giovedì 21 settembre 2017

La sostanza della Fede in Chesterton

di Fabio Trevisan

Con questo volume: “Chesterton – La sostanza della fede” (Edizioni Ares,pp.248, €16,00), gli autori si sono posti l’obiettivo, a distanza di ottant’anni dalla morte del grande scrittore inglese, di pubblicare una guida al “Chesterton-pensiero”, date anche le numerose controversie di interpretazione di un numero sempre più crescente di lettori. Rivelando sin dall’Introduzione l’intento, Paolo Gulisano, medico e scrittore, autore di una precedente monografia italiana su Chesterton e Belloc, e Don Daniele De Rosa hanno voluto così rendere omaggio ad un autentico Defensor Fidei, come lo insignì Pio XI nel 1936. Chesterton difese appunto, come sostenuto dagli autori: “La sostanza della fede e fece proprio il compito della Chiesa: difendere e salvare l’uomo dal nulla e dalla distruzione”. Preceduta da un Invito alla lettura di Marco Sermarini, Presidente della Società Chestertoniana Italiana, l’opera è strutturata in cinque sezioni ( Parte I, Un profilo di fondo; Parte II, L’antropologia di Chesterton; Parte III L’ecclesiologia di Chesterton; Parte IV, La dottrina sociale; Parte V, La cristologia di Chesterton), seguita da una breve conclusione, dalle essenziali note esplicative e dalla bibliografia con i titoli in italiano dei libri tradotti.


Un profilo di fondo

L’assunto iniziale viene ricondotto alla coscienza di un compito che Chesterton ebbe a vent’anni, dopo che era uscito dal tunnel della depressione, come annotava lo stesso scrittore londinese nel suo quaderno: “L’uomo è una scintilla che vola verso l’alto. Dio è eterno. Chi siamo noi, a cui è data questa coppa della vita umana, per chiedere di più? Coltiviamo la pietà e camminiamo umilmente. Che cosa è mai l’uomo perché tu lo debba considerare tanto importante? L’uomo è una stella inestinguibile. Dio si è incarnato in lui…”. Per Gilbert Keith Chesterton, come giustamente hanno osservato gli autori del saggio, diventare cattolico significò semplicemente tornare a casa. Il tema del ritorno a casa infatti è cifra significativa nell’intera sua opera, nei saggi, nei poemi epici, ad iniziare dal suo più famoso romanzo (Manalive), in cui lo stesso protagonista, Innocent Smith, intraprende un lungo cammino intorno al mondo, allegorico del ritorno dopo la caduta del peccato originale. Nel suo primo saggio (Defendant, tradotto in italiano con il titolo: “Il bello del brutto”) Chesterton non solo si era fatto difensore del vero, del bene e della verità, come hanno sottolineato gli autori, ma di tutto ciò che agli occhi del mondo risultasse banale e non degno di attenzione, dalle statuine di ceramica ai romanzi d’appendice, dai voti affrettati e insensati ad altre cose ritenute di pessimo gusto.


L’antropologia di Chesterton

Date queste precisazioni iniziali, il volume poi si dipana attraverso le pieghe dell’opera chestertoniana, rilevandone la lotta per la difesa del dogma, della tradizione, della dottrina, dell’ortodossia, come giustamente sostenuto dagli autori del saggio: “Tra le eredità che più interessano Chesterton c’è quella della visione integrale di uomo tipica della cultura medievale”. Gulisano e Don De Rosa hanno rimarcato il metodo letterario di Chesterton di procedere: il paradosso per il raggiungimento della verità, l’illuminazione razionale sorprendente che traspare dal confronto di due argomentazioni differenti. Rivolto all’uomo comune, come hanno sostenuto gli autori, il paradosso non è artifizio, espediente intellettualistico, ma luce semplice e popolare, corredata di immagini e di simboli attraenti. In questo lo scoprire la meraviglia delle cose e la bontà del creato sussistono nell’antropologia di Chesterton: “La verità è che ogni autentico apprezzamento poggia su un certo mistero di umiltà e quasi di oscurità”. Anche il confronto con il paradosso dei Santi ha indotto, come hanno suggerito gli autori, a far sì che Chesterton condividesse con l’Aquinate il primato dell’essere, perché esso proviene dalla mente creatrice di Dio. Notevole considerazione e meritevole di ulteriori approfondimenti è il collegamento dell’immaginazione chestertoniana (Chesterton oltre che essere scrittore amava dipingere) con ciò che S.Tommaso chiamava conversio ad phantasmata, la conversione degli oggetti percepiti in immagini custodite nell’immaginazione.


