domenica 19 marzo 2017

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico




di Fabio Trevisan

Questa frase potrebbe condensare nei suoi desiderata un sano manifesto cattolico di adesione alla Verità della Chiesa Cattolica Romana (come amava chiamarla Gilbert Keith Chesterton). Ne “La sfera e la croce” il grande saggista inglese indicava con precisione il senso della sfera-mondo e della croce posta su di esso: il mondo senza la croce traballa, va da tutte le parti, ruzzola nelle mode e si perde nel relativismo, nell’ateismo, nel secolarismo, nel nichilismo. Questo era il triste e dannato esito di chi perdeva il significato salvifico della Croce e della Chiesa (Extra Ecclesiam nulla salus) . Nel “The way of the Cross” del 1935 egli scriveva: “La Chiesa cattolica è la sola capace di salvare l’uomo dallo stato di schiavitù in cui si troverebbe se fosse soltanto il figlio del suo tempo”.
Lo stato servile era quella condizione a cui sarebbe approdata l’umanità senza l’ancora di salvezza della Chiesa ed è esattamente quella condizione orfana (della Chiesa) che stiamo disperatamente sperimentando oggi. Il cammino pastorale tanto conclamato oggi, l’accompagnamento mondano nel peccato, una Chiesa che si fa compagna di viaggio, sono tutte modalità che Chesterton avrebbe stigmatizzato, alla pari del modernismo: “Ho sempre avuto un forte senso di repulsione intellettuale nei confronti del modernismo, anche prima di convertirmi al cattolicesimo”. Quale Chiesa era quindi indispensabile per Chesterton? In “Perché sono cattolico” del 1926 il suo pensiero era chiaro e illuminante: “Uno dei principali compiti della Chiesa cattolica è far sì che la gente non commetta vecchi errori, in cui è facile ricadere, ripetutamente, se le persone vengono abbandonate, sole, al proprio destino. La verità concernente l’atteggiamento cattolico nei confronti dell’eresia o, si potrebbe dire, nei confronti della libertà, può essere rappresentata dalla metafora di una mappa. La Chiesa cattolica possiede una mappa della mente che sembra la mappa di un labirinto, ma che in realtà è una guida per orientarsi nel labirinto”.
La Chiesa doveva, per Chesterton, orientare l’uomo nel labirinto del mondo, non perdersi con esso in strade equivoche, indugiare in percorsi ambigui, abbattere barriere importanti. Chesterton indicava ancora quale fosse la specifica peculiarità della Chiesa: “La Chiesa ha la responsabilità di segnalare determinate strade che conducono al nulla o alla distruzione, ad un muro cieco o a un precipizio…La Chiesa si prende la responsabilità di mettere in guardia il suo popolo su queste realtà, e sta proprio qui l’importanza del suo ruolo. Dogmaticamente essa difende l’umanità dai suoi peggiori nemici, quei mostri antichi, divoratori orribili che sono i vecchi errori”. Si potrebbe continuare con altre innumerevoli citazioni che attesterebbero quale Chiesa era pensata e voluta dal grande Gilbert. Egli era consapevole del rinnovarsi delle eresie e proponeva l’atteggiamento corretto che avrebbero dovuto assumere la Chiesa e l’uomo, come egli scriveva ancora nel 1929: “Bisogna appellarsi alle realtà veracemente umane: la volontà cioè la morale, la memoria cioè la tradizione, la cultura cioè il retaggio intellettuale dei nostri padri”.
Se si procedesse nella lettura, ancora straordinariamente attuale, si scoprirebbe un Chesterton rivelatore del nichilismo modernista: “Il mondo moderno, con i suoi movimenti moderni, sta vivendo sul capitale cattolico. Sta utilizzando fino all’esaurimento tutte le verità rimanenti tratte da quell’antico tesoro che è la cristianità, ma non possiede un proprio entusiasmo innovativo. La novità è solo nelle parole e nelle etichette, come nella pubblicità moderna”. Il suo spirito profondamente cattolico avversava ogni sorta di compromesso con l’errore, ogni specie di abbraccio con l’eresia. In una considerazione sulla triste “eredità” di Lutero egli scriveva così: “Il momento che si iniziò a contestare la Chiesa appellandosi al giudizio individuale, ogni cosa venne giudicata erroneamente; coloro che ruppero con le fondamenta della Chiesa ben presto ruppero con le propria fondamenta; quelli che cercarono di reggersi a prescindere all’autorità non riuscirono a reggersi affatto”.
A suggello di quale Chiesa intendesse veramente Chesterton, fa rabbrividire leggere quest’ultima sua riflessione: “Nel cuore della cristianità, nei vertici della Chiesa, nel centro di quella civiltà che chiamiamo cattolica, lì e in nessun movimento, né in nessun futuro, si trovano la stabilità del senso comune, le tradizioni veraci, le riforme razionali, che l’uomo moderno ha cercato senza trovarle lungo tutto il cammino della modernità”.
da: www.riscossacristiana.it

