giovedì 9 febbraio 2017

A Napoli presentazione del volume "Elogio della Distinzione" di Tommaso Romano

ELOGIO DELLA DISTINZIONE
di Tommaso Romano
(ed. Fondazione Thule Cultura)


ne discutono con l'Autore
Prof. Mario Anzisi
Avv. Alessandro Sacchi


NAPOLI - Sabato 11 Febbraio, ore 17.00 - GALLERIA D'ARTE PRAC, via Nuova Pizzofalcone, 2


l'Unione Monarchica Italiana invita alla presentazione del libro

martedì 7 febbraio 2017

Molnar: i metodi dei rivoluzionari del 1789 sono quelli dei “dem” di oggi

di Antonio Pannullo

Leggendo la nuova edizione del saggio di Thomas Molnar, La Controrivoluzione – Cronaca ragionata della Rivoluzione francese (Oaks editrice), ci accorgiamo che oggi l’Italia è in una fase prerivoluzionaria. Il libro uscì nel 1969 negli Stati Uniti e nel 1970 in Italia, pubblicato da Volpe, con la prefazione di Maurice Bardèche. Questa nuova edizione è prefata dallo scrittore Giuseppe Del Ninno, che affronta la questione in chiave attualissima, sottolineando gli aspetti del saggio di Molnar che sembrano scritti per la situazione politica attuale. Soprattutto, evidenzia Del Ninno, l’importante è egemonizzare i mass media. Ed è proprio quello che Molnar denuncia nel suo scritto, raccontando con linguaggio semplicissimo e chiarissimo, come oltre due secoli fa i philosophes, gli intellettuali dell’epoca, tramite un capillare e sistematico lavoro di demolizione, riuscissero in pochi decenni a screditare la chiesa, la monarchia, la nobiltà. E senza che queste reagissero in alcun modo. Anzi, in taluni casi si adattavano al pensiero corrente, seguendo il vento, simpatizzando per la causa di coloro che erano i loro peggiori nemici. Si videro marchesi con la coccarda tricolore applaudire i rivoluzionari ed essere ghigliottinati poco dopo. È una tecnica che sarà meglio teorizzata da Marx e Lenin, e praticata durante tutto il Novecento: è la famosa storia che se si calunnia qualcuno, e se la calunnia è ripetuta più volte per un certo tempo, essa diventa verità, e come tale non più confutabile.
Attualissimo, si diceva, il saggio dello scrittore ungherese emigrato in America ed esponente della corrente conservatrice degli intellettuali del suo tempo. La rivoluzione, diceva Molnar ha una sua utopia, che diventa una religione fanatica, e i suoi partigiani non sono solo attivisti, ma dei veri e propri credenti. Per questo spesso vincono. La controrivoluzione invece, non è stata in grado di creare utopie, ma può solo appellarsi all’ordine costituito, alla civiltà, al buonsenso, merce che non ha successo tra i fanatici. Lo stiamo vedendo non solo nel Novecento, ma proprio in questi giorni con la macchina del fango scatenatasi contro il legittimo vincitore delle elezioni americane Donald Trump, metodo che peraltro è già in uso con successo contro l’altrettanto legittimo presidente russo Vladimir Putin, accusato di ogni nefandezza di stampo dittatoriale. È chiaro che Putin, Trump, come la Le Pen o altri, siano considerati dai rivoluzionari in servizio permanente effettivo come reazionari, e che come tali vadano fermati con qualunque mezzo. È altrettanto chiaro che si tratta di una moda, e anche snob, ma questa moda, attraverso il lavorìo sistematico e paziente di cui abbiamo parlato prima, ha prodotto i suoi effetti su gran parte della popolazione. Va anche considerato che, come ai tempi della Rivoluzione francese, il chaier de doléance di ogni classe sociale sia infinito e – dice Molnar – è la somma delle insoddisfazioni che porta alla rivoluzione. Al sogno, insomma, la destra, la chiesa, i conservatori, non hanno saputo far altri che opporre il senso del dovere, la diligenza, lo spirito patriottico. Troppo poco. Come dice Giuseppe Del Ninno alla fine della sua prefazione: «La conclusione ci esorta implicitamente a volare alto, quando viene sottolineato che il compito del controrivoluzionario non ha mai fine, così come la Rivoluzione non smette mai il suo lavorìo: una visione militante, di cui troppi oggi sembrano aver smarrito la capacità».
da: www.secoloditalia.it/