L’ecclesiologia di Chesterton e la Dottrina sociale

Nella III parte del saggio, L’ecclesiologia di Chesterton, gli autori hanno sottolineato acutamente l’impatto del pensiero sulla realtà: “Manomettere qualche dogma teologico che riguarda la Trinità o Cristo stesso ha delle ripercussioni profonde sulla vita concreta e sociale dell’uomo” , cogliendo l’invito chestertoniano a entrare nella concezione sacramentale della realtà tipica della Chiesa cattolica, in particolar modo rinvenendola nell’Eucaristia, una realtà visibile, materiale, che rende concreto l’invisibile. Nella quarta parte, La Dottrina sociale, Gulisano e Don De Rosa hanno sostenuto giustamente la grande attualità dell’opera chestertoniana, in particolare in difesa della famiglia, al punto da suggerire un simpatico appellativo: Defensor Familiae. La difesa della legge naturale unita alle battaglie contro il divorzio e l’eugenetica sono state pienamente collocate all’interno della salvaguardia della ragione e della fede. Il matrimonio e la famiglia sono stati inseriti in un contesto storico e sopranaturale più ampio: “La famiglia è la più naturale e ancestrale società umana, inscritta nell’essere umano, che nessuna filosofia di governo riuscirà a cambiare”. Bene hanno fatto gli autori a evidenziare, con Chesterton e l’amico Hilaire Belloc, l’influsso nefasto della Riforma protestante in Inghilterra: “Enrico VIII non solo separò l’Inghilterra dall’Europa, ma, e ancora più importante, la separò da se stessa, dalla propria storia, dalla propria tradizione”. Molto spazio nel saggio è stato opportunamente concesso al Distributismo, ossia a quella visione cattolica (ispirata dalla lettura della Rerum novarum del 1891 di Leone XIII) che intendeva proteggere la famiglia e la piccola proprietà privata, condannando sia il capitalismo sia il comunismo.


La cristologia e l’attualità di Chesterton

Nell’ultima parte, La cristologia di Chesterton, gli autori hanno evidenziato con opportune e calibrate citazioni il massimo del paradosso, il paradosso realizzato in Cristo: l’Essere divino nella culla; hanno saputo leggere, con Chesterton, nei Magi la rappresentazione di tutto l’universo dei veri sapienti di ogni tempo alla ricerca della verità. Il volume offre così al lettore un panorama abbastanza esaustivo dell’intera grande opera chestertoniana (unico rammarico, la mancata citazione di versi fondamentali di quell’immenso poema epico che è La ballata del cavallo bianco del 1911), sottolineando alcune note dominanti come il cammino (il ritorno a casa), l’ortodossia, il paradosso, l’uomo comune. Nella Conclusione viene riassunto l’intento, che è quello di iniziare un percorso di approfondimento sull’intera opera chestertoniana. Come hanno colto Paolo Gulisano e Don Daniele de Rosa nel loro arduo impegno di rivitalizzare la conoscenza di questo grande uomo e scrittore inglese, il suo pensiero e la sua scrittura sono una perfetta miscela di intelligenza, ragionevolezza, umorismo, senso del sacro e fede profonda, in sintesi amore per la sostanza della Fede…”. Un saggio da leggere e meditare con attenzione, preferibilmente attraverso i testi dello stesso Gilbert Keith Chesterton per poter cogliere gli esatti rimandi, le sollecitazioni e le sane provocazioni.

da: www.riscossacristiana.it

martedì 19 settembre 2017

Premio Francesco Carbone - Experimenta, Domenica 24 Settembre, alla Real Casina Borbonica di Caccia di Ficuzza



GIURIA DEL PREMIO

Vincenzo Viscardi - Presidente dell’Istituzione Francesco Carbone
Aldo Gerbino - Critico letterario e d’arte contemporanea
Francesco Marcello Scorsone - Presidente dell’Associazione Studio 71
Vinny Scorsone - Storico e critico d’arte