sabato 18 marzo 2017

Al Castello Beccadelli di Marineo dal 19 Marzo la pittura naif di Ciro Puccio

di Ciro Spataro

Sin dai tempi più antichi l’uomo si è posto una domanda fondamentale:  chi sono io?  Ma spesso non ha trovato la risposta giusta. In realtà l’obiettivo centrale della vita è quello di scoprire la propria identità e di capire la vera vocazione di ognuno di noi.
   Ho fatto queste considerazioni guardando la produzione pittorica di Ciro Puccio che, subito dopo essere andato in pensione, si è buttato a capofitto in una nuova esperienza di vita, realizzandosi nella pittura.
   In questa bella avventura culturale è stato stimolato dalla nipote Federica, con la quale ha instaurato una vera e propria simbiosi e così, a 64 anni, Ciro si è di nuovo messo in gioco utilizzando le proprie risorse mentali con colori e pennelli scoprendo il vero senso dell’esistenza nella pittura naif.  E ciò ha potuto farlo con passione ed energia, trovando l’equilibrio interiore nell’armonia della natura.
   Da questo punto di vista, Ciro  Puccio non segue alcun movimento estetico, ma sicuramente mosso da un  impulso espressivo, con l’intento di rappresentare la realtà come essa è, riuscendo a conferire alle sue opere una suggestiva dimensione in cui confluiscono verità e sogno, memoria e invenzione di nuovi “paesaggi dell’anima” come lui stesso li chiama.
   Quella di Puccio è una spontaneità creativa che risulta una catarsi liberante per l’artista; ecco perché spesso le opere si presentano prive del senso della proporzione, realizzate quasi d’istinto, ma cos           ì originali da catturare la simpatia del fruitore.
   Dal 19 Marzo al 9 Aprile, l’artista presenta, al Castello Beccadelli di Marineo, un ciclo di circa cinquanta dipinti in cui prevalgono paesaggi naturali, e vedute marine, soprattutto di Ustica, che danno una piacevole sensazione di serenità.  Come non citare allora i temi di alcune opere che l’artista presenta con ingenuità disarmante? Il vecchio furgone dei gelati e dei panini del cognato, chiamato “miraggio”, messo in primo piano davanti il mare di Ustica, la donna che raccoglie le olive immersa nel paesaggio agreste, il carretto siciliano del padre, le case della masseria “Acqua del Pioppo” rivisitate secondo l’impianto di fine Ottocento.
   C’è una freschezza nel linguaggio pittorico di Ciro Puccio in specie quando fa palpitare luoghi, case, ambienti che affiorano nei suoi ricordi, per cui se dovessi definire “ I paesaggi dell’anima” dell’artista marinese, utilizzerei una sola frase: la forza della semplicità.

