giovedì 20 luglio 2017

Benson, Greene & Co: il culto di Baron Corvo tra i cattolici

di Luca Fumagalli

Un lettore si appassiona a un libro quando in esso trova tracce di sé. C. S. Lewis, facendo riferimento al suo diuturno rapporto con J. R. R. Tolkien, definì l’amicizia tra due persone pressappoco allo stesso modo.
A quanto pare, a giudicare dalla mole di scritti giunti sino a noi, numerosi autori e studiosi cattolici hanno trovato qualcosa di loro stessi nelle opere di Frederick Rolfe “Baron Corvo” (1860-1913). Strambo dandy del tardo decadentismo, morto in povertà a Venezia, Corvo è oggi ricordato soprattutto per Adriano VII, romanzo fantastorico di un Papa inglese che riesce a imporre la volontà della Chiesa alla litigiosa Europa moderna.
Mons. Robert Hugh Benson (1871-1914), uno dei tanti amici/nemici che avevano incrociato la strada dello sfortunato scrittore, fu colui che, per primo, si incaricò di mantenerne viva la memoria letteraria.
A Cambridge, infatti, pur non occupandosi direttamente della cappellania cattolica dell’università, Benson era riuscito grazie alle sue indiscutibili doti di predicatore a riunire intorno a sé un piccolo gruppo di zelanti studenti, i cosiddetti “Bensonians”. Oltre a Shane Leslie (1885-1971), ideatore del nome, la compagine era composta da Eustace Virgo (1861-1937), Vyvyan Holland (1886-1967), secondo figlio di Oscar Wilde, Ronald Firbank (1886-1926) e Jack Collins (1882-1912). Questi giovani eccentrici, alla ricerca di un’esistenza non convenzionale, lontana dalle rigide imposizioni dell’epoca edoardiana, trovarono in Benson un maestro che li spinse tra le braccia della Chiesa di Roma. Il motto del sacerdote, «l’anticonformismo è il sale della vita», fu la pietra su cui venne edificato il loro sodalizio.
I “Bensonians” furono i primi cultori della figura e dell’opera di Baron Corvo. Benson li introdusse agli scritti dell’amico con una tale passione che le lunghe conversazioni serali, intervallate dalla lettura ad alta voce delle pagine migliori di Rolfe, divennero presto per loro un appuntamento irrinunciabile.
Leslie, valente poligrafo e apologeta, nel 1923 fu il primo a redigere un articolo biografico sul conto dello scomparso scrittore, a cui fece vestire anche i panni di Baron Falco nel romanzo The Cantab(1926). Holland, Collins e Virgo potevano contare nelle proprie librerie diversi volumi di Corvo; Firbank ne coltivò lo stile e fuse nel protagonista del suo racconto lungo Sulle eccentricità delCardinal Pirelli (1926) i caratteri di Adriano VII e di mons. Benson.
Tra i lavori di Rolfe che i “Bensonians” preferivano vi era lo collezione di novelle italiane intitolata In His Own Image. Collins aveva definito il volume “il quinto Vangelo” e anche Benson aveva letto così tante volte i racconti da conoscerli quasi a memoria. Uno degli arazzi che decoravano la sua casa, quello raffigurante il Santo Graal, era ispirato a una delle storie.
Benson, oggi ricordato soprattutto per essere l’autore del bestseller Il Padrone del mondo, pagò il suo affetto per Rolfe vedendosi affibbiata dai delatori l’infame etichetta di omosessuale. Un’accusa naturalmente infondata, ancora più grave se si pensa all’assoluta continenza sacerdotale che contraddistinse tanto la vita quanto la narrativa del monsignore inglese.
Con la pubblicazione nel 1934 di Alla ricerca del Baron Corvo (The Quest for Corvo), il nome di Rolfe iniziò finalmente a circolare, prima tra i bibliofili, poi tra il più vasto pubblico dei lettori. La biografia, scritta da A. J. A. Symons e dedicata a Shane Leslie, è ormai diventata un classico del genere. Dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale, essa contribuì al fiorire di una pletora di studi dedicati al misterioso barone. Del resto Eustace Virgo, nel suo romanzo autobiografico Life at a Venture (1930), pubblicato con lo pseudonimo di E. V. de Fontmell, aveva profetizzato il successo postumo che avrebbe investito Frederick Rolfe: «Il povero diavolo è morto, ma la sua fama di genio, di letterato e di enigmatico mistero vivranno di nuovo».
Tra gli intellettuali cattolici della seconda metà del XX secolo che più si appassionarono alla vita e all’opera di Baron Corvo, Graham Greene (1904-1991) merita un posto d’onore. Il quasi premio Nobel definì provocatoriamente Rolfe «uno scrittore di genio» e da lui trasse un importante lezione per caratterizzare i personaggi dei suoi romanzi, costantemente in biblico tra peccato e redenzione.
Uno dei più importanti “Corvomaniaci” fu il monaco carmelitano Brocard Sewell (1912-2000), cultore del decadentismo inglese e co-autore di un brillante saggio sulla conversione di Rolfe (The Clerk Without a Benefice: A Study of Fr. Rolfe, Baron Corvo’s Conversion and Vocation). Sewell, che in gioventù militò tra i ranghi della Lega Distributista e che ebbe contatti con il partito fascista inglese, fu un accanito oppositore delle riforme liturgiche promosse dal Concilio Vaticano II. Nel post-Concilio, forse ferito da quella che percepiva come una resa della Chiesa alle logiche del mondo, perdette letteralmente la testa: si mise a contestare Paolo VI da posizioni progressiste e nel libro Vatican Oracle attaccò pubblicamente l’enciclica Humanae Vitae. Di conseguenza ebbe parecchi grattacapi con le autorità ecclesiastiche e trascorse buona parte degli ultimi anni della sua vita in esilio volontario in Canada.
Il maggior merito di Sewell nell’ambito degli studi corviniani è la curatela, insieme a Cecil Woolf, del volume New Quests for Corvo (1965), una collezione di articoli dedicati a Rolfe. Il libro era stato distribuito per la prima volta quattro anni prima in edizione limitata con il titolo Corvo 1860-1960. La Saint Albert’s Press, la casa editrice dei carmelitani britannici, si occupò dell’impaginazione e della stampa del testo, provvisto di imprimatur.
Altri ammiratori di Baron Corvo furono il monaco benedettino Sylvester Houédard (1924-1992), poeta e traduttore, esperto di storia delle religioni, e Alexandra Zaina (1921-2008), quest’ultima membro attivo della Latin Mass Society, un’organizzazione nata in Inghilterra con lo scopo di difendere la messa tridentina in opposizione alle innovazioni conciliari. Chi la conobbe racconta che l’amore per Corvo giocò un ruolo determinante a favore del suo conservatorismo liturgico.
L’americano Ralph McInerny (1929-2010), professore di filosofia presso la University of Notre Dame, nell’Indiana, oltre a essere stato uno dei nomi più importanti dell’intellighenzia conservatrice statunitense, scrisse alcuni saggi di approfondimento sui più importanti romanzieri cattolici. In Some Catholic Writers (2007), per esempio, si parla ampiamente di Rolfe, autore a cui McInerny dedicò anche un ciclo di conferenze.
Baron Corvo non mancò inoltre di essere segnalato in varie antologie letterarie come, per esempio, The World’s Great Catholic Literature di George N. Shuster (1980), e The Pen and the Cross di Richard Griffith (2010).
Frederick Rolfe rimane dunque una figura certamente complessa, un uomo dotato di molte personalità, alcune delle quali in perenne contrasto tra loro, annegate in un mare di frustrazioni e paranoie. Quel che è certo, però, è che nei suoi romanzi, negli articoli o nei saggi – che spesso completò senza la soddisfazione di vederli pubblicati – traspare ogni volta il suo sincero attaccamento alla Fede, l’aspetto più interessante della parabola esistenziale di Corvo, il motivo, in altre parole, per cui tanti cattolici hanno voluto omaggiare la narrativa di questo sfortunato scrittore che fu Papa nell’immaginazione, barone nella finzione e genio nella vita.

