giovedì 18 gennaio 2018

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico

di Fabio Trevisan

Nel saggio letterario su Robert Browning (1812-1889) del 1903, Chesterton sin dal primo capitolo perorava l’età medioevale quale baluardo della ragione contro il razionalismo moderno (che rappresentava la decadenza ideologica della logica), come rinveniva in particolare nel Paracelsus di Browning: “Nel personaggio di Paracelso, Browning desiderava raffigurare i pericoli e le delusioni che attendono l’uomo che crede solo nell’intelletto. Desiderava illustrare la caduta del logico”.
Credo che sia abbastanza semplice collegare questo pensiero a ciò che Chesterton esprimerà successivamente e paradossalmente in Ortodossia del 1908: “Il pazzo non è colui che ha perso la ragione ma quello che ha perso tutto, tranne la ragione”. Uno dei bersagli favoriti di Chesterton era infatti la “testa” del logico, del razionalista, tanto che il personaggio di Innocent Smith nel romanzo Uomovivo era raffigurato appunto con una testa piccola e sproporzionata rispetto al resto del corpo. Il bersaglio era quindi il razionalismo dell’età moderna e la salvaguardia della logica medioevale: “La tradizione del Medioevo è il periodo più interamente e perfino dolorosamente logico che il mondo abbia mai conosciuto”. Chesterton, anche nei saggi letterari, continuava a porre a confronto la tradizione medioevale all’età moderna e desiderava difendere la logica dalle accuse ingiuste e ingiustificate: “La vita moderna accusa la tradizione medioevale di stritolare l’intelletto; Browning accusa quella tradizione di glorificarlo oltre misura”. Inutile dire da quale parte stesse Chesterton in quella disputa “intellettuale”.
Alcuni appassionati chestertoniani ritengono, come il sottoscritto, che i saggi letterari di Chesterton su Dickens, Blake, Browning, Chaucer, Shakespeare e altri costituiscono le opere più significative, più profonde del grande scrittore inglese. Chesterton infatti non era soltanto un avido lettore (in alcune biografie su di lui si parla che avesse letto più di 10.000 libri) ma un cultore fine di letteratura, che amava approfondire tutte le questioni più controverse nell’interpretazione delle poesie e dell’intera opera di ogni singolo autore che trattava. Si scontrava spesso con opinioni parziali e riduttive che osteggiava con la sua competenza, diremmo oggi, “professionale”. Partiva sempre da ciò che pensavano gli altri, dimostrandone le lacune e presentando un suo concetto di insieme che sovente sbalordiva e induceva alla riflessione e alla ponderatezza, come nel caso dell’interpretazione di Browning: “L’intera nostra opinione su Browning è destinata ad essere del tutto differente, e io ritengo del tutto falsa, se partiamo dall’idea che egli fosse ciò che i francesi chiamano “un intellettuale”…la sua concezione di sé non fu mai quella dell’intellettuale. Piuttosto si considerava un gagliardo e tenace combattente”.
Tenendo ferme le categorie di “intellettuale” (della modernità) e di “combattente” (della tradizione medioevale) è deducibile da quale parte stessero Browning e Chesterton. Chesterton vedeva e amava in Browning tutta quella poesia del quotidiano che lo avrebbe ispirato nella realizzazione di alcune sue opere di quel periodo di inizio ‘900, come ad esempio il saggio “The Defendant” oppure “Il Club dei mestieri stravaganti”: L’immaginario di questi poemi consiste, se ci è consentito gettare un rapido sguardo alla poesia d’amore di Browning, di strade suburbane, pagliette, rastrelli da giardino, bottiglie di medicinali, pianoforti, persiane, turaccioli bruciati, pellicce alla moda. Ma con questo metodo nuovo egli espresse pienamente il vero essenziale…la poesia d’amore di Browning è la più squisita poesia d’amore del mondo”. Robert Browning riportava quindi Chesterton a quell’Eden da cui Adamo ed Eva erano stati scacciati, alla constatazione della caduta del peccato originale e a quella santa nostalgia del pellegrino cristiano che venne descritta nelle Avventure di un uomo vivo.
Quella “tradizione della Caduta” (così ben rimarcata in Ortodossia) si innestava nella tradizione medioevale a tal punto da rinvenire nell’Eden del Medioevo un giardino, dove ognuno dei fiori di Dio – verità e bellezza e ragione – fioriva e ognuno aveva il proprio nome.

