giovedì 1 dicembre 2016

E all’improvviso fu il linguaggio

di Arnaldo Benini

Per Noam Chomsky il linguaggio umano è un evento senza precedenti e analogie. Perché solo noi? La risposta di Chomsky è naturalisticamente fondata. Le scienze naturali del linguaggio, nonostante le critiche, in particolare a questo libro scritto con l’informatico Robert Berwick, sono ancora alle prese con le idee geniali di Chomsky. Nel 1959 egli ripudiò (Language (35, 26-58,1959) la teoria, molto condivisa, del filosofo empirista B. F. Skinner, secondo la quale comunicazione animale e linguaggio sarebbero aspetti del comportamento imposto dall’ambiente. Gesti, movimenti e grida degli animali sarebbero antecedenti del linguaggio. Il contributo di chi parla all’acquisizione della lingua sarebbe insignificante, tutto dipendendo da fattori ambientali.
Chomsky obiettò che il passaggio dei meccanismi cerebrali della comunicazione animale all’uomo avrebbe dovuto lasciare una traiettoria evolutiva di cui non c’è traccia. Non c’è animale, nemmeno lo scimpanzé col quale condividiamo il 97% del genoma, che metta insieme due parole. Nessuna lingua, neanche quella di popolazioni isolate, ha tratti in comune con la comunicazione animale. Le proprietà essenziali della facoltà umana, secondo Chomsky, sarebbero emerse quasi all’improvviso(rispetto ai consueti tempi evolutivi) grazie, «a un ricablaggio probabilmente leggero» del cervello, in concomitanza, forse, con un discreto aumento del suo volume, circa 80mila anni fa, in una popolazione dell’Africa orientale.
Negli scimpanzé le aree corrispondenti al linguaggio sono più strutturate di quelle delle altre scimmie, ma molto meno che nell’uomo. Chomsky porta ad esempio il grande giro arcuato fra le aree della produzione e della comprensione del linguaggio, negli scimpanzé appena accennato. Negli scimpanzé le aree avrebbero iniziato a svilupparsi, per rimanere poi allo stato di 2 milioni d’anni fa. Perché? La spiegazione più verosimile è che il linguaggio umano non è sorto come mezzo della comunicazione. 
Al suo sorgere, e ancora oggi, il linguaggio – per Chomsky e altri linguisti e biologi, fra cui Francois Jacob – era ed è principalmente lo strumento dell’autocoscienza. Col linguaggio interiore nacquero la mente e il pensiero, più tardi la comunicazione. Pensiero e autocoscienza sono eventi dei lobi cerebrali prefrontali, che presero ad evolvere circa 2 milioni e 200mila anni fa, nella linea evolutiva dell’Homo. Non bastano le aree motorie e sensorie per parlare, bisogna avere qualcosa da dire. Quando i meccanismi nervosi del pensiero interiore furono connessi al sistema sensomotorio, nacque il linguaggio parlato, più tardi quello scritto. Ventimila anni dopo quella popolazione avrebbe preso a emigrare, portando nel cervello e diffondendo la struttura cerebrale del linguaggio.
Per Chomsky essa è la base della grammatica universale, esternalizzazione del parenchima cerebrale delle aree del linguaggio e matrice innata di tutte le lingue, anche di quella gestuale. Essa consente a chi sa bene una lingua di capire senza difficoltà enunciati mai sentiti prima e di crearne infiniti nuovi, come avviene nei bambini a partire dai 5-6 anni. La spiegazione razionalista di Chomsky della creatività del pensiero e del linguaggio è la più verosimile. Sordomuti hanno sviluppato una comunicazione gestuale in cui la categoria grammaticale del soggetto è all’inizio di ogni frase (PNAS 27,19249-19253,2005).
Grazie all’universalità dei meccanismi nervosi della grammatica i bambini imparano senza difficoltà la lingua madre, e anche più di una, e il messaggio di ogni lingua è traducibile in qualunque altra. La facilità d’apprendimento delle lingue in cui si cresce è un’eredità biologica specificatamente umana. Negli ultimi 50mila anni non sembra esser cambiato nulla di biologico: le aree frontali del cervello hanno prodotto un’evoluzione culturale che, dice Tattersall, dal linguaggio interiore dopo pochi millenni ha portato l’uomo sulla luna, mentre fino ad allora l’evoluzione culturale era stata lentissima. Sull’origine del linguaggio le opinioni divergono fra neuroscienziati, di regola consenzienti con la grammatica universale, e antropologi: molti pensano che esso sia talmente connesso alla condizione umana da dover essersi sviluppato in un tempo lunghissimo, simultaneamente forse all’evoluzione dei lobi prefrontali.
Ciò lascia senza replica l’obiezione di Chomsky, ribadita e accentuata nel libro, che un’evoluzione lenta e graduale deve lasciare tracce di stadi intermedi. In un mare di critiche, anche molto aspre, sembra naufragare la nuova teoria con la quale Chomsky e Berwick, avventurandosi nel terreno infido della spiegazione degli eventi della coscienza, spiegano come dalla materia del cervello della grammatica universale sia sorto, quasi improvvisamente, il linguaggio. Esso sarebbe comparso in seguito alla fusione (“merge”) di elementi sintattici in un’espressione più ampia. La capacità di “fondere” due (ad esempio libro e leggere in leggere il libro), poi migliaia di parole dei meccanismi della grammatica universale sarebbe la levatrice di tutte le lingue.
Essa si sarebbe manifestata inizialmente in un solo membro, che Chomsky chiama Prometeo, della popolazione africana che per prima acquisì il linguaggio. La critica più demolitiva della teoria senza dati è riportata nell’Economist (26 marzo 2016): la biografia di Chomsky ha in comune con Einstein che entrambi i geni scrissero le opere fondamentali in gioventù.