da: www.radiospada.org

mercoledì 19 luglio 2017

Don Divo Barsotti. Solo la santità salverà la Chiesa

di Lorenzo Bertocchi

Ci sono uomini di fede capaci di parlar chiaro, inafferrabili, autenticamente controcorrente, non per vezzo, né per orgoglio, ma profondamente liberi. Così si può dire di Don Divo Barsotti considerato un grande mistico del ‘900, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, instancabile cercatore della Verità e capace di risvegliare spiriti assopiti fossero etichettati di “destra” o di “sinistra”. In questo forse un certo ruolo l’avrà giocato il suo “temperamento toscano”, quel carattere che il Card. Biffi – estimatore del Barsotti – ha definito “insofferente agli equivoci e amante delle posizioni chiare”1.
A testimonianza di questa sua libertà di pensiero e di azione si può ricordare la profonda amicizia con La Pira, il non facile rapporto con Dossetti, l’intenso incontro con Von Balthasar e le parole scritte a prefazione di un saggio sull’opera di Romano Amerio: “Io vedo il progresso della Chiesa a partire da qui, dal ritorno alla Santa Verità alla base di ogni atto”2. Queste parole scritte a 91 anni, poco prima della morte avvenuta nel febbraio 2006, sono di grande significato anche per risolvere la questione del “rinnovamento nella continuità” come chiave interpretativa del Vaticano II e probabilmente rappresentano l’ultimo avvertimento della “sentinella”.
La figura di Don Barsotti si offre in tutta la sua complessità: mistico, letterato, teologo, monaco, missionario, poeta, sacerdote, la sua vita è stata tutto questo, una vita attraversata dalla continua ricerca della volontà di Dio e perciò santamente travagliata. A colpo d’occhio la sua esistenza appare come divisa da un cancello da attraversare, un passaggio mistico tramite cui far comunicare il visibile con l’invisibile, in qualche modo fisicamente rappresentato dal cancello di Casa S. Sergio sulle colline di Firenze, cuore della Comunità da lui fondata e dove oggi riposano le sue spoglie mortali.
Don Divo nasce nel 1914 a Palaia in provincia di Pisa, settimo di nove figli; entrò in seminario all’età di undici anni e nel 1937, dopo un certo travaglio interiore, divenne sacerdote. Fino al 1947, anno della prima consacrazione in quella che diverrà la Comunità dei Figli di Dio, la sua vita si potrebbe sintetizzare con questa frase: “Dammi una missione, o Signore”3. Una notte di ottobre del 1944, fece un sogno in cui si trovò davanti ad un cancello con uno splendido glicine, ad aprirgli un monaco, alto, solenne, dai tratti orientali, che gli impedì di entrare, ma gli fece cenno di ascoltare un canto dolcissimo che proveniva dall’interno della casa, Don Divo riconobbe quel monaco in San Sergio di Radonez4. Dodici anni dopo, nel 1956, alla ricerca di una sede per la neonata Comunità, fece un sopralluogo ad una casetta nei pressi di Settignano, giunto davanti al cancello della casa Barsotti restò impietrito: il cancello era identico a quello del sogno, glicine compreso, inutile dire che quella fu scelta come dimora della Comunità e la paternità spirituale fu affidata inevitabilmente a San Sergio di Radonez. Non deve meravigliare il rapporto con questo Santo se si pensa all’influenza che il cristianesimo russo ha avuto sul Barsotti: più volte egli ha parlato dell’opera di Dostoevskij come l’incontro decisivo della sua vita, ma anche altri pensatori come Solov’ev e Berdjaev hanno avuto forte influenza su di lui.
Arriviamo così agli anni del Concilio Vaticano II, evento a cui Don Divo non parteciperà attivamente, ma che in qualche modo rappresenta un ulteriore spartiacque nella sua vita. Infatti, se fino ad allora Barsotti era considerato un innovatore – ebbe persino problemi con l’autorità ecclesiastica in merito ad alcune sue esegesi bibliche – dopo il Concilio fu sempre più critico rispetto alla ventata di novità che prorompeva da un certo “spirito conciliare”, al punto da essere bollato come “conservatore”. Egli stesso nel suo diario spirituale del 1980 parla di “congiura del silenzio”5 nei suoi confronti, isolato dal mondo teologico italiano, mentre paradossalmente veniva sempre più richiesto per varie predicazioni ed impegni in ambito ecclesiale.
Il fatto che il Concilio Vaticano II e il “post-concilio” rappresentino uno spartiacque nella vita di Don Barsotti emerge non soltanto dai suoi scritti o interventi, ma anche da alcune sue esperienze di vita. Innanzitutto mi riferisco all’incontro con due uomini che in diverso modo e misura hanno caratterizzato una certa interpretazione politica e teologica di quegl’anni.
Il primo personaggio è Giorgio La Pira, per il quale attualmente è in corso il processo di beatificazione, che fu membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana, deputato e poi sindaco della città di Firenze. L’incontro tra La Pira e Barsotti risale al 1939, quando i due cominciarono un sincero e profondo rapporto epistolare. Per Don Divo questo incontro fu importantissimo, infatti, grazie a questa amicizia cominciò una collaborazione con l’Osservatore Romano, ma più in generale trovò in lui un amico che lo aiutò e lo capì più di altri.
L’altra personalità con cui ebbe un intenso rapporto fu Giuseppe Dossetti, nel 1952 l’allora onorevole del Parlamento italiano invitò Barsotti ad un incontro vicino a Reggio Emilia al termine del quale, con grande sorpresa, chiese al “monaco” toscano di fargli da guida spirituale. Don Divo non rifiutò e lo accompagnò nella scelta religiosa che Dossetti intraprese di lì a poco, ma – come ricorda il Card. Giacomo Biffi – “si rese conto ben presto delle lacune e delle anomalie del pensiero dossettiano”6, al punto che arrivò a prendere le distanze da Don Giuseppe. Il motivo fu il pericolo che il direttore spirituale intravedeva nel rapporto con il Prof. Alberigo, alfiere della cosiddetta “Scuola di Bologna”, il cui cuore era l’Istituto per le Scienze Religiose fondato dallo stesso Dossetti negli anni ’50. E’ importante ricordare che a questa “Scuola” è attribuita una interpretazione del Vaticano II in chiave di discontinuità o rottura. Il Card. Biffi ci fornisce una testimonianza di prima mano per capire bene le ragioni di quello che accadde, infatti, due erano le riserve sostanziali che separarono Barsotti da Dossetti: “prima di tutto disapprovava un’ossessione primaria e permanente per la politica, che alterava la sua prospettiva generale; in secondo luogo deprecava l’insufficiente fondazione teologica di Dossetti. E – aggiunge l’Arcivescovo Emerito di Bologna – mi confidava, alla fine dei suoi giorni, di essere ancora molto preoccupato degli influssi che la “teologia dossettiana” continuava a esercitare su certe aree culturali della cristianità.”7
Il non facile rapporto con Dossetti ha sfumature diverse rispetto a quello con La Pira che Barsotti ha più volte definito “un santo”, un vero uomo di Dio, tuttavia notava che “una volta sindaco [di Firenze], rimase sì il santo che aveva conosciuto, ma poi mi sembra abbia avuto un calo.”8 In altri passi possiamo intendere meglio cosa possa significare questo “calo”, infatti, ribadiva di sapere benissimo “quanto era grande, che fede aveva…ma non basta per evitare di fare delle enormi stupidaggini in politica.”9
Il giudizio di Barsotti sul quel mondo politico-culturale che ha fatto dello “spirito del concilio” una bandiera emerge in maniera sorprendente dagli archivi inediti della Comunità dei Figli di Dio. La data è significativa, 9 maggio 1978, il giorno dell’assassinio di Aldo Moro, così scrive Don Divo: “E’ morto La Pira, oggi è morto Moro. Coloro che volevano il dialogo, che credevano nel dialogo. Non so di Moro, La Pira era un grande cristiano. Un periodo della storia finisce. Ritorna il momento della lotta, e sarà spaventosa; l’opposizione tra il male e il bene, tra Satana e Dio, riapparirà in tutta la sua violenza, e finalmente anche i cristiani saranno luce. Non più compromessi, manipolazioni particolari, alleanze equivoche. Finalmente potremo morire per la nostra fede.”10 La bruciante analisi su quelli “che volevano il dialogo”, ma che di fatto produssero “compromessi e alleanze equivoche” va oltre l’aspetto politico per calarsi in un contesto di fede, di lotta fra Dio e satana, come se finalmente le cose potessero di nuovo essere chiamate con il loro nome e i cristiani tornare ad essere luce, fino al dono totale di sé. Sorprende come questo commento sia ancora oggi di una certa validità, in particolare il bisogno di chiarezza appare sempre più urgente nell’ambito ecclesiale, per superare un periodo di divisioni e confusioni interpretative che nella pratica non hanno fatto altro che confondere vero e falso.
Se questo è il suo rapporto con alcuni esponenti di spicco di un certo mondo politico-culturale in seno alla Chiesa Cattolica, fa riflettere anche il suo legame con alcuni teologi protagonisti dell’epoca conciliare, mi riferisco ad esempio a J. Daniélou, H. de Lubac, L. Bouyer, von Balthasar, da cui ha tratto degli spunti, ma ha sempre conservato una vera autonomia. Per capire in che senso deve essere intesa questa autonomia basti citare quanto scriveva già nel diario del 1967: “Senso di rivolta che mi agita e mi solleva fin dal profondo contro la facile ubriacatura dei teologi acclamanti al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico”11. Poi nel 1979 un giudizio lacerante: “Tutti gli insegnamenti del Concilio, tutta l’azione della Chiesa, tutto è sospeso nel vuoto se la Chiesa non ha più il coraggio di rendere testimonianza della divinità del Cristo. I veri responsabili della crisi del mondo sono i teologi”12. Tra tutti i contemporanei fu von Balthasar quello con cui Barsotti strinse un più convinto rapporto di amicizia e stima reciproca, mentre l’opinione negativa più evidente mi pare quella su Theilard de Chardin: “E’ il pensatore che sta dietro a molti degli errori che inquinano la teologia (e la mentalità) moderna. E’ stato il maestro di certi periti ed esperti conciliari.”13
Nel 1970 Don Barsotti aveva dato alle stampe “Dopo il Concilio. Crisi nella Chiesa?”, un agile libro dal titolo inequivocabile che conteneva una disamina attenta di ciò che si andava piano, piano maturando. Rispetto ai teologi e più in generale alla teologia, Don Barsotti metteva un punto fermo sottolineando come “la novità di una teologia che rinnega la teologia del passato, non è più una novità cristiana.”14 Molti indicano che in questo libro ci sia tutto sommato un giudizio positivo dell’evento conciliare, ma a ben guardare vi sono contenute preoccupate analisi che poi nel tempo assumeranno toni sempre più circostanziati e allarmati.
Il tema della liturgia è un evidente esempio di questo, infatti, nel testo del 1970 veniva definito sapiente “il Concilio che apre la liturgia alla lingua nazionale e materna e sprona alla creazione di nuove melodie, di nuovi canti e nello stesso tempo non ripudia il latino, non getta a mare il canto gregoriano!”15 Nel 1984 però, intervistato da Messori, le sue parole assumono tutt’altro tono: “si ha l’impressione che la riforma [liturgica] abbia portato a qualcosa di ancor meno vitale di quanto c’era prima.”16 Così nel 1996, sulla rivista Rogate Ergo, il grido di allarme si fa denuncia: “Non possiamo accettare la riforma liturgica così come è stata introdotta…Non vuol dire proprio nulla la lingua volgare…Il problema non è di capire sul piano intellettuale, ma di compiere un incontro reale con Cristo. E non vedo nella Liturgia di oggi qualcosa che stimoli questo incontro.”17 E’ evidente che con il passare degli anni le riserve sull’evento conciliare, alla luce dei fatti che si andavano dispiegando nel post-concilio, cominciano a prendere il sopravvento nell’analisi che Don Divo compie sulla situazione della Chiesa e sul Concilio Vaticano II.
Nel 1988, in un intervista concessa ad Antonio Socci, Barsotti esprimeva in modo schietto il suo punto di vista: “forse il Concilio non ha sottolineato abbastanza la sostanziale estraneità della Chiesa al mondo”18, mentre egli richiamava spesso la frase “nel mondo, ma non del mondo” per indicare che la Chiesa è un segno, ma segno di una Presenza salvifica che è tutt’altro rispetto ad un mero “fatto sociale”. Non a caso egli ha mostrato particolare difficoltà proprio nei confronti della Costituzione pastorale “Gaudium et spes” di cui, già nel diario del 1974, sottolineava “l’ambiguità evidente” ed “estremamente grave”19. Questo non deve stupire, nel 1967 in tempi non sospetti, Don Divo faceva una riflessione tormentata, ma acutissima a riguardo di una certa “ossessione” di dover rinnovare il cristianesimo per farlo stare al passo con i tempi. “Il problema vero di un rinnovamento del cristianesimo – concludeva – non è un problema di tecnica, è un problema spirituale.”20 Su questo tema ritorna più volte indicando che “si vorrebbe fare della Chiesa uno strumento della vita sociale”21 e sottolineava ancora che “una della pagine più tristi degli ultimi decenni è un documento dell’ultimo Concilio, nel quale si magnificava l’umanità di oggi e ci si apriva ad un ottimismo che si è dimostrato fallace”22
Mentre sulla “barca di Pietro” la tempesta infuriava la “sentinella” non nascondeva neanche le responsabilità di certi prelati che presi da timore o da una insana necessità di risultare graditi al mondo, omettevano di svolgere in pieno il loro ruolo. Di fronte al dilagare delle varie teologie che “nascono e muoiono, ma non danno assolutamente quella sicurezza che dava prima l’insegnamento della Chiesa”23, Barsotti non esitava a richiamare i Vescovi al loro compito più importante: ““mi dicano quello in cui devo credere e quello che devo rigettare”24 Al fine di fare chiarezza sulla questione del “rinnovamento nella continuità” come modo di interpretare il Concilio, alcuni richiamano proprio la necessità di poter distinguere in modo autentico ciò che è in “continuità” da ciò che non lo è.
Sull’importanza dell’autorità occorre dire che Don Divo non ha esitato a parlarne nemmeno predicando gli esercizi spirituali al Papa, infatti, sorprendentemente nel 1971 fu chiamato da Paolo VI a predicare in Vaticano. Il tema fu quello del “sacerdozio” e così parlò anche dell’importanza del potere donato direttamente dal Signore ai suoi ministri e più in generale alla Sua Chiesa, autorità che specialmente in quegli anni era facilmente misconosciuta, “infatti, dilagava l’anarchia…nelle chiese del Nord Europa ci si faceva beffe del Santo Padre. Ed io – dirà poi Barsotti – non ho mai capito come si potesse essere così duri con Lefevbre (che sbagliava, ma pur sempre sul piano disciplinare) e lasciar correre chi, come Kung, Curran, Schillebeeckx, metteva in discussione il dogma.”25 Il problema del riconoscimento dell’autorità lo aveva affrontato anche a riguardo dei famosi avvenimenti del 1967 nella parrocchia dell’Isolotto di Firenze, vera avanguardia di quel catto-comunismo che poi fece breccia in molti ambienti ecclesiali. All’Isolotto il parroco – Don Enzo Mazzi – si mise in aperto contrasto con il Card. Florit e Barsotti si sentì indirettamente chiamato in causa, infatti, fu il predicatore degli Esercizi per l’Ordinazione di quel sacerdote e “il predicatore degli Esercizi si sente sempre interiormente legato e solidale con i sacerdoti che accompagna all’altare. L’ultima volta che parlai a Don Mazzi – diceva Barsotti nel 1970 – gli dissi che avevo paura per lui; oggi debbo dirgli che solo l’obbedienza nella vita presente, salvaguarda l’amore e l’umiltà.”26
D’altra parte per lui la “tensione tra libertà e autorità” è risolta solo dall’obbedienza come atto di amore, inoltre diceva spesso che dove c’è il Vescovo c’è la Chiesa, ma nella misura in cui quel Vescovo vive in comunione con il Papa. Il tema è ancora oggi di scottante attualità.
In conclusione diciamo che i diari spirituali di Don Divo Barsotti testimoniano come il tema della “ricezione” del Concilio è stato per lui assai tormentato: nel 1967 era preoccupato per l’eccessiva lunghezza e il linguaggio dei documenti, nel 1979 lo infastidisce il continuo richiamarsi al Concilio per voler mutare ogni cosa, nel 1983 stigmatizza la visione troppo ottimistica della storia umana, nel 1989 si preoccupa per il fatto “che non hanno voluto condannare l’errore e hanno preteso di rinnovare la Chiesa quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto.”27
Per ciò che riguarda il dialogo interreligioso manifestò direttamente a Giovanni Paolo II – che pur stimava moltissimo – le sue perplessità in occasione dell’incontro di Assisi 1986. La sua preoccupazione era per quel tipo di approccio ecumenico con cui “si rischia di non far più differenza” e così “il popolo non può più rendersi conto di quello che è specifico del cristianesimo.”28
Finalmente nel 1990 offre il suo travagliato atto di Amore alla Chiesa: “Nel Concilio non possono essere stati insegnati errori, anche se può essere stata taciuta la verità. E se le direttive non fossero opportune, si impone tuttavia l’obbedienza.”29
Eppure Don Divo può essere considerato anche un precursore del Vaticano II, soprattutto penso al suo insistito richiamo alla santità rivolto ai laici. Lungi da lui fare riferimento alla testimonianza con toni moralistici, egli era veramente persuaso che il vero rinnovamento della Chiesa, e quindi anche il ruolo giocato dal Concilio, può realizzarsi solo dai santi. A questo proposito, predicando a Paolo VI, citava coloro che “attuarono” il Concilio di Trento: Carlo, Filippo, Ignazio, Francesco Saverio, Teresa, Giovanni della Croce, e “guai se rompiamo il legame che ci unisce alla Chiesa di sempre. Non posso riconoscere la Chiesa di oggi se questa non è la Chiesa del Concilio di Trento, se non è la Chiesa di Francesco e di Tommaso, di Bernardo e di Agostino. Io non so che farmene di una Chiesa che nasca oggi. Se si rompe l’unità la Chiesa è già morta. La Chiesa è viva soltanto se, senza soluzione di continuità, io sono nella Chiesa uno con gli Apostoli per essere uno con Cristo.”30
Chissà che proprio Don Divo Barsotti non sia parte di quella nuova schiera di Santi che un giorno qualcuno ricorderà perché capaci di rinnovamento in quanto radicati nella Tradizione.
da: Sentinelle del post Concilio, Cantagalli, Siena.