sabato 11 marzo 2017

La Gnosi Moderna Di Pietro Citati

di Umberto Bianchi 

E’ proprio vero, la dimensione dell’irrazionale e dell’insolito che uno credeva di essersi lasciato alle spalle, immerso nella concitazione della vita quotidiana o nella voglia di rilassarsi e lasciar tutto alle spalle, ecco che, quando meno te l’aspetti, rientra da quella finestra dell’anima mai rimasta completamente chiusa. Magari in una domenica estiva, fatta di vagabondaggio a cavallo della propria moto tra le fresche valli del Reatino, sin su tra le nude cime del Terminillo e poi giù tra vallate oscure e silenziose, che lasciano, d’improvviso, spazio ad uno dei tanti splendidi borghi dell’Italia Centrale, Leonessa. Fermare la moto, vagolare tra le vie della deliziosa cittadina, fermarsi in piazza e buttare l’occhio lì, tra quelle bancarelle dove, alla rinfusa tra altri libri, ammassati a guisa di scarti di spazio-tempo, in attesa di esser penetrati dall’umana curiosità, ne giace uno, che sembra lì esser stato gettato per caso dal Fato e che attira subito la mia attenzione. Una breve trattativa e lo faccio mio, coprendolo con cura in una busta ed infilandolo nel mio immancabile zainetto da viaggio. Pietro Citati con il suo “La Luce della Notte”, è uno di quei rari autori dotato del dono di saper intrecciare filosofia, metafisica e narrazione in un insieme talmente agile e scorrevole da catturare la tua attenzione e da trascinarti nel vortice di una narrazione, che parte da una dimensione spazio temporale dilatata quasi all’infinito, in grado di far toccare sino a confondere, i confini tra l’atemporalità del mito e la storia, quale quella rappresentata dalla steppa degli Sciti e dai loro misteriosi Kurgan, sino alla microcosmica dimensione della umana schizofrenia che chiude un libro, che altro non è che una corsa. Una folle corsa attraverso immagini, storie, uomini, tutti accomunati da una spasmodica apertura all’irrazionale, a quella dimensione mitopoietica che involge, avvolge, coinvolge i protagonisti tutti, in una continua tensione esistenziale, in cui il mito sembra entrare e catturare le menti dei vari protagonisti, salvo poi abbandonarli repentinamente al loro tragico destino ed infine rientrare per lasciare nuovamente una indelebile traccia di sé…. Ma questo libro è anche, e principalmente, un affastellarsi di sensazioni e di emozioni. E’ lo “stupor” del Re di Persia dinnanzi alla sua impotenza davanti alla sfuggente indomabilità scitica. E’ la “melancholia” di Saturno che sembra lasciare, silenziosa, le proprie tracce nell’animo umano. E’ la virtù ed il multiforme ingegno di Odisseo, figlio di Hermes, dio dei ladri e padre putativo di tutti gli iniziati. E’ la comica vanità di Apuleio, tramutato in Asino, salvato e reso iniziato da Iside in persona. E’ la sbigottita descrizione dello gnostico Valentino di un Dio, di un Uno, che tale “non è”, perché talmente abissale e lontano da noi da non poter Essere se non, per l’appunto, Abisso. E’ l’irrompere del Cristianesimo paolino e della sua predicazione fatta di una secca intransigenza, tra le pieghe della tranquilla armonia neoplatonica. E’ la “Commedia” di Dante con la finale esperienza di contatto con quella Luce, con quella luminosa sorgente principiale, per la quale non si riescono a trovare parole sufficienti, a rendere una descrizione. Ma è anche l’assurda aderenza degli ultimi monarchi amerindi alle indicazioni di un mito, che porterà al compimento di un tragico destino. E’ la versione non ortodossa della Bibbia da parte degli islamici, che non contrasta affatto con il fiabesco mondo delle “Mille e una Notte”, la cui dimensione sembra