da: www.radiospada.org

lunedì 21 novembre 2016

Tommaso Romano, "Elogio della Distinzione" (Ed. Thule)

LA DISTINZIONE COME NOBILTÀ NEI CAVALIERI DELLO SPIRITO
di Giuseppe Bagnasco


  Dopo l’Elogio dell’ozio di Bertrand Russel e il più vetusto Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam, tra i più rinomati e che si “distinguono” dai tanti, per gli argomenti similari trattati nel campo della disquisizione antroposociologica, ecco l’arrivo sul tavolo delle nostre “distrazioni”, quasi a completamento di una sorta di Trilogia, L’Elogio della Distinzione (Fondazione Thule Cultura – Palermo 2016) del filosofo Tommaso Romano. Non è un trattato ma un “manifesto”, una riflessione non confessionale, sullo stato e condizione contingente e spirituale a cui è pervenuta la società contemporanea del mondo che per semplificazione chiamiamo “occidentale”. Un manifesto, dicevamo, che si può leggere alla stregua di un manuale di regole educative, senza per questo assumere i connotati di una filippica sebbene a tratti appaia come significativa e volitiva “omelia”. Né poteva essere diversamente per l’argomento affrontato e che spazia per tutto l’arco della devianza nei comportamenti “tradizionali” dell’uomo odierno.

