venerdì 16 settembre 2016

Narnia: un Vangelo per i piccoli (e per i grandi)

di Luca Fumagalli

«Se vuoi costruire una nave non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente, a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato». La citazione, una delle più belle e note de Il piccolo principe, può essere impiegata anche per descrivere il cuore pulsante del messaggio cristiano che si cela dietro le pagine delle “Cronache di Narnia”. Chiunque si sia avventurato nel mondo fantastico descritto da C. S. Lewis non può infatti non aver avvertito un senso di pienezza, di soddisfazione, come solo pochi romanzi sanno donare.
Le mirabolanti imprese dei fratelli Pevensie, sorvegliati costantemente dallo sguardo paterno del leone Aslan, testimoniano nella prosa immediata della fiaba quanto di più vero possa esistere: la bellezza della vita, che rimane tale anche dopo cedimenti e tradimenti, delusioni e inganni. La certezza di un Dio benevolo che accompagna i propri figli verso un destino di felicità eterna è la solida roccia su cui ognuno dei protagonisti è chiamato a fondare il proprio essere: «Il racconto esiste non tanto per trasmettere un significato quanto per ridestare un significato» ricordava George MacDonald, lo scrittore scozzese tanto amato da Lewis. 
Lo stesso invito travalica il testo per penetrare nel cuore del lettore, incapace di fuggire, attratto in un vortice empatico che lo spinge ogni volta a paragonarsi ai tanti personaggi che si avvicendano sotto i suoi occhi: è l’esaltazione degli umili, quel miracolo per cui persino i più piccoli – schiavi o topi poco importa – si scoprono in grado di compiere gesti straordinari e, soprattutto, di indicare anche ai più grandi ed esperti la strada da percorrere. In questo senso Peter, Edmund, Susan e Lucy sono segni, presenze rivelatrici di una realtà ancora più autentica che, per usare un’espressione platonica tanto cara a Lewis, si cela dietro l’ombra dell’esistenza terrena.
Per compiere grandi opere, però, come da tradizione cavalleresca, sono indispensabili due cose: una mappa, in grado di indicare la via, e una compagnia, un manipolo di fidati amici con cui condividere le gioie e i dolori di un destino da realizzare. 
Il bellissimo saggio “Narnia. La teologia dell’armadio”, a cura del sacerdote salesiano Antonio Carriero, è mappa e al contempo compagnia. Il volume, agile e godibile, è una panoramica introduttiva al mondo fantastico partorito dalla penna dell’accademico irlandese, costruito come una galleria di sguardi in cui i vari interventi che raccoglie donano una profondità in grado di soddisfare anche il lettore più smaliziato. Gli articoli, firmati da noti studiosi italiani di fantasy del calibro di Edoardo Rialti, Carlo M. Bajetta, Mariarosa Bosco, Ives Coassolo, Erica Gazzoldi, Paolo Gulisano, Carlo Meneghetti, Chiara Nejrotti e Luisa Paglieri sono un trampolino di lancio per tuffarsi nei segreti dei romanzi e nella biografia del loro autore, rivelando come Narnia sia fondamentalmente qualcosa di non molto dissimile dal Vangelo. Del resto nelle numerose lettere di risposta a quelle dei giovani lettori che corrispondevano con lui, lo stesso Lewis non mancava mai di ribadire come le Cronache avessero per oggetto ultimo Cristo. 
I sette libri che compongono il ciclo, però, per quanto possa sembrare paradossale data la fitta rete di rimandi teologici che li caratterizza, non furono l’esito di una programmazione a tavolino, studiata nei minimi dettagli, quanto lo sviluppo di un’intuizione giovanile che poté germogliare solo quando la semente della fede attecchì nel cuore indurito di un ateo recalcitrante: «L’immagine di un fauno con un ombrello e dei pacchi in un bosco innevato. Ho avuto in mente questa immagine dell’età di sedici anni; poi, un giorno, quando ne avevo circa quaranta mi sono detto: “proviamo a scriverci sopra una storia”». Lewis riuscì a trovare la forza di mendicare una risposta a Dio, e Dio si fece riconoscere. Quando per la prima volta, nel 1929, lo scrittore cadde in ginocchio per pregare, intuì che l’esistenza è dono peculiare, che acquista ancora più valore se si è disposti a offrirla agli altri.
Lewis svela al lettore il fascino di una vita spesa a verificare come la pretesa cristiana sia l’unica chiave di lettura coerente della realtà, l’unico strumento per poter mettere insieme i cocci rotti di giornate governate in apparenza dal caos. Per lui tutto questo prese a valere ancora di più quando Joy Gresham si spense nel 1960, dopo una lunga malattia: l’unica donna che aveva amato, sposata in una stanza d’ospedale, gli era stata sottratta ingiustamente. Il dolore che provò il novello Giobbe in quell’occasione si trasformò lentamente da disperazione a provvidenza, uno scossone benefico che gli fece prendere coscienza di come, al netto delle tante parole spese, la sua fede fosse in realtà un castello di carte, pronto a disfarsi al minimo imprevisto.
I libri che vanno a comporre le “Cronache di Narnia”, seppur scritti anni prima, tra il 1950 e il 1956, anticipano tra l’altro, con piglio profetico, le riflessioni che l’autore affronterà all’approssimarsi della morte. Il compendio della dottrina cristiana si sposa in essi con l’esperienza viva di un uomo, con la carne e il sangue che scorre nelle sue vene. 
Sbaglia dunque chi confonde i romanzi di Lewis per un manualetto dottrinale sotto mentite spoglie o, peggio ancora, per un vile mezzo per sfuggire alla realtà; tutt’altro, come “Narnia. La teologia dell’armadio” dimostra, quello di Lewis è uno degli inviti più commoventi promossi dalla letteratura del XX secolo a ritornare al reale dopo decenni di finte filosofie e menzogne istituzionalizzate. Come scrisse Tolkien, la fuga non è per forza qualcosa di negativo: provate a proporla a un prigioniero …