I PREMIATI

Liceo Artistico “Eustachio Catalano” - Liceo Artistico
Tiziana Viola Massa - pittrice
Museo Epicentro - di Nino Abbate
Tommaso Romano - poeta, editore, scrittore
Gonzalo Alvarez Garcia - critico d’arte e letterario
Annamaria Amitrano - antropologa
Giuseppe Giuffrida - industriale e operatore culturale
Mario Lo Coco - ceramista e scultore
Emanuele India - artista
Gaetano Ginex - architetto progettista
Ciro Spataro - politico e operatore culturale
Filippo Panseca - premio speciale Experimenta 2017, sperimetatore e innovatore  nell’ambito della ricerca nelle arti contemporanee



mercoledì 13 settembre 2017

Chesterton, Belloc e… Baring: quando ci si scorda del terzo moschettiere

di Luca Fumagalli

Nella National Portrait Gallery di Londra vi è un quadro di Henry James Gunn (Conversation Piece, 1932) che rappresenta tre scrittori cattolici, due seduti a un tavolo, il terzo in piedi dietro di loro. La corpulenta figura sulla sinistra, curva a disegnare qualcosa su un foglio, è quella riconoscibilissima di Gilbert Keith Chesterton. Sulla destra, appoggiato al tavolo e intento a osservare l’amico al lavoro, siede invece Hilaire Belloc. Se questi due autori sono più o meno noti ai lettori appassionati di cose inglesi, non così l’uomo in piedi, un gentleman calvo, sigaretta in mano, i cui baffetti ben curati gli donano una certa aria signorile, accentuata dall’altezza. Si tratta di Maurice Baring, un brillante romanziere oggi dimenticato.
Il destino di Baring è quello che accomuna tanti uomini di lettere della prima metà del XX secolo, specie quelli che in vita godettero di un vasto consenso di pubblico e critica. Anche se il suo nome lo si può trovare citato nella corrispondenza di illustri conoscenti quali Evelyn Waugh, Lady Diana Cooper e Max Beerbohm, Baring rimane un personaggio marginale che, quando non completamente obliato, brilla più per la vicinanza ai protagonisti della vita culturale inglese del suo tempo che per meriti propri. Del resto anche in Italia, ad esclusione forse di qualche chincaglieria dei bei tempi andati, dei libri di Baring non vi è traccia in nessun catalogo. È un’ingiustizia a cui, si spera, il tempo clemente saprà porre rimedio.
Nato nel 1874 da una ricca famiglia di banchieri, al giovane Maurice furono concessi tutti i vantaggi di una condizione agiata, compresa la possibilità di frequentare le migliori scuole del paese. Dopo Eton andò a Cambridge, dove dimostrò una straordinaria attitudine per le lingue che lo portò a tentare la carriera diplomatica. Superò gli esami a Londra solo al terzo tentativo, interessato più che altro a godersi la vita mondana della capitale imperiale. Il teatro era la sua vera passione. Ammirava in particolare Sarah Bernhardt, la grande attrice che già aveva fatto innamorare Oscar Wilde. Per il resto era tutto feste e bisbocce. Problemi economici, d’altronde, non ce n’erano: il padre, Lord Revelstoke, era generoso con le sue mance, e anche quando più tardi venne a mancare, il fratello John, erede dell’impero bancario famigliare, gli garantì sempre un appannaggio mensile.
Per uno come Baring, animato da una fanciullezza dello spirito che lo rendeva leggero e solare, facile agli scherzi, il lavoro in diplomazia non era il più indicato. Dopo una breve parentesi a Parigi, Copenaghen e Roma, nel 1904 decise quindi di mollare tutto e di dedicare la sua esistenza interamente alla scrittura.
Quando giunse in Russia, impegnato come corrispondente al fronte durante il conflitto russo-giapponese, Baring si trovò immerso in un mondo vasto, misterioso, che subito lo attrasse e, alla lunga, lo conquistò. Imparò la lingua e iniziò a tradurre i classici di una letteratura che, all’epoca, era pressoché sconosciuta in Occidente. L’influenza di Anton Čechov riecheggia nello stile naturale dell’inglese, che tornò nella terra degli zar numerose volte, visitandola in lungo e in largo.