   Per potere scrutare a primo acchito il poderoso testo e carpirne le parti più salienti, visto che è composto da ben tre “corpi” relativi ad un saggio dell’Autore, un saggio dell’illustre Amadeo-Martin Rey y Cabieses e un ricco e unico Florilegio di Autori, ci viene in soccorso il sottotitolo: Aristocrazia, Cavalleria, Nobiltà, Stile in tempo di barbarie. Non c’è alcun dubbio nell’affermare che si tratti di una esplorazione storica e sociologica su ciò che questi “titoli” hanno rappresentato e che l’Autore  sottolinea con l’intercalare il testo di disegni riferiti a momenti d’azione della Cavalleria  d’un tempo con schiere cristiane affrontanti le saracene e la raffigurazione nell’antifrontespizio della sagoma idealizzata del Krak (fortezza crociata in Siria) dei Cavalieri Ospitalieri di Gerusalemme divenuti poi di Rodi, infine di Malta e oggi rappresentati dallo SMOM.
   Tommaso Romano, non nuovo nell’esposizione di “tesi teologali” sullo spirito, da buon cristiano di fede qual è, mette al servizio del dettato di Dio, la vestitura armata del distinto “Cavaliere dello Spirito”. E lo fa discettando sui temi sopraindicati, a cominciare dal concetto di Aristocrazia, distinguendo quella di spada da quella dello spirito.  L’aristocratico, nel composto della semantica greca di aristòs (eccellenza) e cratòs (potere di governo), delinea una persona che si governa da sé e per espansione, colui che si isola dalla folla. E per folla, come afferma l’Autore, s’intende quanti sono accomunati nella volgarità, rozzezza, dozzinalità e violenza del comportamento nelle parole come negli atti, fino ai modi. Tuttavia, sempre nel proseguo della ratio in Romano, l’isolarsi dalla realtà, l’eccessivo autocontrollo, compresa la mancanza di ironia, non consentono l’educazione alla nobiltà che, di contro, si consegue nella capacità del saper scegliere il confacente rapporto con il prossimo. L’aristocratico è pertanto la persona distinta, custode di quei valori che dovrebbero armare  i suddetti Cavalieri per conquistare “nelle steppe del nulla, la Gerusalemme Celeste. Il tutto”. Oggi che il “progressismo”, l’innaturale livellamento sessuale, l’omologazione alla massificazione, portano ai conseguenti disvalori, fra tutto questo declinare un posto privilegiato è riservato ad una virtù d’eccellenza: l’Onore.
   Ora, a prescindere dalle valutazioni sottolineate dallo storico Franco Cardini che lo conforma a dignità personale, reputazione e onorabilità  comportanti il diritto della persona al rispetto e alla stima, bisognerebbe qui aprire uno spaccato su questa virtù che, a parere non solo nostro, incardina tutte le qualità del “buon uomo”, del buon cristiano ma che non si riflette nel diverso homo bonus del poeta Marziale. Incominciamo, purtroppo, col dire che le culture della menzogna, dell’ipocrisia, hanno inferto una profonda e dolorosa ferita nel comportamento deontologico degli uomini e in particolare nel malinteso senso dell’onore soprattutto se riferito alla latina sacralità della parola data, pacta servanda sunt, come comprova, per mantenerla, il  sacrificio del console Marco Attilio Regolo. Pensiamo ad esempio a quanti giustificano un loro scomposto agire con un’alzata di spalle o con quel “Je m’en fous”, di recente pronunciato dal Presidente della Commissione Europea Juncker e che fa comprendere quale ingloriosa fine abbia fatto quel certo bon ton!. Ma la trasgressione del senso dell’onore ha antica data giacchè la ritroviamo, spulciando la mitologia greca o passi della Bibbia, nei racconti del “padre” Zeus che ricorreva al travestimento e finanche alla sostituzione di persona per sedurre con l’inganno le belle mortali o come nella vergognosa e subdola condotta di Re David quando mandò in guerra, in prima linea e quindi alla morte Uria, lo sposo della bella Betsabea che aveva sedotto e che comunque poi da vedova sposò. E ancora, non possiamo elencarli tutti, nel tradimento fatto da un certo Horatio Nelson nei confronti dell’Ammiraglio Caracciolo (la resa in cambio della vita) e che invece fece impiccare sulla murata della sua Victory contravvenendo come un volgare pirata alla parola data. Infine, ricorrendo alla Storia, ancora sull’onore tradito, quando Enrico IV di Francia pur di mantenere salda la sua corona abiurò alla sua fede protestante e abbracciò quella cattolica con un probabile e analogo “Je m’en fous” nel famoso “Parigi val bene una messa!”