Il libro: Antonio Carriero (a cura di), Narnia. La teologia dell’armadio, Padova, Edizioni Messaggero, 2016, 192 pagine, 15 euro.

da: www.radiospada.org

giovedì 15 settembre 2016

XXIV Convegno Tradizionalista della Fedelissima Città di Gaeta


L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico

di Fabio Trevisan

Nelle ultime righe del volume, dal titolo: “Quello che ho visto in America”, contenente le riflessioni dopo il viaggio negli Stati Uniti del 1921, Chesterton si interrogava sul futuro della democrazia. Egli poneva i pilastri di un’autentica democrazia con un esplicito riferimento soprannaturale:“Non esiste un fondamento per la democrazia eccetto che nel dogma sull’origine divina dell’uomo. Questo è il fatto assolutamente semplice che sempre di più il mondo moderno scoprirà essere un fatto”. Chesterton considerava seriamente la regalità divina e la chiamata alla dignità umana come figli di un Padre, Re del creato.
Il suo concetto di “democrazia” non aveva nulla a che fare con l’agire politico secolarizzato; egli non intendeva affatto prescindere da Dio, in nome di una “laicità” mondana, ma poneva il concetto di democrazia a stretto contatto con quello di tradizione, con quella che nel saggio Ortodossia aveva chiamato la democrazia dei morti. Egli ravvisava i pericoli di questa confusione e li indicava perentoriamente, utilizzando con maestria il paradosso e analizzando da vicino la società americana: “L’uomo d’affari americano ha fretta perché è sempre in ritardo”. Questa “fretta” era riconducibile, secondo il pensatore londinese, all’incapacità di pensare approfonditamente; la fretta poteva mascherare l’essenza di questo apparente trambusto. I reali pericoli di una democrazia in collegamento con la tradizione del passato potevano sintetizzarsi in alcune frasi emblematiche: “Il pericolo che corre una democrazia è la convenzione…il progresso è la provvidenza senza Dio”.
A chi gli faceva notare i pericoli del bolscevismo, egli, pur riconoscendoli, invitava a riflettere su quella che allora chiamava la “standardizzazione verso il basso”, l’omologazione, la convenzione: “L’Uomo Moderno (con le maiuscole, in quanto categoria della modernità) ha fatto una grande quantità di errori. Davvero, di fronte a questo modello progressista e all’avanguardia, uno sarebbe tentato di dire che l’uomo non ha fatto altro che errori”. Il pericolo della democrazia erano quindi la convenzione, la monotonia: “Ed è riguardo a tutto ciò che tutte le mie esperienze hanno accresciuto la mia convinzione che gran parte di ciò che viene chiamato emancipazione femminile è semplicemente un aumento della convenzionalità femminile”. Identificava quindi l’illusorio progresso di liberazione, in questo caso dell’emancipazione della donna, come un aumento della convenzione, anziché un’esaltazione, come avrebbe voluto, della specificità femminile.
La democrazia, com’egli la pensava legata alla tradizione, arricchiva e non normalizzava in una piatta e squallida convenzione le giuste istanze delle donne. In altre parole, non era un falso egualitarismo quello che avrebbe dovuto propugnare la reale democrazia, ma, al contrario, una rivendicazione delle forti diversità tra maschio e femmina. In questo senso va letta un’altra sua famosa frase che spesso viene citata senza comprenderne il reale significato: “Se una cosa vale la pena di essere fatta, vale la pena di farla male”. Questa paradossale ed umoristica frase va letta riguardo lo specifico femminino, in quanto le donne, essendo meno specializzate in un determinato lavoro rispetto all’uomo, e dovendo svolgere parecchie opere in casa, con i figlie e fuori casa, non possono pretendere la perfezione in tutto. Il futuro della democrazia si giocava quindi, secondo Gilbert Keith Chesterton, nel capire e valorizzare le distinzioni reali, comprendendo quindi la vera natura della persona creata da Dio. Il futuro della democrazia non solo aveva a che fare con la regalità di Cristo Re, ma anche con un ineludibile collegamento con il passato: “Possiamo essere sicuri di sbagliarci riguardo il futuro se ci sbagliamo riguardo il passato…non c’è senso in tutto se l’universo non ha un centro di significazione e un’autorità in colui che è l’autore dei nostri diritti”.
A distanza di oltre novant’anni stiamo ancora chiedendoci non solo quale sia il futuro della democrazia nella quale siamo inseriti, ma anche verso quale fine siamo diretti. Credo che Chesterton abbia ancora qualcosa da dirci ed argomenti attraverso i quali riflettere adeguatamente.