Matematici e scienziati uniti dalla fede

di Domenico Bonvegna

In una incisione del XVII secolo, viene raffigurato Galileo Galilei in una tetra prigione cui era stato condannato dal papa per aver scritto che la terra gira attorno al sole. E' un falso, perché Galileo non trascorse neppure un solo giorno in prigione. L'incisione farsa è pubblicata nel libro,“False testimonianze”, dal significativo sottotitolo:“Come smascherare alcuni secoli di storia anticattolica”, di Rodney Stark, sociologo delle religioni, pubblicato dalla casa editrice Lindau di Torino (2016).
Nel settimo capitolo,“Eresie scientifiche”, Stark sostiene che la stragrande maggioranza degli esponenti della cosiddetta “Rivoluzione scientifica” erano dei credenti, cristiani e perfino preti della Chiesa cattolica. Ne ha catalogato ben 52, tra questi luminari, solo uno era scettico, “ateo”. Per quanto riguarda Galileo, finì nei guai non per la sua scienza (l'Inquisizione spagnola non proibì mai i suoi libri), ma per la sua doppiezza.
Stark nel testo dimostra che il Medioevo, non era il tempo dei“secoli bui”, anzi in quei secoli è nata la scienza, soprattutto si studiava la filosofia naturale. La maggior parte dei teologi, insegnava anche filosofia naturale, al contrario dei Paesi islamici. Inoltre le università, nate nel Medioevo, gli scolastici studiavano la fisiologia umana, in particolare, la dissezione umana. La rivoluzione scientifica è il prodotto dei secoli precedenti. Infatti,“i grandi successi del XVI e del XVII secolo furono il frutto di un gruppo di studiosi di grande religiosità, che appartenevano a università cristiane, e le cui brillanti conquiste si basavano sull'inestimabile retaggio di secoli di brillante erudizione scolastica”.
Peraltro lo stesso Isac Newton, che viene considerato un grande esponente di quella rivoluzione, era assolutamente serio quando pronunciò la frase: “Se ho visto più lontano è perché stavo sulle spalle di giganti”. E di quei “giganti”, l'opera di Stark ne elenca alcuni.
Sono studiosi scolastici, scienziati, vissuti proprio nel medioevo come Roberto Grossatesta (1168-1253), vescovo di Lincoln, la più grande diocesi inglese. Fu quello che ha inventato il metodo scientifico. Un altro è Alberto Magno (1200-1280) un gigante della teologia, autore di 38 libri. Ruggero Bacone (1214-1294), francescano, indicato come “il primo scienziato”, scrisse l'Opus Maius, un testo stupefacente che arriva a 1.996 pagine. Una “vera e propria enciclopedia che copre tutti gli aspetti della scienza naturale”. In quest'opera per Stark c'erano importanti previsioni su future invenzioni quali microscopio, telescopio e macchine volanti. Un altro studioso è Guglielmo di Ockham (1285-1347), anche lui dell'ordine francescano, e poi altri fino a Nicolò Copernico (1473-1543). Certamente si tratta di un lungo cammino di studiosi che non erano laicisti ribelli.“Non solo si trattava di buoni cristiani, ma tutti erano preti o monaci, se non addirittura vescovi e cardinali”.
Sullo stesso tema, l'anno scorso è stato pubblicato un libro, “Il misticismo dei matematici. Da Pitagora al computer”, edito da Cantagalli (2017), l'autore è Francesco Agnoli, docente e scrittore, collabora con quotidiani nazionali, autore di diversi e e interessanti libri. Il testo mette insieme diversi studiosi di matematica tra i più importanti del mondo occidentale.“I numeri, a quanto pare, dimostrano la presenza del divino nel mondo”.
Agnoli, con il suo notevole stile divulgativo, in soli 140 pagine, ha costruito una piccola enciclopedia sintetica, fatta di brevi ed efficaci schede sulla vita e il pensiero di alcuni immensi scienziati e logici europei, specialmente versati nelle matematiche, ma che hanno ragionato anche di mistica. Il saggio mostra quanto costoro, non furono in nulla atei, laicisti alla Odifreddi o chiusi alla trascendenza e al divino. Anzi il giornalista riscontra un fattore comune in questi scienziati: si caratterizzavano per il loro continuo anelito a conoscere il Creatore.
Sostanzialmente,studiando le leggi di natura, costoro compresero che vi era un Dio creatore, che creò il mondo secondo leggi e formule matematiche. Ci furono matematici, come Pascal, che credettero così al Dio cristiano e altri, come Godel, il noto logico del XX secolo, in un’Entità creatrice, fredda. Praticamente,guardando ai numeri, alla fine hanno scoperto l’Eterno”.
Il testo di Agnoli ristabilisce la verità che non c'è nessuna incompatibilità tra la vera fede e l'autentica scienza, tra la ragione e la religione, tra vero progresso e amore per la tradizione. 
La matematica inizia con Pitagora, e “con lui e in lui è strettamente connessa con una particolare forma di misticismo - ricorda Bertrand Russell - la matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in una eterna ed esatta verità[...]”. Sono in tanti i nomi della scienza, a ribadire sui media il fondamentale ateismo dei più grandi matematici della storia antica e moderna. Anche noi siamo indotti a credervi: pensiamo che questi grandi “cervelli” fossero dediti ai numeri e alla materia, ignorando completamente la spiritualità.
Il libro di Agnoli ribalta questa prospettiva, svelandoci una verità “scomoda”. Di più, da Keplero a Cartesio, da Pascal a Leibniz, da Cantor a Gödel, i veri mostri sacri del numero furono dei credenti appassionati e appassionanti, e a volte dei quasi-mistici, e lo furono proprio in quanto matematici e profondi conoscitori della realtà fisica-materiale dell’universo.
Agnoli dimostra, proprio attraverso “il misticismo dei matematici” che la scienza non sta mai contro la tradizione, l’etica e la religione, e in tal senso Einstein ebbe ragione nel dichiarare che un tempo verrà in cui gli autentici scienziati saranno le persone più religiose del mondo. Poiché sapranno che al di là dei limiti della conoscenza e della non-conoscenza, esiste la certezza di un ordine trascendente, intuibile da tutti, esauribile da nessuno.
Leggendo la piccola enciclopedia di Agnoli ci sono alcune curiosità interessanti sui vari matematici, come quella scoperta da Keplero, sui fiocchi di neve, che hanno tutti sei punte, mai cinque o sette, tutti diversi, tutti straordinariamente belli e simmetrici. Altrettanto interessante è poi lo studio sugli alveari delle api, delle loro celle esagonali. Qualche perplessità suscita la fede di Cartesio, e il suo “misticismo matematico”. Ma poi c'è l'altro gigante della filosofia e della scienza che Blase Pascal, giovanissimo, per aiutare il padre nel calcolo delle imposte, inventa la prima macchina calcolatrice, la “Pascalina”,il più antico antenato del computer (per questo è considerato il precursore dell'informatica).
Qualcuno di questi scienziati, per opera dei giacobini, ha perso la cattedra, causa la sua fedeltà alla Chiesa cattolica, si tratta di Paolo Ruffini (1765-1822).
C'è posto anche per il più grande matematico del XX secolo, Alexander Grothendieck, (1928-2014), dalla vita quasi romanzesca, nasce a Berlino, figlio di Alexander Shapiro (1890-1942), ebreo russo-ucraino, anarchico-comunista, che ha partecipato ai moti antizaristi del 1905, in seguito  condannato a morte dai comunisti bolscevichi e poi ucciso ad Aschwitz nel 1942.

Alla fine dell'introduzione del libro, si chiede Agnoli: che cos'è la matematica? La matematica “promuove le facoltà sia intuitive che logiche”, sviluppa “attitudini sia analitiche che sintetiche” e determina “abitudine alla sobrietà, precisione del linguaggio” e “gusto per la ricerca della verità”.