. Ma i dettati del codice d’onore hanno sempre governato, lungo il corso dei tempi, gli uomini giusti e probi e ciò sin dai codici cavallereschi del Medioevo giungendo per alcuni tratti, perfino a quelli non scritti dell’onorata società, uniformemente intesa in tutto il nostro Meridione e giunta, con l’emigrazione “imposta” dopo la sua piemontesizzazione, fino alla “frontiera” dell’Ovest americano. Erano codici che tutelavano l’onestà della donna, intoccabilità dei bambini, la parola data, con in aggiunta il divieto di sparare alle spalle o ad un uomo disarmato. Norme non scritte nella vita che, fino all’abolizione formale del feudalesimo, si conduceva nei feudi e che era regolata da un castaldo, un soprastante, un fattore che amministravano la giustizia “parallela” essendo i feudi luoghi spesso “inaccessibili” anche alle compagnie rurali dei governi del tempo. Nacque lì la vecchia “onorata società” da non confondere con la successiva malavita organizzata o coi “picciotti” di La Masa che furono, ma ancor prima in letteratura nei manzoniani “bravi” di Don Rodrigo o nei severi “tribunali” della setta panormita dei Beati Paoli di natoliana memoria, il loro capostipite. Era quest’ultima una “Confraternita” segreta, come afferma il Villabianca, di uomini valenti che perseguivano i valori della difesa dei deboli e della giustizia pur rimanendo nelle loro feroci sentenze ferventi religiosi e credenti in Dio e al Santo di Paola, a cui si richiamavano. A uomini di tal fatta, a questi “uomini d’onore”, si deve l’appellativo di “cristiano”. Ma torniamo all’Elogio della Distinzione e al tema della Ecosofia affrontato dal filosofo Romano nel riconsiderare il senso della abitazione in cui si vive.
   Al pari di Francesco Alberoni che nel novero della scienza della comunicazione include quella che avviene attraverso il vestire certi abiti dando a questi la facoltà di dare un messaggio su chi li indossa, così il Nostro attribuisce lo stesso significato all’arredamento e al gusto di disporlo in un certo modo nella dimora di una persona dalle qualità “aristocratiche”. E questo come proiezione della propria identità dedicando tra gli arredi anche uno spazio ai ritratti dei propri antenati a guisa dei Lari e dei Penati dei Latini. Completano, conclude Romano, la bellezza della dimora, non necessariamente un palazzo, il poter accudire l’eventuale giardino di casa o il curare il collezionismo al pari di un personale museo, considerando entrambi come manifestazioni secondarie del gusto del dimorante. Con questo fare si può contrastare, aggiunge l’Autore, il completamento dell’ecatombe che incalza e principalmente col formare, con persone che in ciò si riconoscono, una sorta di patriziato civico di pochi ma decisi “Cavalieri”. Titolo di nobiltà, ammonisce il Nostro, che non deve essere acquisito tramite sedicenti Istituti che l’elargiscono dietro compenso essendo insita la possibilità di poter incorrere così, in quel “Todos Caballeros” che l‘imperatore Carlo V concesse a certi postulanti sardi che lo reclamavano. Frase che oggi viene usata in tono dispregiativo annullando di fatto la distinzione o il prestigio dei pochi che lo meritano.
   Fatto salvo questo primo “tomo” che forma il “corpus iuris” principale dell’Elogio della Distinzione, essa incorpora altresì una poderosa antologia, un Florilegio di Autori che espongono le loro frasi, trattazioni, aforismi nel reticolo degli argomenti qui esposti, con particolare riguardo al significato di Aristocrazia. Pur tuttavia di questi Eccellenti non ci è possibile citare tutti i nomi dal momento che in dettaglio l’elenco supera le cento pagine. Fa da cornice a tanto disquisire, un prezioso saggio del nobile spagnolo Don Amadeo-Martin Rey y Cabieses, storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che ne approfondisce lo studio, con un particolare riguardo a quello genealogico italiano. Il saggio dell’Illustre, Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma, risulta diviso in Nobleza, Aristocracia e Caballeria, speculari in qualche modo al sottotitolo dell’Elogio della Distinzione. Nella reflexion final l’Illustre raccomanda il rispetto della palabra dada, la bondad y la generosidad e la valentia y la humildada de corazòn perché solo la loro actuaciòn es la mejor aristocracia , cioè quella del poder de la bondad. 