da: www.riscossacristiana.it

mercoledì 14 settembre 2016

Bisogna fare gioco di squadra, senza chiudersi in difesa, andare avanti cercando la vittoria sempre!

di Domenico Bonvegna

In questi giorni oltre ai campionati di calcio per professionisti iniziano quelli per i dilettanti. Dedico queste riflessioni soprattutto ai gruppi dilettanti che ogni anno si preparano per affrontare al meglio ogni competizione sportiva. C'è una preparazione agonistica del corpo, ma anche dello spirito, anche se questa spesso viene trascurata. Molto si è scritto sul significato e l'importanza dello sport, delle attività sportive, spesso si rischia di fare i soliti discorsi retorici su come si dovrebbe affrontare la pratica sportiva. Ma capita anche dimenticare facilmente quali devono essere i comportanti essenziali, elementari di una sana partecipazione ad un gruppo, a una squadra di calcio.
Per chi è cattolico e per giunta insegnante, occuparsi di sport non è un puro esercizio mentale. Da tempo si parla di emergenza educativa, in una società che ha perso ogni riferimento ai veri valori, lo sport può avere un ruolo decisivo soprattutto per gli adolescenti, per ricostruire una società migliore.“Lo sport è importante in questa opera di ricostruzione soprattutto per due motivi:1. Perché si fonda sul concetto di 'ordine'. 2. Perché si fonda sul concetto di 'agonismo'(C. Gnerre, “Cristiano, cioè sportivo. Sportivo, cioè cristiano”, giugno 2014, Il Timone)
L'ordine nello sport non è un optional, al contrario è fondamentale. Ogni sport ha le sue regole ben precise, che devono essere oggettivamente rispettate.“Altro che relativismo e soggettivismo! Altro che uomo che si crede fondamento di tutto!”. Praticamente, “l'uomo impara dallo sport che cos'è la vita. Impara un reale che gli si impone e che non può ricostruire a piacimento. Impara ad accettare un giudizio al di sopra di sè”.
Per quanto riguarda l'agonismo, esso è qualcosa che rimanda alla “gara” e alla “vittoria”. Certamente nello sport devono partecipare tutti, nessuno si deve sentire escluso, però alla fine uno vince e l'altro perde, come nella vita, c'è chi si realizza e chi fallisce.
Pertanto, l'esperienza della vittoria e della sconfitta, sono il paradigma della nostra vita. Infatti lo sport ci educa alla gioia misurata nella vittoria, sapendo che è solo  un momento e, nello stesso tempo, a non deprimerci eccessivamente nella sconfitta proprio perché la vita può riservarci altre possibilità.
Il cristiano sa che deve combattere nella vita,“non si può essere cristiani senza il desiderio di affrontare coraggiosamente l'avventura della vita, che è poi avventura della prova”. Infatti il Cristianesimo è la religione che meglio di altre ha capito il valore dello sport per l'educazione,“perché è la religione che più si fonda sul concetto di 'agonismo'”. Tuttavia lo sport non ammette deleghe: è l'atleta che deve gareggiare, è lui che deve sentire il peso e l'onore della gara, è lui che deve raggiungere il traguardo. La stessa cosa accade nella vita, è l'uomo con la sua libertà che sceglie il bene o il male.
Ma perché la Chiesa si interessa allo sport? L'educazione è il motivo centrale, e lo dimostrano realtà come le parrocchie, gli oratori, la storia delle stesse associazioni promotrici, oltre al Magistero dei Papi e dei Vescovi che nel corso dei decenni hanno variamente parlato dell’importante valenza educativa dello sport per la crescita integrale della persona. «Che cosa è lo“sport” se non una delle forme della educazione del corpo? Si interrogava Pio XII,“Ora questa educazione è in stretto rapporto con la morale. Come potrebbe la Chiesa disinteressarsene?».
Pio XII, percepiva lo sport come educazione della persona, un efficace antidoto contro la mollezza e la vita comoda, risveglio “del senso dell'ordine, educazione all'esame e alla padronanza di sé”. Ma il Papa sportivo per eccellenza è stato San Giovanni Paolo II; infatti per lui,“il senso di fratellanza, la magnanimità, l'onestà e il rispetto del corpo – virtù indubbiamente indispensabili a ogni buon atleta – contribuiscono all'edificazione di una società civile dove l'antagonismo si sostituisca all'agonismo, dove allo scontro si preferisca l'incontro ed alla contrapposizione astiosa il confronto leale”.
Mentre per papa Ratzinger, lo sport, in particolare il calcio è una scuola di fraternità e di amore. Il gioco,“soprattutto nei minori, ha un carattere di esercitazione alla vita. Anzi, simboleggia la vita stessa e la anticipa, in una maniera liberamente strutturata”. Inoltre,“costringe l'uomo a imporsi una disciplina da ottenere con l'allenamento e la padronanza di sé”. Sempre per quanto riguarda il calcio, Benedetto XVI, insegna un disciplinato affiatamento. Infatti, in quanto gioco di squadra per eccellenza, costringe all'inserimento del singolo nella squadra e unisce i giocatori con un obiettivo comune: il successo o l'insuccesso di ogni singolo giocatore stanno nel successo o nell'insuccesso dell'intera squadra”. Quindi, questo sport, rappresenta“una scuola importante per educare al senso del rispetto dell'altro”.
