lunedì 20 novembre 2017

In Inghilterra vogliono abolire la dicitura “Avanti Cristo” e “Dopo Cristo”

di Domenico Bonvegna

La notizia non l’ho letta sui “grandi” giornali forse perché a questi è sembrata una barzelletta e, quindi, non hanno voluto abbassarsi a simili sciocchezze; tuttavia essa è circolata ugualmente e si è capito che, col pretesto della “laicità” etc. etc., in realtà per timore reverenziale dell’Islam – la religione ormai più praticata “oltre-Manica” –, in Inghilterra pensano di mettersi al sicuro cancellando perfino il Nome del Fondatore del Cristianesimo.
Alcune veloci considerazioni:
1) intanto a me non pare una barzelletta, né una sciocchezza, come probabilmente è sembrata ai “padroni” della grande stampa che non l’hanno presa neanche in considerazione, ma l’ulteriore segnale della mania di auto-annichilimento (“cupio dissolvi” in buon latino) dell’Europa moderna e neopagana; questa, infatti, dopo il clamoroso rifiuto – votato anni fa nel “sinedrio” di Strasburgo da tutte le Sinistre, anche italiana – di menzionare le “radici cristiane” nel Preambolo della Costituzione europea, cerca, con logica conseguente, di cancellare ad uno ad uno perfino i numeri e i nomi che a quelle “radici” possano riferirsi: l’abolizione dell’ “a.C.” e del “d.C.” forse potrà far sorridere qualcuno, data la volgare scemenza della trovata di cui i compassati britannici dovrebbero  chiedere scusa, ma di sicuro è parte di quella dissennata auto-punizione con cui l’Occidente “civile” si colpisce da anni con le sue stesse mani.
2) se l’Europa, ormai post-cristiana, spera con tali mezzucci di “dialogare” (“dialogo”, al pari di altre come “pace”, “tolleranza”..., è parola magica e talismano luccicante!) con l’Islam, in questo modo perde già in partenza la “partita”: infatti, vergognandosi e spogliandosi della sua storia – in massima parte cristiana – l’Europa si svuota della sua stessa sostanza e si riduce alla insignificanza e al “nulla”. Domanda: c’è qualche esperto, primo della classe, che pensa che l’Islam, religione diffusa in mezzo mondo, si cali a dialogare col… “nulla”? Così, esso vincerà su tutta la linea senza bisogno di “medici e speziali” della “guerra santa”.
3) per risolvere il problema che diverrà sempre più stringente nel prossimo futuro,  il nostro Continente nel fondo del suo cuore forse coltiva due “speranze”: la corruzione/assuefazione e la conversione degli islamici. La prima è la “speranza” di intellettuali laico-progressisti, “maestri”(!)di pensiero e di vita, filosofi, gazzettieri, politici presidenti ministri o assessori di qualcosa, teatranti e ripetitori applauditi a comando nelle televisioni, i quali nell’animo loro “sperano” che gli islamici, a contatto con il progresso, il mercato, le banche, la globalizzazione (e... il sesso liquido, la droga, la discoteca, il femminismo, l’aborto anche post-natale, le famiglie “altre”, l’utero in affitto con donne e bambini comprati, il gender nelle lezioni a scuola, la libertà assoluta…) si adeguino a tali costumi e si lascino “corrompere” diventando anch’essi quel “niente” in cui l’Europa sembra si stia riducendo soprattutto a causa della paurosa denatalità. La seconda è la “speranza” di quelli che sono o credono di essere ancora cattolici e che sperano nella “conversione”: cosa che la Chiesa, in verità, ha sempre cercato e voluto inviando i missionari “a convertir le genti”, si cantava in un inno dei miei tempi lontani di seminario.