   Alla termine di queste note, una riflessione, anche se non esaustiva, di quanto ci resta, speriamo in seguito non in briciole di memoria, della meritoria opera del “mosaicosmico” Magister. Senza scadere nella facile apologia di maniera, si resta “impressionati” da questo album di fotografie-commentario che, senza tema di supponenza, potremmo definire “De humanitate destructa”, giusto per parafrasare i commentari cesariani, nonchè coinvolti dall’afflato che traspare dalla malcelata angoscia con cui l’Autore esamina l’uomo sedotto e concupito dalla Tecnolatria dalla quale non si può distaccare senza il paventato pericolo di non apparire “politically correct”. Il richiamo risulta un accorato appello a quanti si avviano ciecamente verso l’abisso dell’anima trascinando con sé duemila anni di cammino e di acquisizione di una civiltà della quale restano testimoni ineguagliabili città uniche come Atene, Roma, Alessandria, Gerusalemme, Venezia, Pietroburgo. Un richiamo quindi per impedire a costoro di non finire aggrappati, in un rigurgito di ravvedimento, a quella “Zattera della Medusa” che tanto bene rappresenta la deriva di uomini disperati, il dipinto di Theodore Gèricault. A ben vedere, l’Elogio della Distinzione costituisce una sorta di testamento spirituale del Cavaliere dello Spirito Tommaso Romano, appartenente purtroppo all’esausto filone di un certo nuovo romanticismo, non letterario ma spirituale nel senso che si richiama al Passato vestendo la parola di “Redentore” di una certa cultura. Un testamento spirituale, dicevamo, che si coglie in questo Discepolo della Cultura che quale Pellegrino del Cosmo chiude questo pregevole lavoro, con fare quasi colloquiale, con un congedo, certamente non occasionale. Egli infatti inserisce al confine dei “tomi” trattati, un testo dal significativo titolo “Congedo al cafè de Maistre”. E volutamente, prendendone a prestito il nome, sceglie per siffatto “eremo senza terra”, l’immaginario ricovero in un Caffè, posto di fronte il mare nel Foro Borbonico (oggi Italico), dove in una atmosfera pregnante di “art nouveau”, si ritrova a scrivere, tra un caffè e il centellinare di un Porto, avvolto nell’aria da una coinvolgente musica mozartiana, una lettera, quasi una immaginaria “epistola apostolica” rivolta ad una civiltà al tramonto. In questa, da buon Anacoreta occulto, chiama alla resistenza con quel pudore, riserbo, dignità,  sensi comuni ai pochi frequentatori di quel Caffè, anche se ritiene che tutto è perduto, riprendendo in ciò la frase di Francesco Primo di Francia nell’infausto giorno di Pavia, nel messaggio alla propria madre, “Tutto è perduto fuorchè l’onore”. Ed è nel nome di queste virtù e dell’onore che il Romano, come in un battesimo liturgico, rinuncia al satana della egemonia tecnologica e alla dittatura del pensiero unico nello stesso modo in cui rinuncia agli applausi dei falsi adulatori, esprimendo come unica aspirazione quella di essere lasciato in pace dentro un immaginario Chiostro. E’ nel contesto di queste note che il Filosofo appare nelle vesti più dimesse dell’ordinario umano, svelando una sorta di stanchezza per l’impari lotta contro questo mondo destinato al declino, riponendo però l’ultima speranza nel salvataggio ad opera della divina Provvidenza. Si chiude così questa antologia, questo breviario-manuale di concetti, richiami, esortazioni che, iniziati con la Distinzione, anima della nobiltà del cuore e dello spirito, giungono al termine di questo excursus, alla malinconia nel corpo senza tuttavia coinvolgerne l’anima.