1 G. Biffi “Memorie e digressioni di un italiano cardinale”, Ed. Cantagalli, Siena 2010, pag. 492
2 dal commento di Don Divo Barsotti al testo di Enrico Maria Radaelli, “Romano Amerio. Della verità e dell’amore”, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2005, commento pubblicato on-line su http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/45538
3 A. Colzi, Una Comunità e il suo fondatore: Don Divo Barsotti, Editrice Shalom, Camerata Picena (AN), 2006, pag. 66
4 San Sergio di Radonez, monaco russo morto il 25 settembre 1392, è il Santo più venerato in Russia, ebbe visioni della Beata Vergine Maria, fondatore di molti piccoli monasteri, padre di tantissimi monaci, ebbe molta influenza sulla storia russa.
5 Citato in S. Albertazzi, Sull’orlo di un duplice abisso, Edizioni San Paolo, Milano 2009, pag. 37
6 G. Biffi, Op. cit., pag. 492
7 Ibidem, pag. 493
8 A. Colzi, Op. cit., pag. 298
9 D. Barsotti, I cristiani vogliano… Op. cit., pag. 196
10 V. Luccarelli, “Non sono più io che vivo…”, stampato in proprio dalla Comunità dei Figli di Dio, pag. 240
11 D. Barsotti, Battesimo di Fuoco, Rusconi Editore, Milano 1984, pag. 58
12 citato in S. Albertazzi, Op. cit., pag. 86
13 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere cristiani, a cura di P. Canal, Edizioni S.Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2006, pag. 164
14 D. Barsotti, Dopo il Concilio, Ed. Messaggero Padova, 1970, pag. 90
15 D. Barsotti, I cristiani vogliano… Op. cit., pag. 56
16 Ibidem, pag. 168
17 Ibidem, pagg. 269-270
18 Ibidem, pag. 181
19 Cfr. D. Barsotti, L’attesa. Diario 1973-1975, SEI Torino, 1995, pagg. 213-214
20 D.Barsotti, Battesimo di…, Op. cit., pag. 85
21 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere… Op. cit., pag. 182
22 Ibidem, pag. 233
23 Ibidem, pag. 80
24 Ibidem, pag. 272
25 Ibidem, pagg. 183-184
26 D. Barsotti, Dopo il Concilio…Op. cit., pag. 48
27 Cfr. S. Albertazzi, Op. cit. pagg. 88, 89 e 90
28 D. Barsotti, I cristiani vogliano essere… Op. cit., pag. 257
29 citato in S. Albertazzi, Op. cit., pag. 91
30 D. Barsotti, Le responsabilità dei Preti. Prediche al Papa, Edizioni S. Paolo, Cinesello Balsamo (MI), 2010, pagg. 105-106

da: www.libertaepersona.org

martedì 18 luglio 2017

Boni sitis si potestis in Regno Christi

di Luca Fumagalli

Dedicato a tutti quelli che cercano ogni giorno di viver da Cristiani Cattolici, nonostante tutto.