mercoledì 17 gennaio 2018

Chi ha il coraggio di fare la rivoluzione o la controrivoluzione nella scuola

di Domenico Bonvegna

Probabilmente il tema dell'emergenza educativa è tra quelli più discussi, ma questo non è bastato a far prendere quei necessari provvedimenti nella scuola e nella società tutta. In queste vacanze natalizie ho letto un testo che si occupa proprio della scuola, dell'educazione, dell'insegnamento, della difficile professione dell'insegnante, dei genitori, delle famiglie. Il titolo del saggio: “Emergenza Educazione. Una sfida per docenti, famiglie e mondo politico, analisi e proposte”, di Roberto Pasolini, con prefazioni di Rocco Buttiglione e Onorato Grassi, edito da Associazione Thomas More di Milano. (2010). Successivamente pubblicato da Elledici.
Il professore Pasolini, è uno dei protagonisti della scuola milanese e nazionale, si prodiga con pazienza educativa, a sviscerare, uno per volta, gli aspetti, grandi e piccoli, delle vicende scolastiche, offrendo, per ciascuno di essi, acute e pertinenti analisi, che certamente il lettore apprezzerà. Il prof propone un testo agile elaborato attraverso la forma dell'intervista predisposta da Luigi Meani, uno strumento utile per le argomentazioni esposte nei cinque capitoli. Un testo dedicato soprattutto a coloro che vivono l'educazione come vocazione e impegno. Il lettore, sia esso insegnante, genitore, allievo o semplice cittadino, troverà non poche informazioni e riflessioni su un mondo che bene o male ha spesso a che fare. Pertanto, riflettere sul tema dell'educazione oggi è necessario, perché “nell'educare si gioca il presente, ma sopratutto si gioca l'avvenire dei figli e delle generazioni future”, scrive Pasolini nell'introduzione.
Ripercorriamo brevemente alcune risposte del professore alle domande poste da Meani. Le riflessioni anche se fatte qualche anno fa, e magari già sentite o lette in altri contesti, sono utili per affrontare l'annosa e spinosa questione educativa.
Nel 1° capitolo Educazione e Scuola”, si affronta il problema internet e come responsabilizzare i ragazzi al suo uso corretto. Questioni aperte di non facile soluzione. Alla“scuola di massa”, alla “scuola gregge”, che abbassa il livello di studio, d'impegno e di conoscenza, il professore lombardo, indica la strada che porta a eliminare“la massificazione degli approfondimenti, puntare sulla diversificazione e sulla valorizzazione come vero stimolo ad un apprendimento capace di creare aspettative. L'utopia del 'tutto uguali' è solo foriera di mortificazioni [...]”. Per Pasolini, bisogna dare “a tutti le indispensabili conoscenze di base, è doveroso puntare sulla personalizzazione e sul progresso negli studi sulla base del merito per dare il giusto stimolo ai capaci e, spesso, far scattare anche qualche effetto fruttuoso di emulazione negli studenti un po' meno bravi”. Il professore insiste:“bisogna avere il coraggio culturale di […]rompere il circolo vizioso, utopistico e per certi versi assurdo, che tutti devono poter lavorare in qualunque posizione professionale, anche se non ne hanno le capacità”.
L'autore del saggio affronta il tema del bullismo, della violenza nelle scuole, delle aggressioni, anche agli insegnanti, degli atti vandalici all'interno delle scuole. Il testo riporta i dati inquietanti di un'inchiesta fatta sulle scuole di Milano e provincia, dove risulta che l'81% degli studenti avverte un pesante disagio al solo pensiero di dover andare a scuola e che il 94,6% del campione dichiara di essere stressato e l'89,6% di essere annoiato. A fronte di questo ampio tragico panorama, la scuola deve rispondere, ma non solo lei. Servono “famiglie capaci di trasmettere e testimoniare valori, politici più credibili ed affidabili [...]”. Sostanzialmente oggi “i giovani non hanno più  riferimenti, mancano gli esempi di persone autorevoli”. Certo la scuola può fare molto, per dare credibilità alla sua funzione, per farla ritornare a quel “luogo di incontri che non si dimenticheranno per tutta la vita”.
Pasolini propone “veri maestri”, a questo proposito, fa riferimento ad un articolo della giornalista Isabella Bossi Fedrigotti: “I nostri figli senza maestri”. La giornalista critica gli errori degli adulti ridotti a proporre come ideali forti, la squadra di calcio, il finire in Tv o un certo tipo di abbigliamento.“Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perchè per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero”.
Nel 2° capitolo, “Educazione e insegnanti”, si entra nel merito della didattica scolastica, del ruolo dell'insegnante. Il maestro dovrebbe trasmettere agli studenti la passione ad apprendere e ad approfondire la disciplina che insegna. Bisogna combattere,“il graduale appiattimento della classe docente da professionale a classe impiegatizia, mal retribuita, che ha generato un contesto lavorativo privo di stimoli, pieno di demotivazione, oppresso dalla burocrazia, nel quale la sindacalizzazione profonda ha avuto buon gioco, una sindacalizzazione incapace di leggere la reale necessità professionale dei docenti di mettere in atto le giuste strategie e che si limita alla garanzia del posto[...]”.
Tuttavia per l'esperto professore bisogna“valorizzare la professionalità docente, ridarle lo status sociale di primo piano, rimotivare il lavoro dei docenti è indispensabile per ridare slancio a tutto il sistema, per ridare l'entusiasmo di apprendere ai nostri giorni[...] Abbiamo bisogno di ritrovare docenti appassionati e, quindi, capaci di trasmettere interesse ai giovani e far loro scoprire il valore della cultura”. E' evidente che il riconoscimento economico diventa importante se non fondamentale per il docente. Anche se prima forse occorre dare dignità professionale agli insegnanti, e qui Pasolini, ricorda i tempi quando il maestro, al pari del maresciallo dei carabinieri, del medico condotto, del parroco, erano i “pilastri” del territorio.
Nel capitolo si auspica una vera e propria rivoluzione culturale:“occorre ritornare a valorizzare l'eccellenza. Occorre innalzare i livelli medi di apprendimento. Occorre che in ogni scuola possano formarsi gruppi di studenti eccellenti che abbiano loro per primi la passione, di apprendere [...]”. Per il professore, è auspicabile,“rompere il meccanismo dell'egualitarimo, frantumare la convinzione ideologica che giustizia sociale significhi stesso livello culturale per tutti”.
Pasolini affronta la questione del metodo educativo, come “interessare” lo studente allo studio delle discipline. Se gli studenti non rendono, la colpa è dei docenti che non li sanno interessare, è il solito slogan ripetuto dalle famiglie, con lo scopo di difendere i propri figli. Naturalmente il professore è consapevole che tra gli studenti esistono disagi e difficoltà oggettive, originate dalla mancanza di “autostima”, di non volersi mettere in gioco, dalla paura della sconfitta.