martedì 15 novembre 2016

La Riforma protestante culla del razionalismo e dell’esoterismo moderni

di Corrado Gnerre

Pochi sanno che la Riforma protestante ha dato un contributo notevole alla nascita tanto del razionalismo quanto dell’esoterismo moderni. Vediamo come. Una premessa: le notizie contenute in questo articolo sono principalmente tratte dalle ricerche di un grande studioso di Lutero, il tedesco Theobald Beer.
Partiamo, prima di tutto, dalle definizioni di razionalismo e di esoterismo.
Il razionalismo è una corrente filosofica con la quale si pretende ridurre la realtà alle possibilità conoscitive della ragione umana.
L’esoterismo è una concezione filosofico-religiosa secondo la quale i riti e gli insegnamenti più segreti di una dottrina sarebbero rivelati a pochi privilegiati, cioè ai cosiddetti “iniziati”. L’esoterismo è convinto che l’elemento della contraddizione, presente nella realtà, sia solo in superficie; se si va in fondo alla realtà stessa, queste contraddizioni si dissolverebbero. Insomma, un conto è la realtà così come essa appare; altra sarebbe l’essenza profonda della realtà stessa.
La Riforma e il razionalismo moderno
Il contributo del Protestantesimo allo sviluppo del razionalismo riguarda soprattutto due campi: l’antropologia e il pensiero politico.
Partiamo dall’antropologia. Qui la Riforma propone un vero e proprio antropocentrismo conoscitivo, ovvero una sorta di convinzione secondo cui il soggetto umano può creare la verità.
Questo antropocentrismo conoscitivo si esprime in tre convinzioni tipicamente protestanti: l’abolizione del Primato Petrino (negazione dell’autorità del Papa), l’abolizione del sacerdozio ministeriale e il libero esame delle Scritture (rifiuto del Magistero).
Riguardo, invece, l’altro punto, cioè il pensiero politico, va detto che il Protestantesimo apre la strada al laicismo che si esprime soprattutto attraverso due convinzioni luterane: la salvezza solo attraverso la Fede e il rifiuto della tradizionale dottrina cristologica.
La salvezza solo attraverso la fede apre la strada al laicismo, perché se è solo la fede a salvare e non le opere, allora le realtà del mondo o sono totalmente da rifiutare o da accettare così come sono, senza nessuna pretesa di cambiamento. Insomma, è questa una convinzione che paralizza qualsiasi agire cristiano nel mondo, per cui il mondo stesso o va totalmente rifiutato (da qui il settarismo di alcune comunità protestanti) o accettato senza problemi (da qui il laicismo di altre comunità protestanti).
Ma anche il rifiuto della tradizionale dottrina cristologica apre la strada al laicismo. Secondo il già citato Theobald Beer ci sarebbe un lato oscuro di Lutero che solitamente non viene evidenziato, ovvero il suo rifiuto della tradizionale dottrina cristologica dell’unione ipostatica (duplice natura, umana e divina, in un unico soggetto, divino). Lutero – sempre secondo Beer – afferma che Cristo sarebbe composto ma non costituito di natura umana e di natura divina. Cioè natura umana e divina si sarebbero unite accidentalmente in Cristo. Una tale affermazione significa una negazione dell’unità personale di Cristo, l’ammissione di due persone in Cristo e la sottomissione al diavolo della persona umana di Cristo stesso. L’umanità e le cose umane, pertanto, non sarebbero mai totalmente sanabili. Lutero, infatti, scrive che Cristo opera per la nostra salvezza: “Sine humanitate cooperante”. E in un commento alla lettera ai Galati, del 1531, sempre Lutero scrive: “(…) altro è l’Abramo che crede, altro l’Abramo che opera, altro il Cristo che opera (…) distingui queste cose come il Cielo e la Terra. (…) Che l’umanità di Cristo sia sottomessa al diavolo è testimoniata dal fatto che l’umanità di Cristo finisce con la morte”.