Attenzione. Ambedue le “speranze” possono non avverarsi e rimanere solo desideri inappagati; io penso, infatti, che sia molto improbabile che gli islamici si lascino “assuefare” o “corrompere” o “convertire” da quello che in blocco, confondendo il buono e il cattivo della nostra società, giudicano con disprezzo essere il “nulla” dell’Occidente! Ovviamente, spero tanto di sbagliarmi e che i miei siano solo pensieri schematici di un “reazionario”, “populista”, “avanti negli anni”... con l’uzzolo di scrivere “foglietti” per i cinque benevoli amici lettori; intanto, come cattolico, prego affinché si avveri la “seconda speranza”, consapevole, però, che l’ “impresa” non riuscì neanche a Francesco d’Assisi ch’era partito con la Crociata!
4) obiezione: ma ciò che è accaduto in Inghilterra, in Italia non potrà avvenire…;
 risposta: e chi può garantire con sicurezza che esso non avvenga anche in Italia?
Intanto la negazione della fede cristiana è in atto anche nel nostro Paese, per accorgersi basta avere occhi aperti, guadarsi intorno e prendere nota: giorni fa – ma è solo l’ultimo esempio – all’università di Macerata una professoressa, per aver detto in pubblico un’Ave Maria per la pace, è stata insultata da un comitato di studenti di sinistra e contestata dal  rettore; se l’apostasia, poi, non arriva forse ai traguardi di altri paesi europei, è perché la nostra società, per ovvie ragioni storiche, è rimasta più legata di altre al Cattolicesimo e alla Chiesa di Roma la quale – al di là di preti, prelati e papi più e meno degni – nei secoli ha “protetto”, “difeso” e quindi “unificato” la cultura della Nazione italiana ben prima del 1861; a tal proposito riporto le auree parole di Ludovico Antonio Muratori – 1672-1750 –  (non è un “quidam” qualsiasi come sono io, ma il fondatore della storiografa moderna!): “Non c’è dubbio che, senza la presenza del Papato a Roma, parte dell’Italia [del Nord] sarebbe divenuta una provincia tedesca. E l’altra parte [del Sud] una provincia musulmana”.
Poche e precise proposizioni di un “esperto” vero di Storia che immediatamente fanno giustizia di tante favole raccontate contro la Chiesa nelle televisioni, nei film e ad alunni ignari da professorini di scuola che non hanno studiato. Tutto questo il vero Popolo italiano lo “percepisce” e lo “sente” nonostante che la propaganda contraria, soprattutto in questi ultimi decenni, si sia fatta più accanita e capillare; ecco perché da noi la marcia trionfale della Rivoluzione – ad esempio, contro la Famiglia naturale – può incontrare ancora delle resistenze: la manifestazione improvvisata  con milioni di persone al “dies familiae” o “family day” a Roma (30 gennaio 2016) contro la “legge Cirinnà” dimostra bene tale resistenza spontanea del “basso popolo”, di cui faccio parte.
Tuttavia quello che accade in altri paesi contro il Cristianesimo è esattamente ciò che una setta potentissima di manovratori auspicano che avvenga anche in l’Italia: è vero, da noi forse non si arriverà alla cancellazione ridicola dell’ “a.C” e del “d.C.”; da noi ancora le chiese non sono deserte e, quindi, non vengono vendute ai migliori offerenti miliardari che ne fanno ritrovi notturni per gente danarosa come succede nel Nord Europa dove molti si dichiarano ormai atei e non credenti; ma la “setta”, appollaiata sul vertice della “Piramide”, a tale risultato vuole che si arrivi anche nella nostra Patria: cioè alla distruzione, una tessera alla volta, del meraviglioso mosaico cristiano che i nostri Padri avevano composto in tanti secoli.