A queste mancanze si dovrebbe  intervenire con la didattica personalizzata, abbinata ad un rapporto personale capace di creare fiducia e soprattutto far capire allo studente che si ha fiducia in lui e nelle sue capacità di raggiungere obiettivi come tutti.
In “Educazione e Famiglia”, si affronta l'influenza della famiglia sull'educazione dei ragazzi.
Qui l'autore fa riferimento ai continui richiami del Magistero della Chiesa, in particolare a Benedetto XVI. I ragazzi di oggi sono figli, nipoti di quella generazione del 68, di quella cultura, espressa nel festival di Woodstock, che ha vissuto il forte tentativo di distruggere i valori che per secoli sono stati il punto di riferimento dell'educazione di tante generazioni. Lo storico Renzo De Felice ripeteva spesso che “i danni provocati dal 68' non sarebbero stati rimarginati in meno di cinquant'anni. Il principale prodotto della vittoria dell'ugualitarismo sul merito, infatti, è stato un profondo livellamento verso il basso di studenti e docenti”. Morale: per cambiare la nostra società, ciò che è immobile, non abbiamo alternative: “Dobbiamo abolire il 68”.
Quegli anni secondo Pasolini “hanno avuto un notevole impatto sulla cultura e sui costumi contemporanei e fatalmente si sono insinuati nel modo di pensare, nel modo di agire, nel modo di educare, ed hanno provocato l'inevitabile disgregazione sociale derivante dal non aver neanche cercato di sostituire i valori che si tentava di distruggere, Dio, Patria e Famiglia, con altri che dessero al contesto sociale un valore etico e morale di riferimento”.
Pertanto è evidente che non si può trasferire alla scuola tutta la responsabilità educativa. Il prof affronta la grave questione della inadeguatezza del ruolo educativo dei genitori. E' diffuso all'interno delle famiglie il permissivismo, poca fermezza, c'è un ampio “relativismo etico e morale”, più volte ribadito dal papa emerito Benedetto XVI.
In “Educazione e Società”, si affronta la questione del dare un senso all'educare, un nuovo slancio di passione per educare e soprattutto per lo studio. Per far riacquistare il gusto del “sapere per il sapere”, il gusto per lo studio, anche se questa ipotesi, potrebbe essere utopistica nell'attuale condizione della nostra società.
La scuola di oggi rischia di perdere il suo ruolo fondativo, lo sosteneva la giornalista Ida Magli: “Tutto quello che non so, l'ho imparato a scuola”, e affermava pessimisticamente: “E' passato il tempo, è cambiata la società, è cambiato il modo di vivere e la scuola è rimasta fuori della storia, fuori dalla realtà. Tanti ministri di buona volontà si sono succeduti, ognuno con la propria riforma, ma nessuno ha avuto il coraggio di una RIVOLUZIONE. Per questo il risultato è stato sempre quello che non poteva non essere: terapie su un cadavere”.
In questo capitolo Pasolini, risponde alle domande, forse tra le più significative, fondamentali per la Scuola, per la società. “Perché i ragazzi di oggi riconoscono sempre meno il valore dello studio? Lo studio è fatica, fatica nel leggere, fatica nel comprendere, fatica nel trasferire, fatica nel memorizzare e fatica nel far sedimentare il sapere dentro di sé. Perché per molti giovani sembra essere venuta meno questa necessità che impegnarsi attivamente nell'archiviare conoscenze dentro di sé?”. Potremmo rispondere: “perché ti chiedono a cosa serve e tu non sai dare una risposta convincente. Occorre motivare ad apprendere”. Tuttavia non solo lo studio, ma anche la lettura semplice è in crisi. “Leggere richiede un tempo che nella nostra società non esiste più”. E' in crisi la lettura dell'approfondimento. Molte colpe sono da attribuire a internet, a Google, al “copia e incolla”. Anche se bisogna far comprendere l'utilità,“sia di una gran quantità di informazioni acquisite in tempo veloce, sia la capacità di lettura, vissuta riga per riga, pensiero per pensiero che offre il desiderio di conoscere ed approfondire, 'vivendo' il libro e il suo autore.
Allora per concludere quali ipotesi, soluzioni, opportunità, sfide e decisioni si debbono metter in campo per far sì che l'educazione diventi veramente una priorità per il nostro Paese? Il testo cerca di rispondere alla domanda. Propone una grande mobilitazione coinvolgendo docenti, dirigenti scolastici.“Contestualmente sarà indispensabile avviare un processo di cambiamento che punti a ridare dignità sociale alla professione docente: selezione d'ingresso per i 'vocati', ed appassionati, riconoscimento economico in relazione al merito ed alla professionalità mostrata, valutazione degli esiti, team riconosciuti e remunerati sui risultati per la ricerca sull'innovazione didattica nelle scuole, riallineamento delle retribuzioni alla media europea, sono gli indispensabili obiettivi da porsi”.
Il secondo passo potrebbe essere il varo di norme coraggiose, anche “estreme” come la chiusura delle scuole mal gestite che rifiutano lo sforzo dell'innovazione. Assunzione diretta dei docenti, valorizzazione delle risorse umane, responsabilità della gestione, rendiconto sulla base dei risultati ottenuti. In pratica secondo il prof Pasolini bisogna utilizzare certe “pratiche” consolidate nelle istituzioni paritarie, pratiche che potrebbero essere trasferite anche alla scuola statale, con tutti i benefici ben immaginabili.
Un altro passo potrebbe essere quello dell'abolizione del valore legale del titolo di studio, anche se non è facile, per quella “radicata mentalità del diritto al posto, legato a scelte di 'graduatoria', in un paese come il nostro governato da una gerontocrazia con tutte le sue rendite di potere e disposizione, a volte aiutata da una certa complicità delle famiglie che vogliono, ad ogni costo, assicurare ai propri figli un diploma dotato di valore legale, ma – ricorda Pasolini – il sistema deve essere liberato da questo laccio, da questo falso valore per poter sprigionare potenzialità e motivare dovutamente la valorizzazione di conoscenze e competenze acquisite”.
Pasolini conclude il suo saggio allegando un documento “educativo”, si tratta di una lettera del 21 gennaio 2008 del Santo Padre Benedetto XVI alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione, motivando la scelta con le seguenti parole: “scritto da un 'maestro', che da tempo ricorda a tutti il dovere di affrontare con determinazione ed 'amore' questa emergenza. Una 'lezione' per tutti coloro che, credenti e non hanno a cuore un futuro migliore per nostri figli”.
Comunque il tema potrebbe risolversi soltanto con questa eccellente riflessione di san Giovanni Bosco, posta nel retro-copertina:“se la gioventù sarà rettamente educata, vi sarà ordine e moralità, al contrario: vizio e disordine. Io ho consacrato tutta la mia vita al bene della gioventù, persuaso che dalla sana educazione di essa dipende la felicità della nazione”.