La Riforma e l’esoterismo moderno
Theobald Beer ci dice che su molti punti del suo pensiero Lutero ricorre allo Pseudo-Ermete Trismegisto. Di chi si tratta? Sotto il nome di Hermes Trismegisto comincia a circolare in epoca ellenistica (III secolo a.C.) un insieme di scritti a sfondo occultistico-astrologico che si ritenevano rivelati dal dio Hermes (Mercurio) “tre volte grandissimo”, appunto “trismegisto”.
E’ verosimile che Lutero possa aver avuto un’attrazione per lo Pseudo-Ermete. Non dimentichiamo che siamo nel secolo XVI, cioè il secolo in cui si “ritorna” alla cultura pagana e in cui si riscopre la prisca philosophia; e non è improbabile che anche Lutero ne abbia avvertito l’attrazione.
Ma vediamo adesso dov’è il contributo del Protestantesimo allo sviluppo dell’esoterismo moderno. Si possono a riguardo individuare almeno cinque tracce: di gnosi (la salvezza attraverso la conoscenza), di prometeismo (la possibile autosufficienza dell’uomo), di impersonalità del divino, di elitarismo (la salvezza è per pochi iniziati), di tensione palingenetica (la realtà deve essere radicalmente trasformata).
Iniziamo con le prime tracce: quelle di gnosi. Nel Luteranesimo queste sono evidenti nell’intellettualismo teologico (la verità divina può essere conosciuta solo da chi studia) e nell’intellettualismo etico (la morale s’identifica con la conoscenza). L’intellettualismo teologico è l’esito inevitabile del rifiuto del Magistero. Venendo meno l’adesione all’autorità magisteriale come mezzo di conoscenza della verità, tutto si riduce a conoscenza individuale; ma ciò favorisce chi sa, e così l’intellettuale ha più opportunità rispetto all’analfabeta. E’ una sorta di deriva gnostica. L’intellettualismo etico è invece effetto della salvezza solo attraverso la fede. Una simile convinzione favorisce la conoscenza sulla pratica della virtù. Insomma, la salvezza solo attraverso la fede somiglia molto alla salvezza solo attraverso la conoscenza, facendo a meno della pratica della virtù. Questo rapporto con Dio solo attraverso la fede è espresso da Lutero con una frase desunta da Ermete Trismegisto. All’obiezione cattolica che propone la frase di san Paolo “Fides charitate formata” (“La fede informata dalla carità”), Lutero risponde che “la relazione fra Dio e l’uomo è come una linea toccata da una sfera. La sfera incontra la linea sempre in un sol punto”. Questo punto è la fede.
Veniamo alle seconde tracce: quelle di prometeismo. Queste, nel Luteranesimo, sono evidenti soprattutto nel rifiuto dell’autorità religiosa, che è poi ravvisabile nel rifiuto del Magistero, che consequenzialmente segna il rifiuto del concetto di autorità in campo conoscitivo.
Terze tracce: di impersonalità del divino. Queste sono ravvisabili soprattutto nella convinzione luterana secondo cui il peccato non compromette la salvezza. Tale convinzione richiama la teoria nominalistica del bene e del male e quindi la possibilità che in Dio possa esserci anche il male. Questa tendenziale (perciò parliamo di “tracce”) concezione impersonale del divino che aveva Lutero è confermata dalla ripresa di alcune espressioni sempre di Ermete Trismegisto. Nella II tesi luterana, per esempio, si legge: “Dio è una sfera infinita il cui centro è ovunque…”. Così come è evidente in una tendenziale negazione del concetto di “persona” (negazione che costituisce una contraddizione rispetto all’antropocentrismo conoscitivo tipico della Riforma). Lutero, riprendendo lo Pseudo-Ermete, scrive: “Non è in noi l’immagine della sostanza di Dio, ma solo in Dio stesso, poiché solo Dio conosce la propria forma”. Ciò di fatto è la negazione dell’anima individuale.
Quarte tracce: di elitarismo. Queste sono evidenti soprattutto nella tensione settaria, che a sua volta è esito della salvezza solo attraverso la fede, che, a sua volta ancora, fa ritenere il mondo come qualcosa da cui separarsi. Qui va richiamato quello che abbiamo già detto a proposito del laicismo. Se è solo la fede a salvare e non le opere, allora il mondo o è totalmente da rifiutare o è da accettare così com’è, senza nessuna pretesa di cambiamento. Si sviluppa, pertanto, uno spirito settario, cioè di segregazione dal mondo.
Quinte e ultime tracce: di tensione palingenetica. Anche queste sono evidenti nella convinzione luterana della salvezza solo attraverso la fede, che fa ritenere il mondo come qualcosa che deve essere totalmente rivoluzionato. L’esoterismo, in quanto monismo gnostico (il mondo è un’espressione del divino), non può non sfociare in una sorta di spirito palingenetico per far sì che ritorni ad essere una sola cosa con l’origine divina. Anche il Protestantesimo ha in sé una palese tendenza apocalittica, ciò perché, rifiutando il rapporto ragione-fede, è costretto o ad accettare la realtà così com’è o a rifiutarla totalmente; insomma la realtà non è soggetta ad un criterio di giudizio della fede. Dunque, la contraddizione del reale si risolverà con la sua trasformazione che dovrà necessariamente avvenire nei tempi ultimi.