Infine papa Francesco anche se non ha mai praticato discipline sportive, al contrario del dinamico papa Wojtyla, è abbastanza sensibile all'universo sportivo; infatti é tifoso della squadra argentina, del "San Lorenzo de Almagro".
Papa Francesco, in occasione del 70.mo anniversario del Centro Sportivo Italiano, ha apprezzato l'impegno e la dedizione nel promuovere lo sport come esperienza educativa. Egli crede che per avere una società a misura di uomo, occorra intraprendere per le giovani generazioni tre strade: quella dell'educazione, dello sport e del lavoro.“Se ci sono queste tre strade, io vi assicuro che non ci saranno le dipendenze: niente droga, niente alcol. Perché? Perché la scuola ti porta avanti, lo sport ti porta avanti e il lavoro ti porta avanti. Non dimenticate questo. A voi, sportivi, a voi, dirigenti, e anche a voi, uomini e donne della politica: educazione, sport e posti di lavoro!”
Un altro fattore importante nello sport, forse decisivo è la presenza di un buon allenatore-educatore, per papa Francesco questo fattore“si rivela provvidenziale soprattutto negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, quando la personalità è in pieno sviluppo e alla ricerca di modelli di riferimento e di identificazione; quando si avverte vivamente il bisogno di apprezzamento e di stima da parte non solo dei coetanei ma anche degli adulti; quando è più reale il pericolo di smarrirsi dietro cattivi esempi e nella ricerca di false felicità. In questa delicata fase della vita, è grande la responsabilità di un allenatore, che spesso ha il privilegio di passare molte ore alla settimana con i giovani e di avere grande influenza su di loro con il suo comportamento e la sua personalità. L’influenza di un educatore, soprattutto per i giovani, dipende più da ciò che egli è come persona e da come vive che da quello che dice”. (Messaggio del Santo Padre al Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici in occasione del Seminario Internazionale di studio “Allenatori: educatori di persone”, Vaticano,14.5.2015)
Papa Francesco invita tutti a mettersi in gioco, senza paura, con coraggio ed entusiasmo:“Mettervi in gioco con gli altri e con Dio; non accontentarsi di un “pareggio” mediocre, dare il meglio di sé stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre. Non accontentarsi di queste vite tiepide, vite “mediocremente pareggiate”: no, no! Andare avanti, cercando la vittoria sempre!Il papa conclude dicendo di non chiudersi indifesa, ma di andare all'attacco“a giocare insieme la nostra partita, che è quella del Vangelo”. E' bello continuare a citare papa Francesco, che anche in questa occasione sa essere convincente.
“Invito tutti i dirigenti e gli allenatori ad essere anzitutto persone accoglienti, capaci di tenere aperta la porta per dare a ciascuno, soprattutto ai meno fortunati, un’opportunità per esprimersi. E voi, ragazzi, che provate gioia quando vi viene consegnata la maglietta, segno di appartenenza alla vostra squadra, siete chiamati a comportarvi da veri atleti, degni della maglia che portate. Vi auguro di meritarla ogni giorno, attraverso il vostro impegno e anche la vostra fatica. Vi auguro anche di sentire il gusto, la bellezza del gioco di squadra, che è molto importante per la vita. No all’individualismo! No a fare il gioco per se stessi. Nella mia terra, quando un giocatore fa questo, gli diciamo: “Ma questo vuole mangiarsi il pallone per se stesso!”. No, questo è individualismo: non mangiatevi il pallone, fate gioco di squadra, di équipe”.
Spesso per vincere occorre il gioco di squadra, essere alleati anche con chi ha un altro stile, strategia, o gioca un altro ruolo. A questo proposito, Monsignor Camisasca, ex cappellano del Milan, ora vescovo, sostiene che in una squadra di calcio, è necessario “ accogliere l'altro per i suoi doni e saper mettere a frutto i doni in un concerto reciproco in cui ciascuno, come uno strumento diverso, suona per far echeggiare un'unica melodia”. In conclusione possiamo fare nostra la “buona battaglia” di San Paolo; del resto lo sport deve sempre rimandare chiaramente a Dio, nostro Creatore. In tal senso, l’apostolo Paolo ricorre all’immagine della competizione sportiva per ricordare la più alta vocazione dell’uomo:“Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Ogni atleta però è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura sempre” (1Cor 9, 24-25).