giovedì 11 gennaio 2018

Intervista di Simonetta Trovato a Tommaso Romano sul Giornale di Sicilia

Di seguito l'intervista rilasciata da Tommaso Romano a Simonetta Trovato sul Giornale di Sicilia di oggi su "Palermo Capitale della Cultura".


martedì 2 gennaio 2018

L'Italia per l'immigrazione clandestina, rischia di diventare uno “stato canaglia”.

 di Domenico Bonvegna

Il ministro Minniti recentemente ha detto che per l'immigrazione non si può parlare di emergenza ma si tratta“ormai un dato strutturale.“Un’affermazione che deve preoccupare  - scrive Gianandrea Gaiani - poiché a pronunciarla è stato l’unico esponente dell’attuale governo che ha cercato di porre un freno ai flussi incontrollati[...]”. (G. Gaiani, “Minniti si arrende all'immigrazione strutturale”, 21.12.17, LaNuovaBQ.it)
 Anche se quest'anno sono arrivati meno “migranti” rispetto al 2016, non c'è nulla di incoraggiante, quando uno Stato accoglie“quasi 120mila immigrati illegali, il cui unico “merito” è aver pagato criminali per raggiungere l’Italia”. Certo gli accordi con la Libia hanno frenato le partenze,“ma come fa uno Stato a non definire un’emergenza un flusso gestito da criminali che porta in Europa immigrati illegali, criminali e terroristi? Uno Stato può definire “strutturale” il crimine solo se ne è complice e, viste le dimensioni del problema e l’impatto finanziario, sociale e sulla sicurezza l’Italia rischia ormai di diventare uno “stato canaglia” che incoraggia e alimenta traffici criminali strettamente legati al terrorismo islamico”.
Ormai tutto il mondo conosce le modalità dei viaggi degli emigranti. I filmati che sono circolati anche in Africa, mostrano gli emigranti africani arrestati e venduti come schiavi in Libia. Peraltro questo ha provocato la reazione di vescovi e capi di Stato, soprattutto in Nigeria da cui parte la maggior parte degli emigranti che tentano la fortuna in Europa.
Sull'argomento ho letto un ottimo dossier del giornalista Domenico Quirico, “Esodo. Storia del nuovo millennio”, Neri Pozza editore (2016) Quirico ha viaggiato in compagnia dei migranti e racconta le loro condizioni disumane nei principali luoghi da cui partono, e in cui sostano o si riversano. E' il racconto in presa diretta dell'Esodo che sta già mutando il mondo e la storia a venire.“Parti intere del pianeta si svuotano di uomini e di rumori, di vita: negli squarci sterminati di Africa e di Medio Oriente”. Per Quirico,“è la Grande Migrazione. Forse cambierà il mondo, ma quando ce ne accorgeremo sarà già in noi. Sarò già in noi il popolo nuovo”.
Quirico racconta le lunghe attese per andare a Lampedusa.“Il clandestino è un uomo che aspetta”, E' un uomo che“attende di avere la cifra per potersi pagare il viaggio, attendi il mediatore che ha il compito di organizzarlo, il passeur con il prezzo giusto”.
Interessante la descrizione dei passeur:“ogni passeur ha la sua rete, il suo tratto di percorso, i suoi soldati poliziotti funzionari capi tribù con cui è in affari. Quando ha concluso la sua parte, lascia ai migranti un indirizzo: è il collega che li aiuterà, se hanno il denaro a compiere il percorso successivo[...] “La sua macchina utensile in questo deserto senza industrie sono gli esseri umani che fuggono. Lui li ingrana, li sgrana, li sposta, comanda e lusinga, li uccide e li abbandona sicuro di conoscerli nelle loro minime rotelle. Li usa. Va fiero di esserne il padrone e di disporne mentre loro sono polvere e pietre”.
Nel libro Quirico fa la storia di uomini e donne che hanno tentato il lungo e pericoloso viaggio attraverso il deserto e poi nel mare.“Qui, mentre il chiasso si fa assordante, senza garbo né grazia, e svia e annulla perfino la pietà, scopri come l'uomo sia diventato una cosa che si prende, che si deporta, si dovrebbe dire si importa e che si esporta come un oggetto[...]”.
E' risaputo che“tra gli immigrati illegali si celino foreign fighters in fuga da Iraq, Libia e Siria (infiltrazioni in realtà già note da oltre quattro anni, e ammesse dallo stesso Minniti) e il crescente fenomeno degli sbarchi fantasma da Tunisia e Algeria, sulle coste siciliane e sarde, non fa che rafforzare questa preoccupazione. Che si aggiunge alla certezza che i flussi migratori illegali dal Nord Africa siano da tempo una vera “autostrada del crimine”, come conferma l’affermarsi nel nostro paese della mafia nigeriana e di altre organizzazioni criminali marocchine e tunisine che utilizzano i “migranti” africani come manovalanza”. (Ibidem)
La maggior parte degli sbarcati provengono da Paesi non in guerra e neppure in preda a carestie. Minniti e compagni ci esortano a non drammatizzare, per non dare spazio al “populismo”. Eppure quella della sicurezza è un vero rischio, per esempio,“c'è il rischio concreto che lo Stato perda in molte aree urbane il controllo del territorio, non certo di un problema “inventato” dalla propaganda populista o di una fake news”.