da: www.riscossacristiana.it

lunedì 14 novembre 2016

“The Young Pope”: impressioni a caldo su Pio XIII

di Luca Fumagalli

Al termine della visione dei primi due episodi della nuova mini-serie “The Young Pope”, targata Paolo Sorrentino e in onda ogni venerdì su Sky Atlantic, lo spettatore è colto dalla strana sensazione di essere reduce da un viaggio al centro del cuore umano, dove le contraddizioni convivono nella più serena accettazione.
Chi si aspettava di assistere a qualcosa di paragonabile ad Habemus Papam di Moretti è rimasto deluso. Sorrentino è distante dalla fastidiosa orizzontalità morettiana, quella tendenza perniciosa per cui tutto è riportato sempre e comunque al mero livello umano. Il suo “realismo magico” di marca felliniana, in cui ogni cosa è segno di un mistero che la trascende, ben si adatta a trattare un tema, come quello del Papa e della Chiesa, che per sua natura non può essere volgarmente ridotto al solo aspetto materiale. Il risultato è convincente anche quando il regista napoletano è costretto dalla serialità a non allontanarsi troppo dagli stilemi del genere.
C’è qualcosa di affascinante e di inquietante nel carisma di Lenny Belardo (Jude Law), giovane cardinale americano eletto Sommo Pontefice con il nome di Pio XIII. Uomo del mistero, che non ama essere fotografato, abbandonato dai genitori quando era ancora un bambino, è una creatura che fa della sua debolezza, del non avere un passato, la sua arma più potente. Il suo unico peccato, stando a quello che dichiara al confessore, è che la sua coscienza non lo accusa di niente. Freddo, cinico e disincantato, ogni gesto è sapientemente ponderato, meditato affinché ottenga il massimo effetto con il minimo sforzo.
Le sue scelte imprevedibili – che culminano con il terribile discorso in Piazza San Pietro, pieno di odio per l’umanità e di sbraitanti inviti a occuparsi solo di Dio («Senza Dio si diventa morti») – sembrano orientate a dare nuovo lustro alla Chiesa, ristabilendo un potere del tutto simile a quello rivendicato da Gregorio VII o Bonifacio VIII. In tal senso la decisione di ripristinare l’uso della Tiara è emblematico, così come la battuta per cui «Roma è una frazione della Città del Vaticano» suona più come un programma politico. Per raggiungere l’obiettivo ogni cosa è lecita, compreso violare il segreto confessionale, allontanare da incarichi di prestigio un cardinale solo perché omosessuale o nominare segretario particolare una donna, suor Mary (Diane Keaton), che ha allevato il piccolo Lenny come una madre.
Eppure, in tutto questo, c’è un fondo di autentica umanità che è ineludibile. Esempio ne sono la lettera del bambino americano che il Pontefice piega con cura e porta con sé – utilizzandola anche come “falsariga” per il suo discorso d’esordio – o lo strano potere con cui sembra in grado di addomesticare anche gli animali più selvaggi (come il canguro che adesso corre libero per i giardini vaticani).
A rendere ancora più pepata la trama, intorno a Pio XIII non mancano intrighi e antagonisti. Oltre al cardinal Spencer, che si è visto soffiare il soglio petrino dal suo protetto, nell’ombra si muove anche Voiello (un brillante Silvio Orlando), il potentissimo e chiacchierato segretario di stato, volgarmente attaccato al potere, eppure capace di misericordiosa tenerezza verso i più deboli.
A caldo, quando mancano ancora otto puntate al termine della serie, è impossibile, naturalmente, dare un giudizio definitivo. Come si è detto, e come ricorda lo stesso Pontefice all’inizio del primo episodio, The Young Pope, al pari di ogni uomo, è un grumo di spunti contraddittori, in cui convivono intuizioni interessanti e caricature un po’ troppo spigolose. Difficile intuire poi a cosa miri veramente Pio XIII, se tutto quello che fa, compreso ciò che sembra sulle prime ruvido o viscido, non sia invece finalizzato a un bene superiore (lo stesso Belardo, del resto, ha un passato immacolato, senza vizi o lati oscuri).
Sorrentino, almeno per il momento, riesce a smarcarsi dall’opposizione tradizionalismo-progressismo, ponendo lo scontro di idee su un piano superiore, quando si parla delle tormentate coscienze dei protagonisti, e inferiore, quando la politica vaticana si riduce a prebende e scelte di merchandising. Se Pio XIII, nel suo virulento appello a Dio pare allontanarsi da un certo umanitarismo ecclesiastico attuale, allo stesso tempo, però, la sua impassibile lucidità lo rende detestabile, quasi disturbante.
Tra tutti i papi immaginati dalla letteratura, dal cinema o dal teatro, Belardo assomiglia molto, soprattutto per questi ultimi aspetti, a Lando II, protagonista dell’oscuro The Translation of Father Torturo di Brendan Connel, un uomo senza difetti, attraente e fisicamente prestante, ma disposto a tutto per diventare Sommo Pontefice (l’accanito tabagismo, invece, accomuna Pio XIII all’Adriano VII di Frederick Rolfe “Baron Corvo”).
Dopo i primi due episodi, The Young Pope conserva il fascino di un intreccio ancora tutto da sciogliere e, non c’è da dubitarne, le sorprese non si faranno attendere.

da: www.radiospada.org

sabato 12 novembre 2016

Pubblichiamo una poesia di Vittorio Riera

HOMMAGE À HAMMAMET

Hammamet qui pleure et rit
qui danse qui chante
sous la lune étonnante
sur les dunes qui plongent
au vent frais des jasmins.

Couleurs d’Hammamet
parfums du soir
parmi le noir des hirondelles
et les chameaux au loin
courant lents lents
sur les sables dorés.

Musiques d’Hammamet
musique de la mer
mêlée au soleil
couchant dans l’azur
chaud des palmiers. Musiques
rares de rares instruments
dans l’air tiède de la nuit.

Visages d’Hammamet villages
couleurs parfums chansons.

Écoutons Hammamet écoutons...


Trad.: Hammamet che piange e ride / che danza e canta / sotto la luna stupita / sulle dune che si tuffano / nel vento fresco dei gelsomini // Colori d’ Hammamet / profumi della sera / fra il nero delle rondini / e i cammelli che lontano / corrono lenti lenti / sulle sabbie dorate. // Musiche d’Hammamet / musica del mare / che s’innalza al sole / morente nell’azzurro / caldo dei palmeti. Musiche / rare di rari strumenti / nell’aria tiepida della notte. // Volti d’Hammamet villaggi / colori profumi canzoni. // Ascoltiamo Hammamet ascoltiamo.