Scrivo queste poche righe con le lacrime agli occhi e anche con una certa rassegnazione poiché penso che comunque non cambierà molto nel cosiddetto mondo “tradizionalista una cum e non una cum” che, bene o male, condivide la stessa Messa.
Sono forse il più folle e lunatico “tradizionalista” che abbia frequentato e che frequenta diverse realtà conservatrici e che, negli anni, anche se con fatica, ha provato a voler bene davvero ad ogni singolo fedele. Alcuni se ne sono andati, diversi sono ritornati o hanno abbandonato la Fede, altri ancora hanno seguito false convinzioni teologiche; qualcuno, per il gusto di cambiare, ha girovagato per seminari e per realtà così diverse tra loro che alla fine è ritornato all’origine o si è arreso al modernismo.
Spesso, però, la colpa di tutto ciò non è solo dei fedeli instabili, ma anche delle attenzioni che gli altri credenti o i sacerdoti hanno nei confronti dei nuovi arrivati. È vero che le cappelle e le chiese ove si celebra la Messa di sempre hanno preti certamente più in gamba di quelli delle parrocchie “normali”, ma è altresì vero che a volte manca un po’ di comprensione umana verso coloro che magari si sono accostati a questa realtà solo da poco e che non sanno ancora quali siano le regole e gli atteggiamenti da avere per vivere bene la Fede Cattolica autentica.
Io, purtroppo, l’ho imparato solo da poco, nonostante sia tra i vecchi conservatori: con la durezza o la rigidità a tutti i costi verso coloro che vorrebbero vivere meglio la loro Fede, si ottiene solo l’effetto opposto.
Poiché siamo uomini e donne liberi, se forziamo il prossimo a fare qualcosa che non gli piace, pur essendo giusta, o lo attacchiamo senza usare un po’ di misericordia, non lo guadagniamo a Dio ma rischiamo di allontanarlo. Alcuni santi come Filippo Neri e don Bosco, che spesso viene citato durante gli esercizi spirituali di sant’Ignazio, ce lo ricordano molto bene. Il primo infatti soleva ripetere: «Non fate i maestri di spirito e non pensate di convertire gli altri; ma pensate a regolare prima voi stessi»; e il secondo: «Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi. Per evitare rivalità ed ostilità io debbo tenere il metodo finora seguito: fare senza dire. Dite ai giovani che li aspetto tutti in Paradiso. Noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri».
Nelle nostre piccole realtà, simili a volte all’Isola che non c’è, manca il concetto di comunità che invece ben si realizza, anche senza un fondamento Cattolico serio, nelle parrocchie. È vero, veniamo da posti diversi, spesso molto distanti tra loro, tuttavia i mezzi di comunicazione attuali ci danno enormi possibilità che ritengo andrebbero sfruttate. Se è vero che non siamo obbligati a sentirci una comunità, è pur vero che di questo passo si tornerà molto presto a chiese domestiche: quando i legami non si saldano tutto finisce. Chi impedisce ai fedeli di trovarsi dopo la Messa tra loro per qualche Agape conviviale o contattarsi tramite i moderni strumenti tecnologici per scambiare due chiacchere o recitare il Rosario e le preghiere del mattino e della sera?
Se alcuni santi non si vergognavano di pregare nei posti più impensati, persino in bagno, perché non utilizzare i media per fini utili e nobili indipendentemente dal luogo ove ci troviamo? Chi ci impedisce di ritrovarsi per organizzare insieme le vacanze invernali o estive?
Impariamo a fare comunità e a rispettarci tra noi. È vero, le posizioni teologiche sono molto importanti, però converrete con me che se uno sceglie un tipo di Messa sta già facendo un buon passo verso la Verità. Purtroppo l’unica cosa certa è che questo è forse il periodo storico più buio che la Chiesa abbia mai vissuto. Sarebbe pertanto utile che coloro che hanno la stessa visione comincino a vivere come se facessero parte di una comunità, “una cum” i primi, “non una cum” i secondi. Quando e se questa disputa verrà risolta, allora entrambi potranno riunirsi e pregare insieme per poi un domani far rinascere le parrocchie di una volta.
Non vorrei che questo venisse preso come un articolo sentimentalista. Piccole o grandi comunità che creino legami di preghiera, di amicizia e di vera fratellanza e, chissà, magari anche proposte lavorative condivise, secondo ritmi cristiani, sono importantissime.
Alla fine di tutto, però, ciò che importa davvero è la Santità. Non stanchiamoci mai di averla come chiodo fisso e tutto intorno a noi, nonostante fatiche e tribolazioni, si trasformerà in gioia.
Amiamoci gli uni gli altri come Lui ci amati e impariamo che non c’è amore più grande del dare la vita per i propri Amici. Senza vergogna, sine timore, creiamo legami seri di amicizia tra noi e saremo luce del mondo e sale della terra, poiché la nostra amicizia sarà l’immagine della Sua. Questo ce lo ricorda Pio XIII che cita a sua volta sant’Agostino: «Se vuoi vedere Dio, hai a disposizione l’idea giusta: Dio è Amore. Ma se non ami il fratello che vedi, come puoi amare Dioche non vedi?»
Amiamo i nostri amici e ancor più i nostri amici cattolici, altrimenti come potremmo esser credibili difronte agli altri? «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,16)
Prima di salutarvi, vi dedico questa poesia di Jorge Luis Borges, da me rielaborata in Catholicstyle, sperando possa piacervi e nella speranza che possiate condividerla con coloro a cui più volete bene e che magari chiamate Amici o Amiche.

Non posso darti soluzioni
per tutti i problemi della vita
Per i tuoi dubbi o timori ti dico confida in Dio,
poiché io posso solo ascoltarli e dividerli con te
Non posso cambiare né il tuo passato
né il tuo futuro
Però quando serve starò vicino a te
Non posso evitarti di precipitare,
solamente posso offrirti la mia mano
perché ti sostenga e non cadi
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo
non sono i miei
Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice
Non giudico le decisioni che prendi nella vita
Mi limito a consigliarti e a stimolarti sulla via del Bene
e aiutarti se me lo chiedi
Non posso tracciare limiti
dentro i quali devi muoverti,
Però posso offrirti lo spazio
necessario per crescere
Non posso evitare la tua sofferenza,
quando qualche pena ti tocca il cuore
Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere
Solamente posso volerti come sei, pregare perché viva ogni tuo giorno da Cristiano
ed essere tuo amico.

P.S. un ricordo nella Preghiera.