domenica 11 settembre 2016

Luigi Calabresi nel clima acido del ‘68’, un uomo giusto per il nostro tempo.

di Domenico Bonvegna

 A cosa può servire raccontare la vita e le opere di un uomo tutto di un pezzo come il commissario Luigi Calabresi, martire negli anni di piombo. Ricordo che quando ero adolescente, in tv e sui giornali del tempo appariva con maglioni dolcevita, le basette lunghe, lo sguardo fiero e mediterraneo. E poi la sua “500”, le spranghe e le catene, i poliziotti, i cortei, gli insulti, il linciaggio a mezzo stampa, l’assassinio. Siamo negli anni del “68”, gli anni dell’ubriacatura ideologica, della lotta politica che degradava nella lotta armata, nelle stragi. Le premesse di una stagione di contestazione e rivolta erano in incubazione e che il 1968 portò alla luce segnando l’inizio di un periodo che porterà negli anni successivi anche alla lotta armata con la creazione di diversi gruppi e movimenti che si muoveranno all’interno della cosiddetta “sinistra extra-parlamentare”. Scrive Enzo Peserico, uno studioso milanese prematuramente scomparso, in “Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, Terrorismo e Rivoluzione”, Sugarcoedizioni (Milano 2008) “La preparazione e l’avvio della lotta al sistema cominciò con l’occupazione di alcune università: in particolare a Trento, presso la facoltà di sociologia nacque quella che sarà la “fucina della rivoluzione” e questo grazie al contributo di studenti di area cattolica, convinti che la sintesi tra cristianesimo e rivoluzione fosse che il Regno di Dio doveva corrispondere al regno dell’uguaglianza teorizzato dal marxismo. Tra questi studenti di formazione cattolica il più importante fu Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse. Questa “meglio gioventù” - o gioventù bruciata - aprì lo scenario del terrorismo di sinistra in Italia ed è in questo modo che cominciarono a muoversi gruppi e sigle nel contesto dello stesso filone marxista-leninista. Comunque le BR costituiranno il “nucleo d’acciaio” di rivoluzionari che spenderanno la propria vita per il successo della Rivoluzione in perfetta sintonia con il ‘Che fare?’ di Lenin, «in cui s’ipotizza [...] un gruppo di rivoluzionari di professione, che consacrano la loro vita alla rivoluzione e che operano interpretando le istanze del proletariato affinché esso prenda coscienza”.
 In questo clima inacidito si erge la figura di “un uomo che aveva il senso dello Stato, che credeva al decoro delle istituzioni e alla dignità del suo ruolo, che aveva la responsabilità di uomo d’ordine”. Luigi Calabresi, con un’espressione antica, demodè, si definiva, “servitore dello Stato”, proprio in questo restò fedele fino alla morte per solo 270mila lire mensili, uno stipendio medio per quei tempi.
 Il commissario Luigi Calabresi era un fervente religioso, aveva scelto di lavorare nella polizia per vocazione, non tanto per lo stipendio, poteva fare benissimo altri lavori magari più remunerativi; nelle difficoltà, spesso ripeteva di essere nelle mani di Dio. In una discussione registrata del 1964, rispondendo a delle domande, aveva detto: “Se volessi intascare e magari spendere medaglie come questa non andrei in polizia, dove si resta poveri. Non andrei coltivando ideali buffi di onestà e di purezza. Purtroppo sono fatto in un certo modo, appartengo a un gruppo neanche tanto scarso di giovani che vuole andare controcorrente (…) In questo mondo neopagano, il cristiano continua a dare scandalo, perché il fine che persegue, lo scopo che dà alla sua vita non coincide con quello dei più”.
 Un libro racconta in maniera dettagliata la vicenda Calabresi, “Gli anni spezzati. Il Commissario. Luigi Calabresi”, di Luciano Garibaldi, Edizioni Ares, Albatross Entertainment S.P.A (2013). Peraltro da questo testo è tratta la fiction televisiva “Gli anni spezzati. Il Commissario”, andata in onda su Rai 1 ai primi di gennaio di quest’anno.
 “Luciano Garibaldi – scrive Marcello Veneziani nella prefazione – fu il primo giornalista che riuscì a far parlare in un’intervista su “Gente” la vedova di Luigi Calabresi, Gemma Capra(…)Garibaldi seguì negli anni la vicenda Calabresi con passione civile e rigore di cronista, ne fece una battaglia di principio e di verità storica. Anche grazie a testimonianze come la sua, a Calabresi fu data dal presidente Ciampi, con trentadue anni di ritardo la medaglia d’oro al valor civile. Un riconoscimento postumo, che si insinuava come una piccola parentesi nel fiume di parole, interventi, pressioni per la grazia a Sofri e Bompressi. Nell’immaginario collettivo del Paese, i martiri erano diventati loro, non Calabresi”.