intersecarsi con la dimensione del reale in un inestricabile e misterioso Tutto. E’ il giuoco di luci e di ombre del Tao cinese, che passa dalla tranquilla ed estatica immersione in una dimensione edenica fatta di giardini, palazzi incantati, sentimenti delicati e soffusi, alla desolazione, all’abbandono ed alla morte, che seguono al repentino abbandono di un mondo, da parte della dimensione “altra”. E’ quel magico flauto mozartiano, che proietta lo spettatore nella dimensione mitica ed iniziatica dell’Egitto Isideo, in un misterioso intersecarsi di vicende umane e divine. E’ la ricerca della Shekinah, delle tracce di quella Luce, che, a detta dell’Ebraismo eterodosso della cabalistica, qua e là fanno la loro comparsa in un mondo corrotto dalla materia. E’ la leopardiana ricerca di un contatto immediato, con l’Infinito, che, a guisa di un vero e proprio “Satori”, sappia immedesimare l’animo umano, con il continuo fluire di quell’onnipresente Apeiron/Infinito, che contrasta in modo stridente e dolce allo stesso tempo, con la caducità delle umane cose e del mondo che sta loro attorno. E’ la malattia mentale, la schizofrenia nella fattispecie, vista quale stadio di proiezione dell’animo umano verso dimensioni “altre”, proprio a causa della frantumatoria rifrazione dell’ IO cartesiano, che ne sta alla base. E’ la Gnosi che di sé permea l’intera narrazione di Citati, la cui magica abilità sta nel portare esempi e vicende tra loro apparentemente lontane e scollegate,nel tempo come nello svolgimento, ma tutte egualmente accomunate dal continuo intersecarsi con una realtà “altra” che esce ed entra nelle umane cose a piacimento, esaltando e mortificando, lasciando intravedere e celando, spalancando prospettive e chiudendosi in sé, lasciando nello sgomento protagonisti e spettatori. L’unica possibilità che, a questo punto, a detta del Citati, rimane all’uomo, è quella di Egli farsi narratore di quegli eventi. Ulisse, Apuleio, Plutarco, Sant’Agostino, Dante, Cristobàl de La Casa, Mozart, Leopardi e tutti gli altri, attraverso la narrazione, si fanno interpreti di quella heideggeriana esigenza di aprire l’uomo alla dimensione dell’Essere, facendone il “pastore” di quest’ultimo. E così se, due modalità di pensiero tanto lontane e differenti, quali quella Gnostica, disperatamente dualista ed emanazionista “par excellence”, da un lato, e dall’altro, quella heideggeriana, antimetafisica ed immanentista, sia pur in un ambito “neo parmenideo”, qui trovano un comune terreno su cui andare a collimare; in un altro ambito, quello della metastoria, la dimensione del mito e dell’insolito viene qui a coincidere ed intersecarsi con quella della Storia e della vita vissuta, senza soluzione di continuità. Ed in quel suo stesso manifestarsi quale narratore e “pastore” dell’Essere, l’individuo vede riunirsi in sé l’ ”archè” della dimensione mitica, in Occidente inaugurata da Ulisse il narratore ed il viaggiatore, quale figlio di quell’Hermes/Mercurio, nel ruolo di Colui che fa dell’uomo un essere dal “multiforme ingegno”, e quella dimensione meramente filosofica, rappresentata dal proiettarsi verso la dimensione di quel nietzschiano “Oltreuomo/Superuomo”, aperto alle dimensioni di un Essere che nella sua Molteplice natura di Tutto è Uno e viceversa, perfettamente rappresentato e condensato in quell’ “En Kài Pan”, a cui tanti filosofi, da Herder, Fichte, Hegel e tanti altri ancora, si sono richiamati. Così, per mano di uno scrittore, l’Occidente finisce, ancora una volta, per rivelarsi a noi in tutta la sua peculiare contradditorietà di “magnum misterium” e di inestricabile ed affascinante “coincidentia oppositorum”.