Per Gaiani,“Sono gli stessi immigrati illegali voluti dal governo a dare adito ai “populismi” assorbendo risorse inaccettabili in un momento di profonda crisi economica e sociale, come quello che attraversano gli italiani, e creando problemi di sicurezza e ordine pubblico. Difficile evitare populismi e rabbia popolare se si spendono oltre 4 miliardi all’anno per accogliere chiunque paghi criminali per venire in Italia, spesso senza neppure sapere chi sono realmente i clandestini accolti e si buttano altri denari pubblici persino per dare loro un lavoro nelle aree più disperate del Meridione, dove la disoccupazione degli italiani è alle stelle”.(Ibidem)
Forse è la prima volta nella storia in cui un paese accoglie immigrati su vasta scala senza avere un boom economico che richieda braccia e forza-lavoro. Non era mai successo che uno stato rinunci a scegliere la provenienza degli immigrati. Inoltre,non era mai successo accogliere tanti immigrati provenienti da un mondo islamico che ripudiano la nostra società e i suoi valori liberali e democratici e già oggi costituisce il più grave problema di sicurezza per l’Occidente.
Infine Gaiani si chiede polemicamente, e con una forte dose ironica, se per caso,“Col termine “governare i flussi” Minniti intende forse dire che occorre far sbarcare gli immigrati illegali un po’ alla volta? Ma allora basta che il governo Gentiloni si metta d’accordo coi trafficanti per un numero ragionevole (diciamo 10mila?) sbarchi “strutturali” al mese. Invece di accordarsi in Libia con Fayez al Sarraj e il suo traballante governo o invece di cercare un’intesa col generale Khalifa Haftar, per “governare i flussi” Roma dovrebbe trattare direttamente coi trafficanti, magari utilizzando qualche Ong come intermediari”. (Ibidem)
In questo modo non si fa altro che trasformare l’Italia in una via di mezzo tra il Far West e la Somalia”, e così probabilmente,“le lobby del soccorso e dell’accoglienza tanto care all’attuale maggioranza di governo ingrasserebbero felici”.
I filmati degli africani trattati come bestie ha suscitato un'ondata di indignazione, in particolare tra i vescovi africani che hanno denunciato questo esodo massiccio di giovani africani verso il continente europeo. In particolare Monsignor Benjamin Ndiaye, arcivescovo della capitale del Senegal Dakar. Il 25 novembre scorso ha detto:“Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano – ha detto – tutto questo deve finire”.
Insieme alla Nigeria, il Senegal è uno dei paesi africani da cui partono alla volta dell’Italia più emigranti clandestini. Secondo Monsignor Ndiaye tutte le autorità religiose devono fare la loro parte e devono collaborare affinchè i giovani si impegnino nello sviluppo dei rispettivi paesi:“è meglio restare poveri nel proprio paese – ha detto – piuttosto che finire torturati nel tentare l’avventura dell’emigrazione”.
Infine Monsignor Ndiaye ha lanciato un appello a tutte le personalità autorevoli affinchè si impegnino in attività di sensibilizzazione per far capire ai giovani i pericoli dell’emigrazione clandestina. Lui stesso si è rivolto ai giovani:“cari ragazzi – ha detto – tocca a noi costruire il nostro paese, tocca a noi svilupparlo, nessuno lo farà al posto nostro”. (Anna Bono, I vescovi africani agli emigranti: restate e create ricchezza, 21.12.17, LaNuovaBQ.it)
Ha reagito anche il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari. Il capo di stato si è detto inorridito al vedere i suoi connazionali“trattati come capre, venduti per pochi dollari”. Ha quindi dichiarato che tutti gli emigranti nigeriani bloccati in Libia e altrove saranno riportati a casa e verranno reinseriti nella vita sociale ed economica del paese. Inoltre ha giurato che farà tutto il possibile per impedire che altri nigeriani intraprendano il pericoloso viaggio verso l’Europa: combatterà la corruzione, sconfiggerà definitivamente Boko Haram e altri gruppi armati, migliorerà i servizi pubblici, a partire da quello scolastico.
Sono intervenuti altri vescovi nigeriani, richiamando sia il governo che la popolazione alle loro responsabilità. I vescovi auspicano che si faccia un'opera di convinzione sui tanti giovani, facendogli capire“che c’è più speranza di vita in Nigeria di quanta pensino di trovarne in Europa o altrove. Il paese ha ricchezze e risorse immense. I nigeriani non dovrebbero ridursi a mendicanti andandosene alla ricerca di una ricchezza illusoria all’estero”.
I vescovi insistono che è più conveniente rimanere nel proprio paese.“Incominciamo a sviluppare il nostro paese in modo da renderlo un luogo in cui è desiderabile e piacevole vivere, facciamo in modo che siano gli stranieri a voler venire da noi”. Pertanto, “Ai tanti giovani che non vedono l’ora di andarsene Monsignor Bagobiri ha consigliato di non sprecare denaro per un viaggio rischioso, un progetto senza prospettive:“se i nigeriani emigrati clandestinamente, invece di spendere così tanto per il viaggio, avessero investito quelle somme di denaro in maniera creativa in Nigeria, in attività economiche, adesso sarebbero degli imprenditori, dei datori di lavoro. Invece sono ridotti in schiavitù e sottoposti ad altre forme disumane di trattamento in Libia.