 Veneziani evidenzia il grave episodio degli 800 intellettuali che hanno firmato un manifesto pubblicato da L’Espresso per delegittimare Calabresi. In pratica tutto l’establishment culturale, accademico, editoriale e giornalistico italiano, tra questi Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Umberto Eco, Margherita Hack, nel manifesto-lettera, Calabresi veniva definito “commissario torturatore” e “responsabile della morte di Pinelli”. A tutti questi si aggiunse “(…)il Movimento nazionale giornalisti democratici, sorto nei pensatoi controllati dai partiti comunista e socialista, fonte inesauribile di autentica disinformazione e di ricostruzioni arbitrarie dei fatti, basate sulle fantasie più assurde e indimostrabili, vera sorgente alla quale si abbeveravano giornalisti che scrivevano sui quotidiani e sui settimanali più diffusi”. Per Garibaldi  gli “Ottocento” sono i veri mandanti (im)morali, dell’uccisione del commissario, come vengono definiti in un capitolo del libro. Peraltro “costoro condannarono Calabresi senza disporre di un benché minimo indizio, dopo che la magistratura lo aveva prosciolto in un regolare processo, senza assolutamente chiedersi, prima di firmare, chi veramente fosse l’uomo che accusavano di assassinio, che indicavano – con l’autorevolezza dei loro nomi – al pubblico ludibrio e al linciaggio dei fanatici dell’estrema sinistra”. Poi bisogna anche dire che le istituzioni, come bene evidenzia la fiction televisiva,  per certi versi hanno abbandonato al suo destino il povero commissario. Pertanto si può senz’altro sostenere con Garibaldi che “Lo Stato disertò. Gli “ottocento” firmarono. E, sulla base di quelle firme, Lotta Continua uccise”.
 Garibaldi racconta con passione, attento anche ai dettagli e alle sfumature, documentando la vicenda Calabresi. Ma soprattutto mostra con chiarezza la vera figura di Calabresi, la sua vocazione, la sua professionalità, “una fedeltà non a una carta, ma a uno stile, a una patria, a uno Stato. Che li mandava allo sbaraglio e poi si dimenticava di loro; e ciononostante, i cavalieri come Calabresi partivano alla carica”. Il libro inizia con una polemica nei confronti delle istituzioni che non hanno fatto abbastanza per i tanti caduti sotto la violenza politica negli anni di piombo, poliziotti, carabinieri, guardie carcerarie, che non hanno ottenuto giustizia. “sono ricordati con memore gratitudine da tutto il popolo italiano? Le loro famiglie hanno ricevuto sostegno che spettava loro? E lo stesso Luigi Calabresi, nonostante la generosità del figlio Mario che, con voce coraggiosa, scrivendo il libro “Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo”, edito da Mondadori nel 2007(…) ha davvero ottenuto giustizia?” Difficile affermarlo – scrive Garibaldi – se si pensa alle scritte ‘Calabresi Assassino’ comparse sui muri di Torino dopo la nomina di Mario Calabresi a direttore de ‘La Stampa’”.
 Probabilmente per alcuni è un passato che non vuole passare. Il commissario Calabresi fu assassinato da un commando di “Lotta Continua”, organizzazione comunista, il 17 maggio 1972 in Via Cherubini, proprio sotto casa a Milano, fu la prima vittima degli “anni di piombo”. Per questi rivoluzionari il commissario, era l’assassino di Giuseppe Pinelli, arrestato e interrogato per la strage della bomba presso la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969. In occasione del trentennale della sua morte, nel corso di una commemorazione, monsignor Francesco Salerno, segretario del Supremo Tribunale della segreteria Apostolica, diede lettura di un messaggio fattogli pervenire dal santo padre Giovanni Paolo II. Nel messaggio Papa Wojtyla definiva Calabresi “generoso servitore dello Stato e fedele testimone del Vangelo”, e ricordandone “la costante dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni”. Il Papa auspicava che il suo esempio potesse diventare “uno stimolo per tutti ad anteporre sempre all’interesse privato la causa del bene comune”. In conclusione Wojtyla assicurava per lui “particolari preghiere e invocando da Dio Padre misericordioso sostegno per la sua famiglia”.
 La vita di Calabresi rappresenta una storia esemplare, tanto che il suo ex confessore e padre spirituale, don Ennio Innocenti insieme all’organizzazione religiosa “Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis”, hanno avanzato la richiesta di un procedimento canonico di verifica dell’eroismo delle virtù del commissario Calabresi in considerazione della sua fede cristiana. Peraltro una proposta che ha trovato consensi ad alti livelli ecclesiastici. Garibaldi riporta il giudizio del cardinale Camillo Ruini: “Il suo sacrificio è degno della Chiesa di Roma, nel cui seno egli è stato educato. La fama dell’eroismo cristiano di lui, lungi dall’appannarsi in tutti questi anni, si è estesa e si è consolidata con testimonianze, studi e ripetute argomentazioni di laici, di sacerdoti e di Vescovi”.
 Peraltro, qualche giorno dopo l’assassinio del commissario, padre Virginio Rotondi, il fondatore del movimento “Oasi”, al quale il giovane Calabresi aveva aderito, fa una straordinaria  testimonianza: “(…)E’ stato uno dei migliori giovani da me incontrati. Non l’ho mai sentito dire una parola ostile contro qualcuno; e quando sorprendeva me a dirla, mi guardava con aria di rimprovero. Nel vivo della polemica condotta contro di lui da una parte della stampa che lo accusava di aver ucciso l’anarchico Giuseppe Pinelli dopo la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, gli dissi più volte: ‘Ma perché non vai, per esempio, alla redazione di qualche giornale cattolico a farti conoscere personalmente, affinchè qualcuno prenda le tue difese e proclami l’inattendibilità assoluta delle accuse mosse contro di te?. ‘Non ce n’è bisogno’ mi rispose: ‘io sono tranquillo. Sono nelle mani di Dio. Faccio il mio dovere’ E quando don Innocenti chiamandolo al telefono, lo invitava ad essere prudente, tra l’altro, il commissario girava sempre disarmato, perché non intendeva rispondere alla violenza con la violenza, soprattutto quando si trattava di difendere la sua persona, gli disse: “Preferisco affidarmi solo a Dio”.