venerdì 10 marzo 2017

Cambiare le parole non cambia il senso delle cose, né il cuore

di Lorenza Perfori

Negli ultimi decenni il politically correct ha provveduto a tirare a lucido una serie di vecchie parole, sostituendo il linguaggio antiquato con una nuova terminologia scintillante e rassicurante. La correttezza politica ha, altresì, trovato un fertile terreno nell’incontro tra biologia umana e diritti, legando i due in un robusto sodalizio. Qui si è sviluppata una strategia culturale all’avanguardia, volta a manipolare la percezione pubblica sulle grandi questioni della vita, sia cambiando nome alla realtà, sia rovesciando il significato delle parole.
Che il linguaggio cambi, con l’evolversi della società e della cultura, è un dato di fatto, ciò non vuol dire che le parole ammodernate possano chiarire meglio il senso delle cose, anzi, spesso è vero il contrario. Succede, infatti, che i nuovi termini più che chiarire, oscurino; più che evidenziare, nascondino; più che mostrare la verità, perpetuino la menzogna. Prendiamo, per esempio, l’aborto, tramutatosi nel più rassicurante “Interruzione volontaria di gravidanza” e poi, nel più asettico “Ivg”. Per cui, oggi, non si dice più “ho abortito”, troppo desueto; ma, “ho fatto una Ivg”. E tutti sono subito più tranquilli.
“Ivg” si dice, ma la realtà che sta dietro alla sigla rimane comunque, dolorosamente e drammaticamente, l’uccisione volontaria del proprio figlio. Il cuore della donna lo sa che è così, che quello è un figlio. Anche la scienza lo dice. Una volta che i patrimoni genetici del padre e della madre si sono fusi insieme con la fecondazione, se ne origina uno nuovo, unico e irripetibile. Dopo appena qualche ora dall’unione dello spermatozoo con l’ovulo, il patrimonio genetico del figlio concepito è già scritto. E se esistesse un programma in grado di tradurre in immagini il genoma, potremmo vederne i tratti somatici, i lineamenti del volto, colore degli occhi, dei capelli… e tutto il resto.
Ma le parole dicono no, che non è così. Quello è solo un “grumo di cellule”, “non ha ancora attività cerebrale”, e allora se lo elimino non faccio niente di male, come fosse toglier via un brufoletto. Con una asettica “Ivg” il cuore è acquietato e il “brufoletto” eliminato.
Eppure i conti non tornano. Non tornano perché per un brufoletto non serve andare in ospedale, entrare in sala operatoria e sottoporsi ad anestesia. E nemmeno ingurgitare un veleno. I conti non tornano, perché se è solo un “grumo” insignificante, per quale motivo prendersi tanto disturbo per eliminarlo, se è “niente”, che problemi crea? Che fastidio dà il “niente”? Lo si può anche lasciare lì dov’è, il “grumo cellulare”, prima o poi si riassorbirà da solo…
“Ivg” si dice, per silenziare il cuore… temporaneamente, giusto il tempo che tutto finisca, il prima possibile… Non basterà una vita intera per zittire quello stesso cuore quando l’anestesia lessicale avrà perso il suo effetto, quel cuore che la terminologia disinfettata, o menzognera, non ha tacitato affatto.
Un altro esempio lo troviamo quando l’attenzione si sposta sull’argomento “immigrati”. Sono anni, ormai, che “negro” non si dice più, è offensivo – ci dicono – il termine esatto è “uomo di colore”. Nemmeno “zingaro” si può dire più, meglio “rom”, anzi no, meglio dire “migrante” così nessuno si offende.
Bene, gli “uomini di colore” e i “migranti” sono certamente grati per la nuova terminologia più rispettosa, peccato, però, che questo restyling non abbia per nulla fermato il disprezzo nei loro confronti e gli episodi di razzismo o indifferenza.
Come si vede il discorso ritorna lì, al cuore. Le parole lucidate non cambiano i cuori. Chi disprezza i “negri”, disprezza anche gli “uomini di colore” e chi ama il prossimo continua ad amarlo anche se non ha aggiornato il vocabolario.
E allora, quello che conta, non sono le parole nuove, né quelle corrette, ma i fatti giusti. Le parole lucidate agiscono solo in superficie, non penetrano in profondità, non cambiano le cose, non modificano anche il cuore e, a volte, sono una maschera che nasconde la verità. E allora, ben vengano i nuovi termini, ma assicuriamoci di accompagnarli alla carità… e alla verità, affinché la denominazione ineccepibile non sia un comodo alibi per nascondere il cuore o per fare tutto quello che pare e piace.
A fare un elenco spiritoso di alcuni vecchi termini rimessi a nuovo, ci ha pensato lo scrittore Alessandro Pronzato in un libro, di qualche anno fa, dal titolo: Alla ricerca delle Virtù perdute (Gribaudi, 3a ed., Sett. 2000, pp. 161-167).