da: www.radiospada.org

domenica 9 luglio 2017

La Romanità della Chiesa: da Cesarea di Filippo al dominium mundi

di Giuliano Zoroddu

I Vangeli non sono racconti fantasiosi, ma resoconti storici: pertanto gli Evangelisti nell’opera di fissazione scritta dell’ευαγγέλιον (euanghélion, buona novella) si presero cura di indicarci tempi e luoghi di avvenimenti realmente accaduti. Mi occuperò qui dei luoghi, di due luoghi particolari e del loro perché. Non so se coloro i quali mi leggeranno, si siano mai posti la domanda sul perché Nostro Signore Gesù Cristo nell’atto di conferire a san Pietro il primato di governo sul Collegio Apostolico e su tutta la Chiesa, abbia scelto proprio Cesarea di Filippo e il Lago di Tiberiade. Nell’economia della salvezza nulla è senza senso: pare pertanto ragionevole pesare che non senza il consiglio della divina Provvidenza colui il quale avrebbe fissato la sua Cattedra episcopale in Roma sia stato esaltato al culmine apostolico proprio in due località strettamente legate non già all’Impero Romano in generale, ma all’Imperatore stesso. Partendo da questi presupposti, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sulla Romanità della Chiesa a livello e spirituale e temporale, che potrebbero tornare utili per barcamenarci fra i flutti di questo nostro tempo sconquassato.
Cesarea di Filippo (attuale Banyas, Israele) fu costruita dal tetrarca Erode Filippo sul sito dell’antica Panea, alle fonti del Giordano, in onore di Augusto, cui pure dedicò un tempio che troneggiava dall’alto della rocca. Qui, verso la metà dell’anno 29, Gesù costituì Simon Pietro, che per primo lo aveva riconosciuto come “il Cristo, il Figliuolo del Dio vivente” (Matth. XVI, 6), pietra basilare (in aramaico Kepha = Roccia) della Chiesa che avrebbe fondato. Come fa notare l’abate Ricciotti l’immagine usata da Gesù fu agli uditori “tanto più chiara davanti alla visione della roccia materiale che sostiene il tempio dedicato al signore del Palatino” 1. Tiberiade invece fu fondata da Erode Antipa nel 20 d.C. in onore dell’imperatore Tiberio con lo scopo di farne il centro del Regno di Galilea. Sulle rive del lago che da essa trae nome il Risorto apparve agli Apostoli e confermò a Pietro il ministero di pascere tutto il suo gregge (Cfr. Ioann. XXI, 1-17).
I due avvenimenti, narrati il primo da san Matteo e il secondo da san Giovanni, insegnano con chiarezza adamantina la dottrina cattolica secondo cui “il primato di giurisdizione in tutta la Chiesa di Dio fu promesso e dato immediatamente e direttamente da Cristo Signore al beato Apostolo Pietro […] ed al solo Simon Pietro diede Gesù, dopo la sua Risurrezione, la giurisdizione di sommo Pastore e Rettore su tutto il suo ovile” 2. Il succitato passo giovanneo infatti, nella sua versione greca, parla di “τὰ ἀρνία” (agnelli = fedeli), “τὰ πρoβὰτια” (pecorelle = chierici), “τὰ πρόβατα” (pecore madri = vescovi), il che fa esclamare al Crisostomo aver sparso il suo preziosissimo Sangue il Cristo “per redimere quelle pecorelle, che affidò a Pietro e ai suoi successori” 3. Che in san Pietro fossero riconosciute queste prerogative primaziali ce lo attesta indirettamente il suo coapostolo Paolo il quale tre anni dopo la sua conversione si recò a Gerusalemme al solo scopo di “vedere Pietro” (Gal. I, 18) . Commenta il Padre Sales, Professore di Sacra Scrittura all’Angelicum e Maestro del Sacro Palazzo sotto Pio XI: “benché chiamato ed istruito immediatamente da Gesù Cristo, san Paolo credette suo dovere di visitare san Pietro, non per imparare da lui il Vangelo, ma per conoscerlo e rendere omaggio al Capo del collegio apostolico e di tutta la Chiesa. In queste parole si ha una conferma del primato conferito a san Pietro, come riconoscono tutti i santi Padri” 4. Siccome poi nell’anno 42 il Principe degli Apostoli e Vicario di Cristo, fissò in Roma la Cattedra definitiva del suo Episcopato, consacrandola infine col suo stesso sangue nel 64, la Chiesa di Gesù Cristo ha – oltre a quelle di Unità, Santità, Cattolicità e Apostolicità – la nota della Romanità. Si badi bene a non considerare quest’ultimo come una carattere minore, esclusivo magari della sola Chiesa Latina o un residuo di una mentalità “esageratamente” romanocentrica, anti-protestante e anti-bizantina: al contrario esso è il carattere che racchiude in sé gli altri poiché essi “si riscontrano solo nella Chiesa che riconosce per capo il Vescovo di Roma, successore di san Pietro” 5. Pertanto il dottissimo Leone XIII, riprendendo il pensiero di san Cipriano 6 , con lapidaria sentenza ci insegna che “la causa efficiente dell’unità nel Cristianesimo è la Chiesa Romana” 7 e non può essere altrimenti se crediamo fermissimamente con sant’Ireneo (un orientale del II secolo, mica Umberto di Silva Candida!) che con questa Chiesa “per una [sua] più forte supremazia – (po[ten]tiorem principalitatem) – è necessario che concordi ogni Chiesa” 8. Esso è il carattere che maggiormente mette in evidenza come nell’unità del Cristo non vi sia differenza fra Giudeo e Greco, fra circoncisi e incirconcisi, onde al Corpo Mistico di Lui si può applicare ciò che il pagano Claudio Rutilio Namaziano cantava di Roma idolatra: “Fecisti patriam diversis gentibus unam […] urbem fecisti, quod prius orbis erat” 9. Dopotutto, rigettata che fu Gerusalemme deicida e votata alla distruzione, la Città Santa della Nuova ed Eterna Alleanza è Roma: “Roma è la nuova Sion, e romano è ogni popolo che vive di fede romana” 10. Pietro quando arrivò a Roma ne iniziò la pacifica conquista, lo aiutò in seguito san Paolo e, migrati essi al Cielo, proseguirono l’opera le schiere dei Martiri che finalmente uscirono dall’oppressione dietro ai labari di Costantino Magno, vittorioso non già per gli auspici dei demoni dell’aria ma per la potente virtù della Croce di Cristo. Lo stesso avvenne in ogni parte dell’impero, senza che le massime autorità di esso ne fossero pienamente consce, quantunque “crescesse per tutto l’Oriente l’antica e costante opinione che fosse scritto nel destino del mondo che dalla Giudea sarebbero venuti, in quel tempo, i dominatori del mondo” 11. L’Urbe era “ignara dell’autore della sua elevazione” 12 dirà san Leone Magno: eppure tutta la sua grandezza era un dono di Dio, come ben ci spiega sant’Agostino nel De civitate Dei. Augusto non ebbe la minima idea che sotto il suo regno Dio s’era fatto Uomo nascendo dalla Vergine; Tiberio che pure, come ci dice la Tradizione 13 , voleva inserire il Nazareno nel Pantheon, non riconobbe in lui l’unico vero Dio da cui deriva ogni potestà e per cui i re regnano; gli altri, chi più chi meno, perseguitarono la Chiesa. Ma lo stesso santo Pontefice rivolgendosi alla stessa Urbe, ormai liberata dai lacci del diavolo, le ricorda: “[Pietro e Paolo] ti hanno innalzata a tanta gloria, che, divenuta nazione santa, popolo eletto, città sacerdotale e reale e, per la Sede augusta del beato Pietro, la capitale del mondo intero, stendi la tua supremazia, grazie alla religione divina, assai più lontano che non fu per la dominazione terrena” 14. Per inciso, non si può non accennare a quanto fu foriera di discordia la distinzione fra vecchia e nuova Roma operata al momento della fondazione di Costantinopoli: “Gl’Imperadori fecero quella distinzione per stare a pari con Augusto: i Patriarchi per non comparire da meno di san Pietro. Ma come agl’Imperadori bastava, ad argomento di distinzione, il non esservi più seggio imperiale nell’antica Roma, ai Patriarchi non bastava, perché in quella era il papale seggio. Quindi un irragionevole studio a distinguersi dai Latini; e si afferrarono alla barba, alla moglie, al pane col lievito nell’eucaristia, e, quel che è peggio, al non voler credere lo Spirito Santo procedente dal Figliuolo” 15. Ma torniamo al nostro tema. L’impero di Roma battezzato in Costantino e Teodosio entrò nell’impero di Cristo e sebbene il trono occidentale cadde sotto i colpi dei Barbari, l’Impero, giusta la sentenza dell’Angelico Dottore “non è cessato, ma da temporale si è mutato in spirituale” 16 dimodoché, per citare colei che scoprì la tomba e le reliquie di san Pietro, “all’impero caduco fondato da Augusto, subentrò l’impero perenne della Chiesa universale, cioè cattolica” 17. Ma chi è il capo di questo impero spirituale certo, ma incarnato? Capo invisibile è ovviamente il Cristo “Rex regum et Dominus dominantium” (Apoc. XIX, 16), sommo Sacerdote, Re e Profeta, Autore del Sacerdozio e del Regno; Capo visibile è il suo Vicario che con Cristo fa una cosa sola e che partecipa della medesima plenitudo potestatis di Lui. È un po’strano pensare che quell’uomo di Betsaida, il pescatore impetuoso e tenero al contempo, sia stato elevato a tanta dignità da superare, nella potenza del suo Signore, la possanza di quelli che Virgilio celebrò come i padroni del mondo e di esserne in un certo qual modo e soprattutto nella persona dei suoi successori, l’erede. È difficile da credere, lo ammetto, ma ascoltiamo l’Apostolo: “Le debolezze del mondo ha scelto Dio per svergognare i forti, e le cose vili del mondo e le spregevoli elesse Dio, le cose che non son nulla, per annientare le cose che sono; acciocché nessun individuo si glorii al cospetto di Dio” (1Cor. I, 27-29). E pienamente consapevole di ciò la Santa Chiesa nell’ultimo responsorio del secondo Notturno del Mattutino dei santi Pietro e Paolo, canta: “Tu es pastor ovium, princeps Apostolorum: tibi tradidit Deus omnia regna mundi”.