 Tra le tante testimonianze interessanti, c’è quella di Achille Serra, che era allora giovane collaboratore di Calabresi, successivamente diventerà questore di Milano, prefetto di Roma e deputato in Parlamento. Il Serra ha sempre ammesso di aver ricevuto gran parte della sua professionalità dal grande insegnamento di Luigi Calabresi: “Era un uomo colto, allegro, molto religioso, altruista”. Ancora dirà di lui: “(…)Rimasi affascinato dal suo modo di rapportarsi con i suoi uomini e con gli interlocutori. Di lui mi colpirono il carisma particolare, la voce bassa ma risoluta di chi non ha bisogno di urlare per essere ascoltato (…)Con i manifestanti, poi, Calabresi cercava sempre di instaurare un dialogo (…) Cercava di evitare sempre, finché possibile, lo scontro. Mi sembrava un eroe, un modello da prendere come esempio, un uomo di una umanità e di un coraggio come se ne vedono pochi. Concepiva la professione con la consapevolezza di doversi confrontare con persone che, per quanto colpevoli di azioni criminose, avevano comunque sempre una possibilità di riscatto”. Soprattutto in questi tempi di decadimento dei valori fondamentali, la figura di Calabresi potrebbe diventare “un punto di riferimento e un modello di comportamento. La sua è stata una parabola di un uomo che ha sacrificato la propria vita per difendere la società civile e il sistema democratico, con coerenza e coraggio”.
 Il libro di Garibaldi nelle Appendice & Documenti oltre alla prima intervista di Gemma Calabresi, pubblica l’articolo uscito su “La Nazione” che ha scritto Enzo Tortora, amico di Calabresi, proprio il giorno dopo l’uccisone del commissario. “Luigi Calabresi era un ragazzo di incredibile bontà, di un rigore morale, di uno scrupolo e di una umanità che lo allontanavano le mille miglia dal ruolo di ‘sbirro’ che certuni, per vile calcolo o per comoda polemica, gli avevano appiccicato addosso(…)Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell’autentico linciaggio morale al quale era sottoposto, mi rispose sorridendo: ‘E’ semplice. Credo appunto in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui io possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici. Ho angoscia per loro, non odio. E’ una parola, ‘odio’, che non conosco”.
 Come si può dedurre il commissario è un santo, un eroe, un soldato cristiano, peraltro con queste caratteristiche è stato descritto in un altro testo che negli anni scorsi ho letto e recensito, “Luigi Calabresi. Un profilo per la storia”, di Giordano Brunettin, pubblicato da Scuola d'Arte "Beato Angelico"di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano - Roma 2008). "Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le 'assurdità' cristiane - scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione - non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all'onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l'uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole". Calabresi conoscendo bene l’esortazione di Gesù: "Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua"(Lc 9, 23), di fronte alle alluvioni di ingiurie e minacce, confida solo in Dio.
 Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l'attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, "lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito"
 Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, "entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall'odio cui essi contrapponevano la civiltà dell'amore". Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l'imponeva.
 Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. 
 Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, "presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all'eroismo". E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.
 E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, "venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell'educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica". Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell'editoria.
Qualche anno fa monsignor Giovanni D'Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l'amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l'autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l'eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.
Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha "vissuto la vita nella imitazione di Cristo (...)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l'eroismo della santità".