Nel frattempo, complice la ben nota affabilità, il cerchio delle amicizie di Baring in Inghilterra andava via via espandendosi. Nell’estate del 1908 insieme a Belloc e Raymond Asquith diede il via a un nuovo giornale, il «North Street Gazette», che purtroppo durò un solo numero. Dalle sue ceneri nacque l’«Eye Witness», una testata coraggiosa, votata al giornalismo d’inchiesta (più tardi mutò nome in «New Witness»). Alla direzione furono impegnati prima Belloc e poi Cecil Chesterton.
Tra i nuovi amici di Baring non poteva mancare G. K. Chesterton, un uomo di cui apprezzava soprattutto la grande onestà intellettuale. Con lui trascorse momenti indimenticabili. Il confronto tra i due, sempre profondo e sincero, era un alternarsi di birre e risate. Gli argomenti delle conversazioni spaziavano dall’arte alla politica, dalla letteratura alla religione, ed è certo che dietro la conversione di Baring al cattolicesimo, avvenuta nel 1909, tanto Chesterton quanto Belloc abbiano giocato un ruolo di primo piano.
Nei voluminosi quaderni che Baring compilò per tutta la vita con precisione maniacale – così come nell’autobiografia The Puppet Show of Memory (1922) – vi sono diversi appunti a proposito del suo ingresso nella Chiesa di Roma. In mezzo ai disegni, alle recensioni e alle fotografie che trovano spazio tra le pagine scarabocchiate d’inchiostro, molti passaggi ripercorrono le ragioni di un gesto che l’inglese non esitò a definire «l’unica azione di cui sicuramente non mi pentirò mai».
Fu solo al termine del primo conflitto mondiale che Baring poté finalmente affiancare alla carriera di giornalista e critico quella di scrittore. Nel complesso diede alle stampe qualcosa come cinquanta libri, tra romanzi, testi teatrali, volumi di poesie, saggi e racconti. Ogni sua pubblicazione venne generalmente accolta con favore e illustri contemporanei come mons. Ronald Knox e François Mauriac furono tra i più entusiasti ammiratori della sua opera. Solo Virginia Woolf accennò a qualche riserva, ma la sua opinione, per quanto profetica, rimase tuttavia isolata.
I romanzi di Baring, i più famosi dei quali sono C (1924), Cat’s Cradle (1925) e The Coat without Seam (1929), rivelano un approccio religioso alla vita che vira verso lo struggente, presentando storie d’amore infelici, con quel senso di lacrimae rerum che rende l’esistenza dei personaggi al limite dell’intollerabile. Le trame sono complicate e spesso sembrano non portare a nulla, mentre i protagonisti si muovono all’interno di una fitta rete di relazioni che ha la consistenza del sogno (al pari di ogni vana ambizione sociale e sentimentale, destinata a rimanere tale). L’imperfezione dell’uomo, con tutto quello che ne consegue di bene e di male, è la vera cifra distintiva dei suoi racconti, che Ethel Smyth, non a caso, giudicò alla stregua di lavori teologici. Per Chesterton, invece, i libri dell’amico rappresentavano un provvidenziale salto di qualità verso il realismo – nel senso più profondo e pieno del termine – purtroppo assente in molta letteratura cattolica coeva, ottusamente ancorata a un romanticismo che appariva ormai fuori luogo. Fu forse questo uno dei motivi per cui i suoi lavori vennero molto apprezzati anche in Francia.
Sfortunatamente la popolarità non tardò a presentare il conto a Baring: vittima del morbo di Parkinson, trascorse gli ultimi anni che gli restavano su questa terra, dal 1936 al 1945, nella quasi immobilità. Non avendo moglie, poté contare solo sull’aiuto degli amici che si fecero letteralmente in quattro per assisterlo. La compagnia del canarino Dempsey fu l’unica consolazione per un vecchio che vedeva intorno a sé l’amata Europa estinguersi tra le fiamme del secondo conflitto mondiale. Eppure non c’è da dubitare che la Fede bastò a garantire un lieto fine alla sua vita.
da: www.radiospada.org

