si gràpinu li porti di Milanu
a ssa riggina ch’è la vuci tò.

All’ùrtimu turnasti ccà, nni nuàtri,
nun serva cchiù, ormai na granni artista.
Nfuḍḍìscinu li chiazzi e li tïatri,
nfuḍḍìscinu li genti a la tò vista.

Finisci ccà la storia, lu tò cantu,
ssa vita tò di paradisu e nfernu,
ma la tò forza, ma lu tò talentu,

càmpanu ancora ccà, di stati e mmernu.


La storia di Rosa Balistreri   Rosa di te, per te, voglio cantare/ la vita, le tue pene, i tuoi dolori,/ questo canto me lo sento dentro il cuore,/ canto perciò la storia e i tuoi amori.// Penso con quante lacrime e languore/ tu raccontasti, prima di morire,/ a Cantavenere avvocato e amico/ come la vita ti ha fatto soffrire.// Nascesti da famiglia disagiata,/ figlia della miseria e di una madre/ che lavorava in casa, poveretta;/ quelle quattro lire, solo da tuo padre.// Tu fosti data in sposa a sedici anni/ a un uomo giocatore e malandrino/ di nome Gioacchinaccio; un mascalzone/ che si giocò la dote di tua figlia.// Tu per la rabbia (è stato veramente troppo!)/ quasi che l’uccidevi. E la galera/ fu casa tua per sei mesi. E dopo/ finì che ti impiegasti come cameriera.// Lasci la tua Licata, vai a Palermo./ Ti mette incinta un figlio di padrone./ Lui ti conduce, nobile d’inferno,/ a dormire e vivere in ogni dove.// Quanti mestieri, Rosa, hai dovuto fare!/ vendendo fichidindia e lumache…/ Ma, allora, tu hai deciso di imparare/ a scrivere. E sbocciava la tua voce.// Tu ti ricordi quando, facendo la sacrista,/ fai fatto innamorare un prete?/ Povera sono, sì, ma non prostituta»/ pensasti. E un treno diventò il tuo destino.// Quel treno ti portò sino a Firenze,/ anche una tua sorella ti seguì./ È tempo di dolori e di speranze./ Muore tuo padre. Nasce la poesia.// Firenze! c’è Manfredi, il tuo amore./ È tempo di guadagnarsi un po’ di denaro,/ è tempo di dimenticare il dolore: ecco il primo disco con Ricordi.// È tempo di vedere il tuo nome/ con Ignazio, con Busacca e Dario Fo./ Si aprono le porte di Milano/ a codesta regina che è la tua voce.// In ultimo sei ritornata qui, con noi,/ non più serva, ormai una grande artista./ Impazziscono le piazze e i teatri,/ impazzisce la gente alla tua vista.// Termina qui la storia, il tuo canto,/ codesta vita di paradiso e inferno,/ ma la tua forza, ma il tuo talento,/ vivono ancor qui, d’estate e d’inverno.//               