 Pertanto mi sembra doveroso ripensare la straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l'apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.

sabato 10 settembre 2016

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione

L’Empire International Club celebra solennemente a Palermo il 30 settembre 2016 il suo Quarantesimo Anniversario di fondazione (Pescara, 1976) a Villa Niscemi ricordando l’evento, con la consegna di Premi alla Cultura dedicati al suo secondo Presidente Internazionale, il grande storico dell’antichità e Accademico dei Lincei Prof. Mario Attilio Levi (1902 -1998). Verrà anche presentato il volume del socio Pasquale Attard “Dal Califfato al Regno”. La memoria del grande intellettuale torinese, che fu più volte a Palermo, viene ora messa in luce in questa occasione con il profilo che segue da Tommaso Romano fra i superstiti fondatori dell’Empire, che fu amico ed editore con Thule di due suoi libri, con questa breve memoria biografica e personale, con un inedito e la riedizione di un suo testo.

Mario Attilio Levi:
Memoria di un grande Storico e di un uomo coerente

di Tommaso Romano


Mario Attilio Levi al Convegno del 1980 delle EdizioniThule.
da sinistra Pietro Gerbore, Costantino Vassillakis e Tommaso Romano. 
Scorrendo la copiosissima bibliografia di Mario Attilio Levi (Torino, 12 Giugno 1902 –Milano, 28 Gennaio 1998) non si può non registrare il colpevole oblio che circonda questa straordinaria figura di studioso, di storico  e di uomo. Malgrado le ascendenze ebraiche chiare della propria stirpe, protagonista della Guerra di Liberazione e della presa di Imola, medaglia d’argento al valor Militare, professore emerito e direttore dell’Istituto di Storia Antica dell’Università di  Milano e stimato professore di molte Università straniere (Cornell, Berkeley, Haverford, Puerto Rico) e fra i massimi storici dell’antichità, presidente di centri scientifici di alto livello, accademico dei Lincei, Mario Attilio Levi portò impresso il sigillo dell’uomo libero e coerente,  apertamente  a favore  dell’istituto monarchico, della sua storia e della tradizione nazionale e imperiale, di contro alle egemonie culturali straripanti ieri e oggi in Italia. Non è neppure ricordato  come dovrebbe dall’ambiente umano e socio-politico che pure lo ebbe fra i protagonisti, assai stimato, a cominciare fra gli altri , da S.M.  Umberto II, che lo volle vicino nei raduni legittimisti accanto a Sergio Boschiero (come a Beaulieu sur Mer il 4 Giugno 1978), nella Consulta dei Senatori del Regno (nominato il 20 Gennaio 1973) e nell’Unione Monarchica Italiana quale vicepresidente nazionale e insignito  dallo stesso Sovrano esule a Cascais, con le massime onorificenze tra cui l’Ordine Civile di Savoia per merito culturale. Destino che ha segnato, peraltro,  le “fortune “ di altri storici di quella parte e temperie, basti ricordare Gioacchino Volpe,  Francesco Cognasso, Niccolò Rodolico, Rodolfo de Mattei, Giovanni Artieri ed ora, fra i pochi storici veramente illustri operanti, Aldo Alessandro Mola. Clicca qui per continuare a leggere