sabato 30 dicembre 2017

Per il centenario della rivoluzione d'ottobre, alleanza cattolica racconta la storia del comunismo e dell'anticomunismo.

di Domenico Bonvegna

“Per non dimenticare che è esistita una ideologia e un movimento che hanno prodotto nella storia almeno cento milioni di morti e continuano a produrne dove sono al potere”, la rivista “Cristianità”, organo ufficiale Alleanza Cattolica, ha dedicato quasi totalmente l'ultimo numero (n.387, settembre-ottobre 2017) a temi che riguardano il comunismo in Russia e nel mondo.
Per Marco Invernizzi, che ha firmato il primo intervento (“Comunismo e anticomunismo nella storia della Rivoluzione”), la Rivoluzione d'Ottobre è iniziata il 7 novembre 1917. Il partito bolscevico subito incontra una forte resistenza, che nel 1918 darà corso a una guerra civile, “la più importante e cruenta del secolo XX”. Una guerra che verrà combattuta su un territorio, con “circa tre milioni di morti, che diventano undici se si tengono conto le carestie conseguenti: essa cambiò la vita di oltre mezzo miliardo di persone ridisegnando la geografia politica dell'Europa, dell'Estremo Oriente e dell'Asia Centrale”. Una storia poco studiata e poco raccontata per Invernizzi, che subito precisa:“il comunismo non è un'idea gentile che viene proposta ai popoli, ma una rivoluzione, cioè il tentativo di scardinare radicalmente, non di riformare, la società esistente e di creare un 'uomo nuovo', completamente altro rispetto al precedente. E di fare ciò con la violenza”.
La seconda precisazione è che la violenza comunista, genera una resistenza, una reazione anticomunista, dovuta a una necessità di sopravvivenza.
Il comunismo non nasce nel 1917 e neanche sul “treno piombato” che riporta in Russia i dirigenti del partito bolscevico. Il socialismo nasce molto tempo prima, come spiega Igor Rostislavovic Safarevic,“trova un ruolo nella Rivoluzione francese, dove annuncia che il futuro sarà comunista attraverso la Congiura degli uguali di Francois-Noel 'Gracchius' Babeuf, e dove si forma il primo rivoluzionario di professione italiano, Filippo Buonarroti”, e poi naturalmente con Karl Marx ed Friedrich Engels.
Invernizzi cerca di spiegare il “vero” anticomunismo: che non è quello delle motivazioni personali o quello ideologico. A questo punto fa riferimento al nazionalsocialismo tedesco e al fascismo italiano, “fenomeni che ancora comunemente si associano di preferenza all'anticomunismo”. Invece secondo Invernizzi,“sono concorrenti del comunismo perché perseguono anch'essi – con gradi diversi di malizia ideologica – una rivoluzione che vuol modificare quella stessa società che i comunisti vorrebbero abbattere”. .Tanto è vero che i comunisti sovietici e i nazionalsocialisti tedeschi furono alleati per due anni con il cosiddetto Patto Molotov-Ribbentrop.
“L'anticomunista che vorrei disegnare – scrive Invernizzi – è colui che reagisce a un'ingiustizia, che non riesce a sopportarla. Quando nelle scuole e nelle università italiane, dopo il 1968, tornò di moda il comunismo nella versione maoista e si scatenò quasi immediatamente la violenza intrinseca all'ideologia rossa, con l'esclusione degli anticomunisti da ogni agibilità politica e la minaccia della loro incolumità fisica, si capì abbastanza facilmente che dare del 'fascista' era un modo efficace per impedire la resistenza degli anticomunisti alla violenza che si stava instaurando come metodo. Così molti anticomunisti furono bollati come 'fascisti' senza che lo fossero”.
Invernizzi fa riferimento ad un anticomunismo quasi nobile, che doveva essere educato.“Bisognava far capire come il comunismo fosse la tappa di un processo e come fosse necessario spostare l'attenzione sul processo, anche perché la fase comunista della Rivoluzione in quel frangente era oggettivamente in difficoltà e stava concludendosi sotto il profilo ideale, anche se non ancora militarmente”.
Bisognava farlo capire ai tanti giovani che nel secondo dopoguerra avevano trovato in Italia, le forme espressive dell'anticomunismo in quei movimenti neofascisti e nella Chiesa cattolica. A questo proposito, Invernizzi cita il valoroso anticomunismo dei Comitati Civici di Luigi Gedda, che successivamente furono silenziati, dalla sinistra della DC e da una certa componente progressista all'interno del mondo cattolico. Infine i due partiti, la DC e il MSI, “entrambi dal carattere tecnicamente “fascistico”, ossia con diverse anime ideologiche e raggruppamenti al loro interno”.
Molti giovani preferirono“l'anticomunismo del MSI, più schietto e meno strumentale di quello democristiano”. E arriviamo agli anni 60, quando all'interno del mondo anticomunista comincia ad essere presente Alleanza Cattolica, nata attorno a giovani piacentini, guidati da Giovanni Cantoni. Chiaramente il gruppo cattolico non si occupò solo della “questione comunista”. “Il mondo occidentale allora era alla vigilia di una svolta culturale di proporzioni epocali, che avrebbero cambiato completamente il destino dell'Occidente ma anche della stessa Rivoluzione”. Si profilava la cosiddetta Rivoluzione culturale del 1968, che aveva come principale obiettivo“il mutamento dell'identità dell'uomo e dei suoi legami con Dio, con se stesso,, con gli altri uomini e con i beni materiali”. Sostanzialmente il 68 colpiva l'uomo nella sua interiorità.
Poi con la rivolta operaia di Solidarnocs in Polonia, la prospettiva “bolscevica” dovette battere in ritirata, grazie alla presidenza degli Stati Uniti di Ronald Wilson Reagan e soprattutto al grande magistero di san Giovanni Paolo II.
Peraltro la Chiesa aveva già intuito il clima culturale della rivoluzione antropologica del 68 con una Lettera dei vescovi italiani sul Laicismo, pubblicata nel 1960. I cristiani ignoravano i principi elementari della fede e proprio su questo punto intervenne il Concilio Vaticano II, avviando la nuova evangelizzazione del mondo occidentale con il discorso di apertura di san Giovanni XXIII, l'11 ottobre 1962.
“La Chiesa non aveva di fronte soltanto la questione comunista, - scrive Invernizzi – ma una radicale sfida culturale che minacciava la persona e i suoi fondamenti antropologici e sociali essenziali”.
Con il passare degli anni la maggioranza dei popoli occidentali hanno abbandonato la fede e quindi era importante, necessario “tornare ad annunciare Cristo a un mondo non più cristiano, nel quale i cristiani rimasti erano una minoranza che però stentava, e stenta ancora, ad assumere le caratteristiche missionarie tipiche delle minoranze”.
Tutto si è svolto in un ventennio (1968-1989). In Italia accanto alla rivoluzione antropologica, compresa quella sessuale, vi era quella del terrorismo comunista delle Brigate Rosse. Invernizzi fa riferimento a quelle minoranze di intellettuali cattoliche, compresi sacerdoti e vescovi, filo-modernisti e filo-comunisti, che sostennero il mantenimento della legge sul divorzio in occasione del referendum abrogativo del 1974.
E' importante ricostruire quel clima sociopolitico religioso di quel periodo per capire come si è mossa Alleanza Cattolica, che fece riferimento agli studi del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira e in particolare al suo saggio più importante, “Rivoluzione e Controrivoluzione”.
L'associazione cattolica, fondata da Giovanni Cantoni, cominciò ad operare su due fronti, quello dell'anticomunismo e quello della questione antropologica. Il primo fronte “era abbondantemente sguarnito, perché nella Dc era in corso un processo di spostamento a sinistra cominciato negli anni 1960 e culminato nella politica di 'compromesso storico', volta ad introdurre il Partito Comunista Italiano (PCI) nell'area di governo[...]mentre nella Chiesa era in corso una politica di 'dialogo' verso i Paesi comunisti, detta Ostpolitik vaticana, che mirava a dare maggiore protezione ai fedeli che vivevano oltre la Cortina di ferro[...]”. Su questa linea politica ancora si discute.