giovedì 9 marzo 2017

L’angolo di Gilbert K. Chesterton – Grandezza e attualità di uno scrittore cattolico

di Fabio Trevisan

Nel 1905 Chesterton scriveva: “Le credenze religiose e filosofiche sono, in effetti, pericolose come il fuoco, e nulla può estirparne quella bellezza connessa al pericolo. Ma c’è un solo modo per proteggerci veramente contro l’eccessivo pericolo che rappresentano, ed è quello di essere imbevuti di filosofia e saturi di religione”.
Queste illuminanti ed attuali riflessioni, tratte dall’emblematico capitolo finale (“Osservazioni conclusive sull’importanza dell’ortodossia”) del saggio Eretici, ci dovrebbero spingere a comprendere i pericoli in seno alla Chiesa Cattolica e ad adottare le contromisure cautelative. L’essere imbevuti di filosofia, come avvertiva il grande saggista londinese, non significava fare mero esercizio intellettualistico ma piuttosto saper ragionare considerando i principi della buona logica (principio di identità, principio di non contraddizione,ecc.) e del senso comune. L’essere saturi di religione non significava contrapporre la devozione alla ragione né la pastoralità alla dottrina ma piuttosto riconoscere nella fede la potenzialità salvifica dei dogmi e la grazia trasmessa dai Sacramenti. Non a caso Chesterton rimarcava l’importanza dell’ortodossia e la necessità dei dogmi: “Se esiste una cosa come la crescita intellettuale, questa deve indicare una crescita verso convinzioni sempre più definite, verso dogmi sempre più numerosi”.
Quali erano le idee pericolose per Chesterton? Certamente quelle che si opponevano ai dogmi ed all’ortodossia, in quanto, per sua definizione: “L’uomo può essere definito come un animale che produce dogmi”. La preoccupazione della fedeltà all’ortodossia e alla tradizione del pensiero cristiano non erano in Chesterton, come si potrebbe dire nel linguaggio “ecclesialmente corretto” dei nostri tempi, appannaggio di una mente bigotta, ipocrita e farisaica (usando una terminologia “misericordiosamente corretta”) ma piuttosto prerogativa indispensabile per la salvaguardia della fede e della ragione. Il cercare la verità oggettiva e la definizione e precisione dei dogmi costituivano quindi un baluardo contro le idee balzane e pericolose, quasi come uno scudo contro le pietre scagliate dal progressismo e dal modernismo: “Il vizio nel concetto moderno di progresso intellettuale è sempre quello di alludere a qualcosa collegato con vincoli infranti, confini cancellati, dogmi scartati”.
Se si osserva con attenzione, il vincolo infranto era l’incapacità di ottemperare ad un voto solenne dinanzi a Dio e agli uomini (fedeltà nel matrimonio, obbedienza all’autorità); il confine cancellato alludeva al venir meno della sacralità della casa e della legittima proprietà; il dogma scartato infine si riferiva all’irrompere di un pensiero scriteriato e slegato dalla tradizione e dall’ortodossia. Con umorismo e saggezza Chesterton osservava che: “Il vero progresso intellettuale consiste nella costruzione di una precisa filosofia della vita e quella filosofia deve essere giusta e le altre devono essere sbagliate”.
Al contrario di quello che si pensa nella Chiesa oggi, non erano, per Chesterton, i dogmatici a scagliare la prima pietra. Coloro che avevano a cuore la salvaguardia della dottrina e la salvezza dell’anima non erano “i duri di cuore” senza carità e misericordia. Era esattamente l’opposto: i reali persecutori si scagliavano, con le loro idee pericolose, contro i principi e i dogmi, le verità di fede e di ragione: “Non furono mai le persone spinte da una convinzione, che compirono così vaste persecuzioni…furono le persone incuranti, che ricolmarono il mondo di fuoco e oppressione. Furono le mani degli indifferenti che accesero le fascine…”.
Le conseguenze di un cattivo pensiero sono ormai sotto gli occhi di tutti e basterebbe riflettere ora su uno dei reiterati postulati di Bergoglio: il tempo è superiore allo spazio. Ovviamente qui non si tratta di categorie a priori dell’intelletto in senso kantiano ma di categorie “sociologiche”. Lo “spazio” è stigmatizzato, in sintonia col progressismo, come anelito egoistico al potere, mentre il “tempo” è ricercato, in armonia con l’immanentismo hegeliano, quale critica liberatoria di superamento dialettico dei conflitti. Si rivela così quello che effettivamente paventava Chesterton: “Accade che il progresso sia uno dei nostri dogmi, e un dogma corrisponde a qualcosa che non è ritenuto dogmatico”.
Non è banale ricordare ultimamente come l’avvento di idee così forsennate e pericolose (e ribadisco: slegate dalla tradizione e dall’ortodossia) possano apportare persecuzione. Le ultime frasi di Eretici attestavano questa drammatica deriva intellettuale e spirituale: “Noi ci troveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto”.