martedì 5 settembre 2017

“Cosmopolis”: l’arte di vivere all’epoca dell’imprevisto

di Luca Fumagalli

Un uomo e una limousine. A David Cronenberg non serve altro (o quasi) per imbastire il suo personale affresco della vita postmoderna. Cosmopolis (2012), film tratto dall’omonimo romanzo di Don De Lillo, è una rivisitazione dell’Ulisse di Joyce, l’avventura di un giorno che diventa metafora della condizione umana.
Il protagonista è il ventottenne miliardario Eric Packer, genio della finanza. Grazie alle sue brillanti doti è riuscito in poco tempo a creare un’impresa di successo, con numerosi dipendenti e un patrimonio da capogiro. La sua vita, caratterizzata da un routine puntigliosa, viene improvvisamente sconvolta da un investimento sbagliato che rischia di far affondare il suo impero. Il giovane, al primo errore in carriera, è turbato. Decide così di raggiungere l’altra parte della città, dove si trova il vecchio parrucchiere di fiducia, per un rilassante taglio di capelli. La limousine, però, procede a passo d’uomo: le strade sono congestionate a causa della visita del presidente degli Stati Uniti e, a complicare ulteriormente il tragitto di Packer, oltre a una manifestazione politica, la guardia del corpo lo informa che qualcuno è sulle sue tracce per ucciderlo.
Cosmopolis è un film di rara potenza visiva, che sfrutta i pochi mezzi a disposizione a favore di una sceneggiatura fitta di dialoghi. Quasi tutta la pellicola è girata all’interno della limousine, una sorta di casa mobile dove Packer incontra i personaggi più improbabili e in cui, ogni giorno, un medico è fatto salire per effettuargli una colonscopia (il ragazzo è infatti ossessionato dalla sua prostata asimmetrica e teme il tumore).
Robert Pattinson, svestiti i panni del vampiro di Twilight, si dimostra un attore di talento. Il suo Packer, monoespressivo e apatico, tanto da non sembrare neanche un essere umano, svela allo spettatore una realtà in cui i rapporti interpersonali sono semplicemente impossibili. L’egoismo, il desiderio di consumare l’altro per i propri piaceri edonistici, riduce le relazioni a uno sfregamento di corpi, a violenza o a colloqui privi di reale confronto, più che altro monologhi scaturiti dalle pance di spiriti misantropi.
Ne mondo di Cosmopolis non esiste vero appagamento. La noia di vivere si manifesta per la prima volta al protagonista nella forma dell’imprevisto: il rischio del tracollo finanziario è per lui una rivelazione provvidenziale. In altre parole, si rende improvvisamente conto di come l’esistenza che ha condotto fino a quel momento, per quanto piena di successi, sia in realtà la caricatura della vita, uno stanco trascinarsi tra un appetito e l’altro, esattamente come i topi che i contestatori gettano contro la sua automobile. Anche il sesso – nel film sono presenti un paio di scene che, se si vuole, si possono tranquillamente saltare – non ha nulla di esaltante, è solo una fuga provvisoria dagli affanni, è una sospensione del tempo che non appaga in alcun modo.
A Packer viene offerta dal destino la possibilità di cambiare. Lui, che è emblema di quei potenti tanto odiati che tengono per il guinzaglio il pianeta, si sgonfia come un palloncino. Il viaggio in auto è quindi emblema di un cammino di rigenerazione i cui esiti, però, sono tutt’altro che certi. Il protagonista cambia, anche fisicamente, nei vestiti, così come mutano i legami con la realtà esterna. Tutto sta nel vedere se Packer sarà in grado di portare alle estreme conseguenze le scelte maturate, quel nuovo sguardo “asimmetrico” – come la prostata e l’incompiuto taglio di capelli – che ha appena scoperto.
Cosmopolis, col suo sangue e il suo dolore, può piacere oppure no, ma certamente non esiste un film in grado di raccontare con altrettanta efficacia il mondo d’oggi, un mondo abitato da fantasmi che hanno smerciato volentieri la propria anima per paura di un imprevisto. Meglio essere un nulla ubriaco di futilità piuttosto che ambire a diventare qualcosa, qualcuno: è questo il più grande paradosso del tempo presente.
da: www.radiospada.org