Tutta in questo senso si orientò la magnifica costruzione del cerimoniale papale: la persona Papæ (l’istituzione divina e non l’uomo peccabile) con la fronte redimita dal sacro triregno (evoluzione del frigium), rivestita del manto e dei sandali rossi (insegne regio-sacrali di origine etrusca) e servita da clero e laicato, da Vescovi e Principi, si manifestava, quale veramente era (ed in teoria è), l’apice, oltre che della Chiesa Universale, della Società temporale, l’apice della città della terra indirizzata alla città del Cielo, l’apice del Regno sociale di Nostro Signor Gesù Cristo. Per cui se l’Imperatore si trovava a Roma era chiamato a servire il Sommo Pontefice durante le funzioni, a tenere la briglia o la staffa durante le processioni a cavallo, a rendere a Cristo in lui l’omaggio della devozione e dell’obbedienza nella fede. Possiamo ben dire che il Papato è l’unica autorità “mondialista” secondo Dio, che la società da esso vivificata – la Christianitas – sia stata incarnazione nella storia della Verità rivelata, antica e sempre giovane al contempo. Per questo contro di esso si son scagliate e tuttora si scagliano le frecce di coloro che non militano sotto i vessilli di Cristo Re: Foziani di ogni nazione, Protestanti di ogni setta, Massoni di ogni obbedienza, Cesari neri e rossi di ieri e di oggi, rivoluzionari, mondialisti, sionsisti, omosessualisti, comunisti, e tutti coloro che sotto varie bandiere sono emissari e strumenti, più o meno consapevoli, del Demonio. Ovviamente ciò non poteva piacere ai modernisti che durante e dopo il Concilio operarono lo smantellamento barbaro, sacrilego ed eretico di tutta questo mirabile edificio teologico e politico, proprio di quella Chiesa che marchiarono come “costantiniana”. Se proclamando “l’ordine dei vescovi […] soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa” 18 si minò la costituzione monarchica della Chiesa e affermando che “la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa” 19 si ripudiava la signoria di Cristo sulla società, abolendo de facto la lingua latina si attentava alla Tradizione della Chiesa e alla vita stessa dei fedeli. Lo riconobbe lo stesso Papa Montini parlando della Messa nuova: “Non più il latino sarà il linguaggio principale della Messa, ma la lingua parlata.[…] un grande sacrificio: perdiamo la loquela dei secoli cristiani, diventiamo quasi intrusi e profani nel recinto letterario dell’espressione sacra […]. Abbiamo, sì, ragione di rammaricarci, e quasi di smarrirci: che cosa sostituiremo a questa lingua angelica? È un sacrificio d’inestimabile prezzo” 20. Ma avendo deciso “la Chiesa del Concilio” di guardare “il mondo un po’ come Dio stesso guardò dopo la creazione la stupenda e sconfinata opera sua” 21 (dimenticando – verrebbe da dire – quella cosuccia che è il peccato originale) non si poteva presentarsi agli altri come i detentori dell’unico messaggio salvifico rivelato una volta e per sempre. Così la mannaia bugnian-montiniana distrusse il cerimoniale romano; la teatralità woytjliana svuotò la persona di Pietro e impose quella di Simone; il pontificato ratzingeriano, “sintesi hegeliana” tra Cattolicesimo e Modernismo, con l’invenzione del “Papa Emerito” ha dato il colpo mortale (se fosse possibile!) alla monarchia petrina. Sull’attuale Regnante preferisco esprimermi concisamente, evidenziando soltanto il becero “trionfo” di un pensiero anti-giuridico, anti-razionale (molto più antico di Papa Francesco) che avendo come fine la creazione di una “Chiesa” spirituale (eterea), ripropone l’odio gnostisco per la materia, l’odio in ultima analisi di Lucifero contro l’Incarnazione del Verbo.
Ma se noi oggi volessimo vedere l’unica rappresentazione plastica che è scampata alla distruzione o all’oblio più cupo, possiamo guardare la Cathedra Petri e meditare su di essa. Sto parlando dell’antico seggio (dalla dibattuta datazione) che si conserva come reliquia preziosa nella Cattedra berniniana. Chiamata anche “Sella gestatoria apostolicæ confessionis” è decorata con delle formelle raffiguranti le dodici fatiche di Ercole e non a caso. Il Pontefice Romano è infatti il vero Re-Sacerdote, costituito da Dio nel suo oggi eterno “su tutte le nazioni e i regni, perché sradichi, distrugga, disperda, dissipi, edifichi e pianti” (Ier. I, 10). Perciò egli è “servus qui super familiam constituitur […] Vicarius Iesu Christi, successor Petri, Deus Pharaonis: inter Deum et hominem medius constitutus, citra Deum, sed ultra hominem: minor Deo, sed maior homine: qui de omnibus iudicat, et a nemine iudicatur” 22, erede dei Cesari di Roma, cui tutti debbono obbedire perché a lui, nel Cristo, si riferiscono le parole del Profeta: “Cadent a latere tuo mille, et decem millia a dextris tuis […] retributionem peccatorum videbis. […] Super aspidem et basiliscum ambulabis,et conculcabis leonem et draconem” (Ps. XC, 4, 7-8, 13) 23. Il Papa è “τὸ κατέχον” di cui parla san Paolo (Cfr. 2Thess. II, 6.7), ciò che trattiene il sopravvento del regno dell’Anticristo e non, come da qualche decennio lo si presenta, il capo delle religioni, il rappresentate di un tanto indefinito quanto inquietante “sacro”, certo gradito alle oscure officine.
Sono pienamente conscio che dinnanzi allo sconsolante spettacolo odierno, le mie parole possono sembrare quelle di un illuso nostalgico, se non di una persona illusa e totalmente avulsa dalla realtà. Nient’affatto! Io credo che nel mondo in cui viviamo, assaliti dalla ciurma del mondialismo massonico anticristiano e antiumano e giustamente schifati da una gerarchia apostata, dobbiamo fare come la Vergine e l’Apostolo san Giovanni: dobbiamo stare presso la Croce. Davanti allo spettacolo orrendo di un Dio catturato, torturato e ucciso, i più persero la fede e abbandonarono il Maestro: così oggi allo stesso modo davanti allo spettacolo di una Chiesa avvilita da cinquant’anni e più di modernismo e oggi più mai da una gerarchia che scade nel becero, molti sono portati a guardare con occhi di ammirazione verso il mondo sedicente ortodosso, il quale, non avendo avuto la catastrofe deuterovaticana, appare quasi un’oasi di fede immacolata e saldissima. Lungi da noi lasciare la vera Chiesa di Cristo quand’è in rovina per unirci a coloro che nulla hanno a che spartire con Cristo, avvinti come sono disgraziatamente dalle spire dell’eresia e dello scisma. In questo tempo siamo portati a fare la bella professione di Fede: “Sì, io credo che le porte dell’Inferno non prevarranno. È promessa di Gesù!”; e a proclamare con tutta la nostra forza: “Per nessun motivo diverremo traditori e per nessun motivo abbandoneremo la Fede di Roma, nostra Madre. […]Se ci fosse anche chiesta la vita, ebbene daremo la vita per la Fede” 24. Ascoltiamo san Pio X: “L’Oriente resterà sempre il paese dell’aurora e che le sue plaghe ridenti non cesseranno di mandarci il lume della natura; ma, poiché il Signore ha eletto Roma per essere il testamento della nuova alleanza, è di qua che spande i suoi raggi il sole della verità e della grazia come l’han proclamato di gran cuore gli stessi Orientali in tante occasioni” 25. Ovviamente “la Roma cattolica custode della fede cattolica e delle tradizioni necessarie al mantenimento della stessa fede, alla Roma eterna, maestra di saggezza e di verità” non “la Roma di tendenza neo-modernista e neo-protestante che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono scaturite” 26. Tra le macerie della desolazione morale o della catastrofe bellica una sola colonna sta in piedi: il Romano Pontificato. Angariato dalla Sinagoga e dagli Imperatori; attaccato da eretici e potenti d’ogni sorta, colore ed epoca, esso sta ancora lì (nella sublimità o nella bassezza di chi pro tempore ne è investito) a camminare, conculcandoli, sui mostri del mondo perfido. E questo perché “il Papa ha le promesse divine; pur nella sua umana debolezza, è invincibile e incrollabile; annunziatore della verità e della giustizia, principio della unità della Chiesa, la sua voce denunzia gli errori, le idolatrie, le superstizioni, condanna le iniquità, fa amare la carità e le virtù” 27. Teniamoci quindi ben stretti alla Cattedra di san Pietro perché come diceva san Girolamo a san Damaso: “Io non conosco Vitale, non ho nulla in comune con Melezio e mi è ignoto Paolino: chiunque non raccoglie con te disperde ciò che ha ammassato, poiché chi non è di Cristo è dell’Anticristo” 28. Solo se faremo nostra la dottrina che ci hanno insegnato la Santa Chiesa di sempre e i suoi Sommi Pontefici (e non “Patriarchi” un tempo collaborazionisti!) e in base ad essa condurremo la santa battaglia potremmo affrontare le sfide sempre più ardue, che il mondo moderno, ostile più che mai al nome cristiano, ci pone dinnanzi.