da: www.riscossacristiana.it

mercoledì 8 marzo 2017

Memorie di un’epoca – Ventimila uccisi perché italiani. Non dimentichiamoli

di Luciano Garibaldi

Il 10 febbraio scorso, in occasione della celebrazione del “Giorno del Ricordo”, «Riscossa Cristiana» ha pubblicato l’ottimo articolo di Alfonso Indelicato dedicato al calvario degli italiani del confine orientale. Assieme alla puntuale ricostruzione storica di Indelicato, veniva riproposto anche l’articolo che dedicai un anno fa alla commemorazione dell’evento. Ciò non m’impedisce di tornare sull’argomento, soprattutto alla luce di numerosi episodi che rivelano come la triste vicenda delle foibe continui a dividere, anziché a unire, come dovrebbe, dopo così tanto tempo.
Infatti sono trascorsi ormai tredici anni da quando, nel 2004, fummo chiamati a celebrare il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli assassinati dagli jugoslavi comunisti di Tito, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nelle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. La domanda che sorge spontanea è questa: come mai quella tragedia era stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni? Tanti, infatti, ne erano passati tra quel biennio 1945-46 che vide realizzarsi l’orrore delle foibe, e l’auspicato 2004, quando il Parlamento approvò la «legge Menia» (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta) sulla istituzione del «Giorno del Ricordo».
La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra, in primis il PCI (Partito Comunista Italiano) che aveva molte cose da nascondere.
Fu soltanto dopo il 1989 (crollo del muro di Berlino ed autoestinzione del comunismo sovietico), che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa. Il 3 novembre 1991, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant’anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction «Il cuore nel pozzo» interpretata fra gli altri dal popolare attore Beppe Fiorello. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l’11 febbraio 1993. Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre i nostri fratelli della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Ma vediamo come e perché si verificò la tragedia delle foibe. L’Italia era entrata nel conflitto mondiale alleandosi con la Germania e dichiarando guerra il 10 giugno 1940 alla Francia e all’Inghilterra, poi agli Stati Uniti d’America il 7 dicembre 1941. Dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per noi, e il regime fascista di Mussolini, che governava il Paese ormai da vent’anni, aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.
Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’Esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia). Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto gli odiati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone provincia autonoma.
Tito e i suoi uomini, stella rossa sul berretto, fedelissimi di Mosca, odiavano a morte gli italiani e non avevano mai fatto mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria, ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.
Fino alla fine di aprile 1945 erano stati tenuti a freno dai tedeschi che, con una ferocia eguale, se non superiore, alla loro, avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich, nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.