Poi arrivò il Papa venuto dal'Est, e ci fu il cambiamento sia ecclesiale che politico. “Papa Wojtyla cercò sempre di parlare ai popoli, invitandoli a scoprire le loro radici storiche e culturali e a non lasciarsi sopraffare da chi le voleva sradicare”. Gli anni 80 furono decisivi per la sconfitta del comunismo. Le vicende polacche, la sconfitta militare sovietica in Afghanistan, la presidenza Reagan negli Usa, e poi la glasnot e la perestrojka di Gorbacev, che in pratica cercavano di salvare il comunismo riformandolo in senso democratico. Alleanza Cattolica fu attenta a questi scenari politici, prese posizione pubblicamente con una serie di conferenze e di manifestazioni, dando voce in particolare alle resistenze anticomuniste “dimenticate” e appoggiando la Conferenza Internazionale delle Resistenze nei Paesi Occupati (CIRPO), fondata in Francia da Pierre Faillant de Villemarest.
Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989, c'è il cambiamento epocale, anche se la Storia non è finita. Il cambiamento avviene anche nella politica italiana, il Pci di Occhetto è costretto a cambiare pelle, diventa PDS, una specie di partito socialista della Sinistra, assomigliando a un grande “partito radicale di massa”. Mentre la DC scompare, aggredita ed eliminata“in pochi anni da un attacco giudiziario chiamato Mani Pulite, partito dal Palazzo di Giustizia di Milano”. Stessa fine fa il partito socialista di Craxi.
Nel contempo l'ideologia marxista-leninista perdeva la capacità di seduzione in tutto l'Occidente e anche in Cina, dove si svolgeva proprio nel 1989 la rivolta dei giovani nella piazza Tienanmen, divenuta celebre per una foto che ritrae un giovane inerme che blocca la marcia di una fila di tank dell'esercito comunista cinese.
A questo punto Invernizzi si interroga: “fine del comunismo e dell'anticomunismo?”. Ogni cambiamento epocale, è sempre complesso. Certamente, occorre rivedere i presupposti dell'epoca della modernità, che é iniziata con il Rinascimento e con la Riforma protestante e poi continuata con l'epoca della Rivoluzione francese, e quindi con le successive ideologie, per giungere a una nuova stagione post-moderna, quella che stiamo vivendo e che Benedetto XVI, chiama la “dittatura del relativismo”. Un'epoca segnata dalla rivoluzione antropologica, il prof De Oliveira, la identifica come IV Rivoluzione, che attraverso le teorie del gender, mette in discussione l'identità sessuale della persona.
Pertanto in occasione del centenario della Rivoluzione sovietica e della successiva guerra civile, è indispensabile ripercorere quel periodo storico per comprendere quello che stiamo vivendo.“Perché la storia non conosce salti nel buio ma una continua metamorfosi, seppure segnata da passaggi epocali”.
Oggi siamo chiamati a una decisione personale importante, ognuno deve scegliere come rapportarsi con il mondo e con la storia. Sopratutto non dobbiamo perdere la speranza di costruire una società “a misura di uomo e secondo il piano di Dio”, come diceva san Giovanni Paolo II.
Per ricordare e non dimenticare i 100 milioni (ma per Eugenio Corti sono il doppio 200 milioni) di morti prodotti da un'ideologia sanguinaria come quella comunista, la casa editrice D'Ettoris di Crotone ha ripubblicato,“Il costo umano del comunismo”, Russia, Cina, Vietnam”, dello storico inglese Robert Conquest. La rivista “Cristianità”, ha intervistato Oscar Sanguinetti, che ha tradotto, curato e introdotto la nuova edizione.
Oggi nessuno può negare o “ignorare lo stretto legame fra comunismo- almeno quando è al potere – e crimini contro l'uomo e la donna”. Soltanto quelli che ancora sono accecati dall'ideologia, possono continuare ad avere nostalgia di queste idee assassine. Dalla Spagna al Nepal, ovunque vi è stato un movimento comunista, esso ha causato devastanti conflitti civili, con un numero indescrivibile di lutti e danni. Per Sanguinetti, il comunismo novecentesco , ha prodotto vittime in due momenti: quando cerca di conquistare il potere in uno Stato, e quando è al potere, attraverso una minoranza, cerca di “tradurre in realtà il suo progetto utopistico e anti-naturale di società aggredendo in maniera terroristica il corpo sociale”.
Attenzione Sanguinetti precisa, sulla questione del “terrorismo”, subito si pensa a quello islamista. Invece nel caso del totalitarismo comunista, il terrore, che mette bene in luce, Robert Conquest, è quello dello Stato.
Nell'intervista Sanguinetti ricorda l'opera meritevole di Aleksandr Solzenicyn e poi del Libro nero del comunismo, uscito in Francia nel 1997, una lodevole iniziativa ad opera di privati, cui manca ogni investitura pubblica e persino il “bollino blu” accademico. Ancora ricorda gli sforzi di studiosi indipendenti come Vladimir Kostantinovic Bukovskj, che ha pubblicato in Occidente migliaia di documenti di capitale importanza trafugati dagli archivi del KGB, i servizi segreti sovietici, durante la presidenza Eltsin. Ma anche Vasilij Nikitic Mitrokin, che ha passato migliaia di documenti sulle attività destabilizzanti svolte all'estero dai servizi segreti sovietici.
Tuttavia Sanguinetti, lamenta una mancanza di ricerca seria, infatti, sono pochi quelli che sono andati a cercare la documentazione più compromettente.
Il testo di Conquest è la traduzione di tre documenti statunitensi, peraltro negli anni 70, “sono stati per lungo tempo l'unico serio tentativo di contare le vittime del comunismo internazionale”. Sanguinetti precisa l'espressione “costo umano”, che non riguarda solo le vittime per le guerre, causati dalla rivoluzione, ma si intende un costo più allargato: un vero e proprio disegno d'ingegneria sociale, per “ripulire” intere regioni dai nemici e dagli oppositori: individui o intere classi di persone. Tra questi bisogna conteggiare tutti i condannati nell'”arcipelago GULag”, a costruire a mani nude canali a cinquanta gradi sotto zero[...]”. I condannati nei micidiali Laogai cinesi. I sepolti nelle foibe istriane o nelle fosse comuni come quelle di Katyn. La strage dell'Holodomor in Ucraina. Il comunismo è criminogeno per natura”, ed “ha come esito strutturale e fatale il classicidio e come cause primarie l'ateismo militante e il totalitarismo politico-sociale”.
Gli studi di Conquest purtroppo non hanno avuto nessun peso politico in quegli anni, in pochi lo hanno apprezzato in Italia, è stato pubblicato dal settimanale di destra liberal-nazionale il Borghese, fondato da Leopoldo Longanesi.
Ricordare è importante perché il comunismo e la morte sono stati stretti sodali per decenni e non hanno ancora 'divorziato' e, visto che il comunismo domina su quasi un miliardo e mezzo di nostri contemporanei, aiuta il nostro prossimo a tenerlo a mente”.
Vale anche per noi: “in Italia l'anti-comunismo non è morto. Non solo gli anti-comunisti ci sono ancora, ma ricordano tutto per filo e per segno”.
Sanguinetti ricorda “le montagne di cadaveri prodotte dall'”esperimento comunista”. Per questi morti ancora “nessuno, né grande, né piccolo, dei loro carnefici materiali o morali ha mai pagato in alcuna forma”.
“Gli anti-comunisti di oggi non credono affatto che il comunismo 'sia finito', ma ritengono che continui sotto altre spoglie”.
Infine la rivista riporta l'interessante convegno “1917-2017. Fatima, la Rivoluzione bolscevica e la conversione della Russia” del 14 ottobre scorso presso il Centro Francescano Culturale Artistico Rosetum di Milano, organizzato da Alleanza Cattolica e dal Centro ospitante.
Da segnalare gli interventi del professore Giovanni Codevilla, autore di “Storia della Russia e dei paesi limitrofi” (con un saggio di don Stefano caprio, 4 voll., Jaca Book, Milano 2016). E' intervenuto poi l'avvocato Mauro Ronco su “Il Novecento. Il secolo delle idee assassine”. Mentre don Stefano Caprio ha svolto la relazione su “La Russia oggi, tra conversione e nazionalismo”.

Ha concluso i lavori del convegno il reggente nazionale di Alleanza Cattolica, il dottor Marco Invernizzi, intervento su “La profezia di Fatima per la conversione del mondo”. Le apparizioni di Fatima sono un avvenimento importante che ha sempre accompagnato la vita dell'associazione. Invernizzi ci tiene a ricordare che il messaggio di Fatima non può essere assolutamente separato dal richiamo esplicito alla Russia e la diffusione del comunismo nel mondo, la persecuzione contro la Chiesa, ma anche la conversione della stessa Russia. Peraltro questa è l'interpretazione che dà il più grande mariologo italiano, il padre monfortano Stefano de Fiores.