NOTE
  1. Giuseppe Ricciotti,Vita di Gesù Cristo, § 397.
  2. Concilio Ecumenico Vaticano I, Costituzione dogmatica “Pastor æternus”, n.1.
  3. San Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, lib. II, cit. in Leone XIII, Satis cognitum, 29 giugno 1896.
  4. Padre Marco M. Sales OP, La Sacra Bibbia – Il Nuovo Testamento, Scuola Tipografica Salesiana, Torino, 1925, Vol. II, p. 245.
  5. San Pio X, Catechismo Maggiore, n. 162.
  6. San Cipriano di Cartagine, Epist. XLVIII ad Cornelium, n. 3. ; Epist. LIX ad Cornelium, n. 14.
  7. Leone XIII, Satis cognitum, 29 giugno 1896.
  8. Sant’Ireneo di Lione, Avdersus hæreses, lib. III, cap. 3, n. 2.
  9. Claudio Rutilio Namaziano, De Reditu, I, 63, 66.
  10. Cardinale Eugenio Pacelli, Discorsi e panegirici.
  11. Svetonio, Vita Vespesani, IV.
  12. San Leone Magno, Sermo LXXXII (al. LXXX). In Natali apostolorum Petri et Pauli, cap. II.
  13. Cfr. Giustino, Prima Apologia, 35; Tertulliano, Apologetico, 5 e 21; Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, II, 2.
  14. Ivi, cap. I.
  15. Luigi Tosti, Storia dell’origine dello scisma greco, Le Monnier, Firenze, 1856, Vol. II, pp. 5-6.
  16. San Tommaso d’Aquino, In 2.am ad Thessalonicenses, c. II, lect. 1.
  17. Margherita Guarducci, Il primato della Chiesa di Roma. Documenti, riflessioni,conferme, Rusconi, 1991, p. 141.
  18. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica “Lumen gentium” sulla Chiesa, cap. III, n. 22.
  19. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione “Dignitatis humanæ” sulla liberta religiosa, cap. I, n. 2.
  20. Paolo VI, Udienza generale del 26 novembre 1969.
  21. Paolo VI, Discorso al patriziato e alla nobiltà romana, 13 gennaio 1966.
  22. “il servo che è posto a capo della famiglia […] il Vicario di Gesù Cristo, il successore di Pietro, il Dio del Faraone; che è posto in mezzo fra Dio e gli uomini; al di qua di Dio, ma al di là dell’uomo; minore di Dio, ma minore dell’uomo; su tutti giudicante, ma da nessuno giudicato” (Innocenzo III, Sermo II in consecratione Pontificis Maximi, PL. Col. 658).
  23. L’aspide, il basilico, il leone e il drago sono raffigurati anche nel basamento della Cattedra del Laterano.
  24. Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla dei Romeni (1885-1970).
  25. San Pio X, Discorso ai prelati orientali giunti a Roma per il XV centenario di San Giovanni Crisostomo, 13 febbraio 1908.
  26. Monsignor Marcel Lefebvre, Dichiarazione del 21 novembre 1974.
  27. Pio XII, Discorso ai fedeli in occasione della Messa di riparazione per la condanna del Cardinale József Mindszenty, 20 febbraio 1949.
  28. San Girolamo, Epistola XV. Ad Damasum papam., 2.
da: www.radiospada.org