lunedì 4 settembre 2017

La vita felice secondo S. Agostino

di Lino Di Stefano

E’ sempre piacevole ed istruttivo immergersi nelle opere di S. Agostino – specialmente in quelle scritte in dialogo – sicché anche in tale occasione il Santo di Ippona non delude le attese dopo la riedizione in traduzione italiana di un’operetta che proprio per la sua mole teologico-speculativa offre, se ve ne fosse bisogno, la conferma della grandezza dell’uomo, del vescovo, del pensatore e – pregio non secondario – dello scrittore.
Redatto nel 386 d.C., il ‘De beata vita’ affronta, in forma dialogica, il problema della beatitudine del vivere; questione già in parte esaminata nel ‘Contra Academicos’ dello stesso anno, ma messa a fuoco con più precisione in quest’operetta disponibile in traduzione italiana a cura dell’Editrice ‘Il Leone Verde’ di Torino col titolo ‘La vita felice’.
E’ il medesimo Agostino ad informarci, nel prologo, del fine e del contenuto del dialogo – la felicità, cioè, concepita, egli scrive, come “dono di Dio” – dei giorni della discussione, il 13-14-15 novembre del 386, degli interlocutori Navigio, suo fratello, Trigezio e Licenzio, suoi concittadini e discepoli, Lartidiano e Rustico, suoi cugini, Adeodato, suo figlio, e, infine, Monica, sua madre.
Alla quale, parole di Agostino, “sono convinto si deve tutto il merito per ciò che oggi io sono” sicché ne viene fuori un piccolo capolavoro di lingua e di filosofia. Per quanto concerne i personaggi, due di essi, Trigezio e Licenzio, sono i protagonisti anche del ‘Contra Academicos’ sullo sfondo di un medesimo scenario: Cassicìaco, in Brianza.
Siamo, per quanto riguarda l’inizio del dibattito, alle Idi di novembre, giorno genetliaco del retore e pensatore di Tagaste, e il confronto andrà avanti per altri due giorni sotto la sapiente ed accorta regia di Agostino il quale si muove, ‘more platonico’, non solo nella conduzione colloquiale, sempre serrata e drammatica, ma pure nella sostanza data la cadenza dell’opera, speculativa e teologica.
Anche l’’incipit’ del dialogo risulta icastico ed incisivo, visto il modo in cui il filosofo africano entra, senza tanti preamboli – anche se il libro, dedicato al nobile e console Teodoro – ‘in medias res’: ”Vi sembra evidente che noi siamo composti di anima e di corpo?”.
Ragion per cui, se nel ‘Contra Academicos’ si discute, in parte, dell’argomento della felicità e pure della sapienza – ciceronianamente definita “rerum divinarum et humanarum scientia” – nel ‘De beata vita’ la problematica è, appunto, quella felicità intesa come genuino nutrimento dell’anima; Monica, ad esempio, partecipa attivamente alla discussione con interventi puntuali e pieni di buon senso.
A questo punto, dopo il giudizio di Trigezio – secondo la quale “chi vive bene possiede Dio e lo ha favorevole, chi vive male ha Dio, ma contrario” – le opinioni sembrano collimare sull’osservazione di Monica secondo cui “l’infelicità non è altro che indigenza” considerato, altresì, riassume Agostino, che anche la stoltezza è indigenza e viceversa.
Ma, siccome il termine ‘indigenza’ è troppo simile a ‘povertà’, l’Ipponate propone di trovare una voce opposta a indigenza e, appellandosi a Sallustio, che egli definisce “attentissimo conoscitore della lingua”, lo rinviene nella parola ‘opulenza’ sebbene vada bene anche il vocabolo ‘pienezza’ proposto da Licenzio.
Dopo tali mirabili espressioni, la madre del filosofo pone il suggello definitivo alla discussione, confermando che la vita felice è perfetta allorquando è illuminata – così essa si esprime – da “una salda fede, una speranza alacre e una carità ardente”.