venerdì 13 ottobre 2017

Per Antonino Lo Piparo

di Tommaso Romano

La poesia siciliana ha due fiati espressivi che si sono misurati nella vicenda letteraria e negli echi, con alterne fortune. Il primo di questi ha ottenuto riscontri critici, storicizzazioni e attestazioni accademiche e di antologie paludate: è quella che a parole si riallaccia alla storia popolare e locale, in realtà trasferendo nell'idioma, con sperimentalismi discutibili, tutto il peso -  a volte benefico, a volte artefatto - di una erudizione e ricerca qualche volta malcelata, spesso intellettualmente assai smaliziata.
Il secondo gruppo, un tempo assai numeroso e gioiosamente produttivo di testi naive, trasmetteva le proprie bucoliche e dolci liriche senza curarsi del successo fra i piani alti della cultura; molti inoltre erano analfabeti senza complessi di inferiorità, possedendo viva creatività e spontaneità come proprio sigillo veritativo.
A questo secondo gruppo, di poeti popolari e capaci di buone letture e sapienti ed essenziali scritture, appartiene Antonino Lo Piparo, più volte premiato con merito e facente parte del prestigioso Circolo Giacomo Giardina, egregiamente presieduta da Giuseppe Bagnasco, il poeta pecoraio che fu amico di Lo Piparo. Oggi festeggiando lui e tutti noi il suo novantesimo, ci consegna un volume ricapitolativo frutto di una intera vita di affetti, di lavoro e di amore genuino per la poesia, sempre assai gradevole nella forma originale, nel lessico semplice e incisivo, nel ritmo delle colorate immagini che si dipanano nella fedeltà alla tradizione identitaria con metafore puntuali, scaltre, suggellate da ironia sottile  e da paradossi, accompagnati da un complice sorriso che trapela anche dai versi e che si coglie dai canti popolareschi autentici, sempre graditi al pubblico di astanti e lettori e vissuti dal poeta come un compito, un paladinesco destino  a difesa dell'umano, del vero del buono, di ciò che non può e non deve scomparire nei flussi effimeri e avviluppanti della caotica modernità', con particolare riferimento alla memoria e alla storia ,specie quella della sua Baaria, costitutivo del genius loci.
Dicitore incantevole e forbito, Lo Piparo ha trovato nel palcoscenico teatrale e cinematografico (specie con Peppuccio Tornatore), ulteriore suggello per il suo estro creativamente nativo.
Lo Piparo mi ricorda le vivide descrizioni che il mio Grande Amico Giuseppe Bonaviri tesseva dei poeti popolari di Mineo, i quali si riunivano a Camuti per cantare a quelle montagne la voce ancestrale del loro cuore delle speranze e delle sofferenze. Ricordo Bonaviri non a caso perché' il geniale scrittore siciliano ha testimoniato come pochi la profondità dell'isola, il mito, il simbolo della terra come pochi altri.
Il problema estetico e glottologico sono secondari come tali dal Nostro, rispetto alla incubosa preponderanza dei poeti "colti" che scrivono invece senza posa con accanto il Mortillaro o il Traina, alla spasmodica ricerca di un a Koinè francamente improbabile.
Il nostro Lo Piparo, come ditta dentro secondo Dante, è un uomo che ha felicemente sconfitto il nichilismo con la parola, il tedio con la resa mimica, il tempo che passa con la serenità che sa cogliere e custodire con garbo e modi sempre ispirati alla cortesia, al rispetto e alla gentilezza.
Lo piparo è un dono d'altri e più felici tempi, che si umanizzano nella postura e nella comprensione sempre vigile dei fatti, delle cronache delle notizie che rielabora con lievità e trasparenza, con intima spiritualità e sincera moralità.
Caro Lo Piparo, la poesia del sangue siciliano è il sangue vivo della tua poesia.
La comunità' bagherese può e deve esser fiera di annoverarti fra i suoi figli degni di lode di stima, di affetto.
La bellezza della vita è nei tuoi versi sinceri e nel candore della tua anima infinita.

mercoledì 11 ottobre 2017

La curiosità del mondo

La coesione di una comunità, il suo talento nel condividere e tramandare la propria memoria, si misura - tra le altre cose - sulla capacità di rendere omaggio alle persone che, con la loro vita, il loro esempio, il loro impegno, mai si sono sottratti all'amore per la città e la sua gente. 
Così il 13 ottobre prossimo il Centro Studi Angelo Fiore ricorderà il Professor Natale Tedesco - già Presidente del Comitato Scientifico del Centro - a un anno esatto dalla scomparsa, nell'ambito della manifestazione "Territorio e memoria: percorsi letterari". La piccola kermesse, intitolata La curiosità del mondo (Santa Flavia, ore 17,30, presso la Sala Basile di Villa Filangeri) è stata immaginata e organizzata come ideale dialogo, amichevole chiacchierata, passionale e sentimentale disputa con allievi, amici, scrittori che hanno avuto consuetudine con il Professore Emerito di Letteratura Italiana dell'Università palermitana (ricordiamo, tra gli altri, i suoi saggi fondamentali su De Roberto, Sereni, il Crepuscolarismo, Svevo). A ricordare, e dialogare, con il critico militante, con il conoscitore d'arte ed esperto di pittura contemporanea, con l'appassionato cultore di cinema ci saranno Marcello Benfante, Salvatore Ferlita, Donatella La Monaca, Claudia Carmina, Tommaso Romano e Maurizio Padovano. In maniera diversa, e personale, tutti gli intervenuti tratteggeranno il proprio ricordo di Natale Tedesco; forse racconteranno il loro particolare rapporto di amicizia e di solidarietà culturale: tutti loro, sicuramente, non mancheranno di farlo sotto forma di dialogo, qui e adesso, con un personaggio che, in qualche modo, non ha ancora smesso di parlare con la sua città, i suoi amici, i suoi cari.

Il Centro Studi Angelo Fiore