Conviene a tutti, credenti e non, saperlo prima.

Inaugurazione della Mostra di Pippo Madè, il 6 Dicembre a Palazzo Chiaramonte Steri a Palermo


mercoledì 18 ottobre 2017

Pubblichiamo una poesia di Giuseppe Pappalardo

La storia di Rosa Balistreri

Rosa di tìa, ppi tìa, vògghiu cantari
la vita, li tò peni, lu duluri,
stu cantu mi lu sentu dintra u cori,
cantu perciò la storia e li tò amuri.

Penzu ccu quanti làcrimi e allammicu
tu cci cuntasti, prima di muriri,
a Cantavèniri avvucatu e amicu
comu la vita ti fici suffriri.

Nascisti di famìgghia puvireḍḍa,
fìgghia di la misèria e di na matri
ca travagghiava n casa, mischineḍḍa…
ḍḍi quattru liri, sulu di tò patri.

Tu fusti maritata a sìdici anni
a un omu jucaturi e vicariotu
di nomu Jachinazzu; un malacarni
ca di tò fìgghia si jucò la doti.

Tu ppi la ràggia (fu daveru troppu!)
quasi ca l’ammazzavi. E la galera
fu la tò casa pi sei misi. E ddoppu
finiù ca ti mpiegasti a cammarera.

Lassi la tò Licata, vai m-Palermu.
Ti metti ncinta un fìgghiu di patruni.
Iḍḍu ti porta, nòbbili di nfernu,
a dòrmiri e campari gnuni gnuni.

Quanti misteri, Rosa, avisti a fari!
vinnennu ficudìnnia e babbaluci…
Fu, tannu, ca ddicidi di mparari
a scrìviri. E sbucciava la tò vuci.

Tu ti ricordi quannu, sacristana,
facisti nnamurari a ḍḍu parrinu?
«Pòvira sugnu, sì; ma no buttana»
pinzasti. E un trenu fu lu tò distinu.

Ḍḍu trenu ti purtò nzinu a Firenzi;
puru na soru tò vinni ccu tìa.
È tempu di duluri e di spiranzi.
Mori tò patri. Nasci la puisìa.

Firenzi! c’è Manfredi, lu tò amuri.
È tempu di vuscàrisi du sordi,
è tempu di scurdari lu duluri:
eccu lu primu ddiscu ccu Ricordi.

È tempu di vidiri lu tò nomu
ccu Gnàziu, ccu Busacca e Dàriu Fo.
Si gràpinu li porti di Milanu
a ssa riggina ch’è la vuci tò.

All’ùrtimu turnasti ccà, nni nuàtri,
nun serva cchiù, ormai na granni artista.
Nfuḍḍìscinu li chiazzi e li tïatri,
nfuḍḍìscinu li genti a la tò vista.

Finisci ccà la storia, lu tò cantu,
ssa vita tò di paradisu e nfernu,
ma la tò forza, ma lu tò talentu,

càmpanu ancora ccà, di stati e mmernu.


La storia di Rosa Balistreri   Rosa di te, per te, voglio cantare/ la vita, le tue pene, i tuoi dolori,/ questo canto me lo sento dentro il cuore,/ canto perciò la storia e i tuoi amori.// Penso con quante lacrime e languore/ tu raccontasti, prima di morire,/ a Cantavenere avvocato e amico/ come la vita ti ha fatto soffrire.// Nascesti da famiglia disagiata,/ figlia della miseria e di una madre/ che lavorava in casa, poveretta;/ quelle quattro lire, solo da tuo padre.// Tu fosti data in sposa a sedici anni/ a un uomo giocatore e malandrino/ di nome Gioacchinaccio; un mascalzone/ che si giocò la dote di tua figlia.// Tu per la rabbia (è stato veramente troppo!)/ quasi che l’uccidevi. E la galera/ fu casa tua per sei mesi. E dopo/ finì che ti impiegasti come cameriera.// Lasci la tua Licata, vai a Palermo./ Ti mette incinta un figlio di padrone./ Lui ti conduce, nobile d’inferno,/ a dormire e vivere in ogni dove.// Quanti mestieri, Rosa, hai dovuto fare!/ vendendo fichidindia e lumache…/ Ma, allora, tu hai deciso di imparare/ a scrivere. E sbocciava la tua voce.// Tu ti ricordi quando, facendo la sacrista,/ fai fatto innamorare un prete?/ Povera sono, sì, ma non prostituta»/ pensasti. E un treno diventò il tuo destino.// Quel treno ti portò sino a Firenze,/ anche una tua sorella ti seguì./ È tempo di dolori e di speranze./ Muore tuo padre. Nasce la poesia.// Firenze! c’è Manfredi, il tuo amore./ È tempo di guadagnarsi un po’ di denaro,/ è tempo di dimenticare il dolore: ecco il primo disco con Ricordi.// È tempo di vedere il tuo nome/ con Ignazio, con Busacca e Dario Fo./ Si aprono le porte di Milano/ a codesta regina che è la tua voce.// In ultimo sei ritornata qui, con noi,/ non più serva, ormai una grande artista./ Impazziscono le piazze e i teatri,/ impazzisce la gente alla tua vista.// Termina qui la storia, il tuo canto,/ codesta vita di paradiso e inferno,/ ma la tua forza, ma il tuo talento,/ vivono ancor qui, d’estate e d’inverno.//