Non avevano fatto i conti, però, con le truppe Alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità. Gli jugoslavi erano favoriti dal fatto che le truppe tedesche si erano arrese in quasi tutta l’Istria e tenevano sotto controllo soltanto Trieste e la linea costiera, per cui gli jugoslavi poterono impadronirsi di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio alle feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste. Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio ‘45, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero a Freyberg il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere che aveva «preso» Trieste. La rabbia degli uomini di Tito e dei loro complici comunisti italiani si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari in Russia del periodo 1917-1919.
Fin dall’ottobre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7500 il numero degli scomparsi». In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei Lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani furono almeno ventimila.
Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace il 10 febbraio 1947, a Parigi. Tradita e abbandonata anche dagli inglesi e dagli americani, i veri vincitori della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia dovette rinunciare per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria, a parte della provincia di Gorizia, a tutte quelle regioni e province dalle quali gli italiani fuggivano a diecine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che avevano potuto portare con sé.
Purtroppo, una delle cose più vergognose fu il comportamento dei ministri comunisti che facevano parte del governo De Gasperi. Un esempio per tutti: Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione (tra le domande ve ne erano non poche firmate da esponenti comunisti italiani rimasti dall’altra parte della linea Morgan, che tuttavia si sentivano prima di tutto italiani), minimizzò e falsificò i dati. Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano «propaganda reazionaria».
Il trattato di pace di Parigi regalò alla Jugoslavia l’Istria, Fiume, Zara e le isole dalmate, con il diritto a Belgrado di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma. Ebbene – e questa è l’ingiustizia più grave, che perdura tutt’ora – i sopravvissuti, e i loro eredi, non hanno mai visto un centesimo. La stragrande maggioranza emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti. Tantissimi riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia e oggi rappresentano una nobile comunità che continua a lottare perché almeno sia rispettata la verità storica. Cosa che purtroppo, anche in molti libri di storia per le scuole, non avviene.
E perché non avviene? Per quella tendenza che ha preso il nome di “giustificazionismo”. Ovvero: le stragi di italiani vi furono, sì; uomini, donne e vecchi gettati vivi a morire in foiba vi furono, sì. Ma si trattò di una ritorsione, di una vendetta per le atrocità che le popolazioni slave (croate e slovene) avrebbero subìto per mano degli italiani negli anni in cui questi dominavano le loro terre. Ebbene, mai una prova è stata portata a sostegno di questa tesi infamante e calunniosa. Non ci sono nomi, non ci sono fotografie, non ci sono documenti scritti. Soltanto invenzioni.
La numerosa serie di atti d’accusa preparata dalle polizie segrete comuniste che, in mancanza di prove reali e certe, le fabbricavano, fu una costante soprattutto nei Paesi dove, dopo la guerra, sopravvisse il regime comunista. Nelle aree comprese nella sfera sovietica (a cominciare dai Balcani), la legge e la giustizia venivano piegate agli scopi politici.
Alla tragedia delle foibe, l’autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, ha dedicato, assieme alla professoressa Rossana Mondoni, tre libri per i tipi delle edizioni Solfanelli: «Venti di bufera sul confine orientale», «Nel nome di Norma», dedicato al ricordo di Norma Cossetto, la studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa, e «Foibe, un conto aperto».

da: www.riscossacristiana.it