venerdì 7 luglio 2017

Chesterton e Waugh: ridere per non dimenticare

di Luca Fumagalli

Apparentemente G. K. Chesterton ad Evelyn Waugh non hanno nulla in comune. Nati in epoche diverse, entrambi portavoce di una poetica personalissima che si sostanzia in uno stile inconfondibile, l’unico punto di contatto tra i due sembrerebbe essere la conversione al cattolicesimo.
In realtà tra loro esiste un legame profondo, a partire da alcuni dettagli biografici condivisi come, per esempio, la passione per il disegno e il cammino di conversione intrapreso dopo aver accarezzato per qualche istante l’ipotesi del suicidio.
Chesterton e Waugh sono, per così dire, l’alfa e l’omega del primo periodo della letteratura cattolica inglese del ‘900, quello che attinge a piene mani dalla tradizione teologico-culturale di Newman e Manning e che si conclude idealmente con il Concilio Vaticano II (criticato aspramente da Waugh) e con il passaggio di testimone a Graham Greene e a una nuova generazione di autori di stampo progressista.
Waugh, del resto, ammirava l’opera di Chesterton, in particolare la ballata Lepanto, un’appassionante cavalcata lirica sulle orme di Don Giovanni d’Austria e della flotta cristiana che sconfisse quella turca nel 1571. A Chesterton, che ebbe occasione di conoscere di persona, l’autore di Ritorno a Brideshead dedicò inoltre un intero ciclo di conferenze.
Quello che più lega i due scrittori è soprattutto lo sguardo con cui l’uno e l’altro indagano la realtà, uno sguardo che si manifesta nei poli, diversi ma complementari, della nostalgia e del sorriso.
Al pari di Guareschi, Chesterton e Waugh sentivano infatti di vivere in un mondo che era loro estraneo. Dietro le ideologie più in voga non potevano non cogliere i semi di future tragedie, ed entrambi si dettero da fare per opporvisi, penna alla mano, attraverso la letteratura o la carta stampata. Quello che a loro stava più a cuore era ricordare allo spaesato cittadino dell’Europa moderna che era ancora possibile credere in quella Verità che solo la Chiesa cattolica aveva avuto il coraggio di custodire intatta nel corso di due millenni di storia.
Di conseguenza i loro scritti sono intrisi della nostalgia dell’Eden, di quella Itaca celeste che è la patria di ogni uomo. Ulisse e il suo metaforico viaggio di ritorno a casa sono evocati da Chesterton nelle pagine inziali de L’osteria volante, dove l’isola greca diventa il simbolo della resistenza all’invasione islamica, a ciò che è anti-umano; Waugh, da parte sua, dà a tutto questo una connotazione più architettonica che geografica. La vecchia dimora signorile di Bridehsead, secondo alcuni il vero protagonista del suo più noto romanzo, è il correlativo oggettivo della coscienza dei personaggi, il polo attrattivo a cui questi ultimi tenteranno in ogni modo resistere ma che, alla fine, li costringerà a una resa benefica che ha il gusto della salvezza eterna.
Il «Contra mundum» gridato a squarciagola da Charles e Sebastian in Ritorno a Brideshead, lungi dall’essere lo slogan di una ribellione post-adolescenziale, è il vessillo sotto cui si trovano a militare Chesterton e Waugh, una sfida lanciata alle convenzioni e alla banalità. E tutti e due, per fronteggiare un universo in declino, decidono di usare il sorriso, un arma oltremodo raffinata, il modo migliore per intrattenere e far riflettere il lettore.
Se Chesterton eccelle nell’arte del paradosso, Waugh opta per la satira, per una risata malinconica, a denti stretti, che sfocia a volte negli estremi dello humor nero. Il suo stile canzonatorio, però, non ha nulla di nichilistico, e la presa in giro non è mai separata dalla pietà e dalla compassione, a evocare le vie misteriose che imbocca la Provvidenza divina per raggiungere i suoi scopi.
Ancora oggi, dunque, Chesterton e Waugh sono due autori che meritano di essere letti e riletti. Quando il mondo sta lentamente scivolando nell’abisso, solo chi freme per un senso, solo chi cerca la verità, solo chi vive di una speranza concreta può permettersi, infine, il lusso dell’allegria.

da: www.radiospada.org