da: www.riscossacristiana.it

sabato 2 settembre 2017

L’Assunzione come anti-apocatastasi

di Giuliano Zoroddu

Qualche anno fa per la festa dell’Assunzione mi capitò di ascoltare una omelia che, per esser clementi, dirò bizzarra. Il sacerdote commentava il noto passo dell’Apocalisse “Signum magnum appáruit in coelo: Múlier amicta sole, et luna sub pédibus eius, et in cápite eius coróna stellárum duódecim” (XII, 1), che, anche nel nuovo rito, fa da antifona d’introito alla Messa dell’Assunta. Questi, lungi da qualsiasi interpretazione sia ecclesiologica sia mariologica della “Mulier”, affermava con una certa compiacenza che, al di là delle predette interpretazioni patristiche, ciò che l’Apostolo Giovanni aveva visto era nientemeno che l’Umanità che, alla fine dei tempi, tutta entrerà nella gloria del Cielo.
Ora noi sappiamo che alla fine dei tempi vi sarà il Giudizio nel quale Cristo Signore, attorniato dal senato apostolico, separerà i buoni dai cattivi, accogliendo i primi nell’amplesso del Paradiso e scacciando i secondi fra i tormenti dell’Inferno. Non tutti dunque son i salvati, ma molti: “Multi sunt vocati, pauci vero electi” (Matth. XXII, 14). Sostenere il contrario e postulare anche la reintegrazione di Satana e dei suoi Angeli fu l’errore di Origene Adamanzio, il grande e dotto presbitero alessandrino vissuto tra il 185 e il 254, il quale sosteneva “che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine” (De principiis, I, IV, 1-3). E questa sentenza, che fu condannata formalmente nel Concilio Costantinopolitano II del 553: “Se qualcuno dice o pensa che il castigo dei demoni e degli uomini empi è temporaneo o che esso avrà fine dopo un certo tempo, cioè ci sarà un ristabilimento (apocatastasi) dei demoni o degli uomini empi, sia anatema” (Can. IX, DS 411), riappare oggigiorno nella sua forma deteriore e becera che è la “misericordina” e il pensiero connessovi, cioè in quel guardare il mondo “un po’ come Dio stesso guardò dopo la creazione la stupenda e sconfinata opera sua (prima del peccato originale però!) ... con immensa ammirazione, con grande rispetto, con materna simpatia, con generoso amore”, non chiudendo gli occhi sulle miserie e sui peccati umani, ma guardandoli “con accresciuto amore, come il medico guarda l’ammalato, come il Samaritano il disgraziato lasciato ferito e semivivo sul sentiero di Gerico”, con “volto di Madre amante e perdonante” . Tutte cose “riscoperte” dalla Chiesa nel Concilio e grazie al Concilio: i virgolettati infatti son tratti dal discorso che Paolo VI, tutto ottimismo e simpatia immensa per l’umanesimo laico, rivolse al patriziato e alla nobiltà romana il 13 gennaio 1966. Evidentemente Papa Francesco non s’è inventato nulla!
Ma contro questi perniciosi errori, la cui confutazione possiamo leggere per esempio nel libro XI del De civitate Dei contra paganos del sommo Agostino; contro questo neoorigenismo modernista, ci viene in soccorso la verità consolante dell’Assunzione della Vergine Santissima. Maria che entra in Paradiso con la sua anima e col suo proprio corpo carneo rivestito d'incorruttibilità ed immortalità, ci predica la verità di fede che se è vero che Gesù Cristo è morto per riscattare dalla potestà del demonio tutto il genere umano morto in Adamo, la salvezza si applica non a tutti, ma a molti, cioè a coloro che “sunt Christi, qui in adventu eius credidérunt” (1Cor XV, 23) come ci fa leggere la Santa Chiesa nel Mattutino di oggi. L’Assunta ci rammenta che il Figlio di Dio non si è unito “con l’Incarnazione in un certo modo ad ogni uomo” (Gaudium et spes, 22), che Cristo non è “in qualche modo unito con l’uomo - ciascun uomo senza eccezione alcuna - anche quando l’uomo non è di ciò consapevole” (Redemptor hominis, 14. Vedi anche Dives in misericordia), che non ha assunto in sé tutto il creato (Dominum et vivificantem, Laudato sì): ma che il Verbo suo Figlio, al quale ella fu “arcanamente unita ... fin da tutta l'eternità ‘con uno stesso decreto’ (Pio IX, Ineffabilis Deus) di predestinazione” (Pio XII, Munificentissimus Deus), è unito solamente a coloro che volontariamente compiono la sua volontà, vivono su questa terra “ad superna semper inténti” (Orazione colletta).
Per questo quando alla fine del mondo i morti risorgeranno “cum suis propriis corporibus ... quae nunc gestant” (Conc. Lat. IV, Cap. I, DS 801), la Giustizia misericordiosa farà sì che solo le pecorelle di destra, l’umanità santa e salvata, seguiranno la sorte dell'Assunta, mentre i capri di sinistra, la massa dei dannati, andranno in Inferno, per esser dannato nel corpo e nell'anima. A noi la scelta in questa vita: imitare Maria che ci porta a Cristo o il Diavolo che ci perde, soprattutto ingannandoci con false speranze di misericordia (Cfr. Sant’Alfonso Maria de Liguori, Apparecchio alla morte, XVI-XVII). L’augurio in questa festività agostana, che è la Pasqua di Maria, è quello che traiamo dal sublime Officio Divino dell’Assunta e cioè che possiamo sempre correre “dietro ai profumi degli unguenti” (Terza antifona delle Lodi e dei Vespri) della Madonna per poterla un giorno vedere “coronata sul celeste trono alla destra del Figlio” (Seconda antifona delle Lodi e dei Vespri) e con lei bearci in eterno della visione dell’Augusta Trinità.
da: www.radiospada.org