mercoledì 1 febbraio 2017

Gli orrori della “Shoah” e i meriti di chi vi si oppose


di Luciano Garibaldi

Il 27 gennaio abbiamo tutti ricordato, con rammarico, dolore e partecipazione, le sofferenze che la follia criminale antisemita inflisse a milioni di esseri umani condannati a pagare con inimmaginabili sofferenze e infine con la vita la loro fede religiosa. Ricordiamo dunque come ebbe inizio quella carneficina passata alla storia come la “Shoah” (in lingua ebraica, “catastrofe”).
I trasferimenti degli ebrei all’Est ebbero inizio il 16 ottobre 1939, subito dopo il crollo della Polonia, allorché venti convogli ferroviari mossero contemporaneamente da Berlino, Vienna, Praga e Colonia, diretti a Lodz. Ognuno di essi trasportava un migliaio di ebrei. Erano famiglie tedesche che avevano accettato volontariamente la proposta di trasferirsi nel ghetto della città polacca, dove – era stato raccontato loro – la vita costava meno, si trovavano facilmente casa e lavoro e vi erano meno restrizioni. Era una trappola. Una volta giunti a destinazione, gli sventurati furono costretti a vivere in media in sette in una stanza: 14 mila morirono nei primi 18 mesi.
Era stato detto loro che ognuno avrebbe potuto portare con sé 100 marchi, fino a 50 chilogrammi di bagaglio e viveri per tre giorni. Così, eccoli, curvi come bestie da soma sotto il loro carico, arrancare verso l’autocarro che li avrebbe portati alla stazione. Gli uomini avevano stivato nelle valigie e nei fagotti quanto più possibile, pur di mettere in salvo le proprie cose. I venti treni provocarono ritardi e ingorghi al traffico ferroviario militare in Polonia. Così, le SS decisero che, da quel momento in avanti, per i trasferimenti di ebrei si sarebbero usati carri-bestiame: i treni merci potevano aspettare ore e anche giorni al freddo o al caldo: non faceva differenza.
L’autorizzazione a portare con sé fino a 50 chili di bagaglio rimase in vigore anche in seguito, quando i trasferimenti non erano ormai più volontari ma obbligati e la destinazione non era più un ghetto ebraico, ma un campo di sterminio. Perché? Lo spiega perfettamente il sociologo Benedikt Kautsky, un superstite di Auschwitz: «Se le vittime avessero saputo ciò che le attendeva, sarebbe stato rallentato ed intralciato lo svolgimento delle operazioni. Ecco perché veniva loro detto soltanto che andavano verso le regioni dell’Est, per lavorare nei ghetti ebraici. In pari tempo, si consigliava loro di portare con sé il massimo possibile di dotazioni personali, data l’impossibilità di procurarsi biancheria, vestiti, vasellame, utensili, eccetera, in quelle lontane regioni. Con questo plausibile stratagemma, gli ebrei erano invogliati a portarsi dietro non solo montagne intere di indumenti, ma anche strumenti sanitari, medicinali, utensili particolari, e soprattutto valori sotto forma di divise straniere, oro, gioielli, sia apertamente, sia clandestinamente».
Léon Poliakov, nel suo fondamentale «Auschwitz», ha raccolto la testimonianza di una deportata scampata al Lager: «Appartenevo ad un gruppo di duecento detenute destinate al “Canada”. Il “Canada” era un agglomerato di trenta baracche dove venivano ammassati gli oggetti che gli internati portavano con sé, cioé quasi sempre le loro cose più care. Il nostro lavoro consisteva nel selezionare gli oggetti appartenuti a quelli che erano stati appena gasati e inceneriti. In una baracca c’era un gruppo che sceglieva esclusivamente scarpe, un altro solo vestiti da uomo, un terzo vestiti da donna, un quarto vestiti per bambini. In un’altra baracca, detta delle cibarie, ammuffivano e marcivano montagne intere di viveri, che i gasati avevano portato con sé al momento della deportazione. In un’altra baracca venivano selezionati gli oggetti di valore. Un gruppo speciale doveva smistare tra le varie baracche i vari oggetti tolti ai condannati. Io ero addetta ai vestiti da donna. I vestiti da donna erano ammassati ad una estremità della baracca e noi dovevamo farne dei pacchi da dodici pezzi, ripiegando accuratamente i vestiti e poi legando il tutto. Giornalmente partivano decine di autocarri per la consegna in Germania di quelle cose depredate. Bisognava frugare accuratamente ogni vestito alla ricerca di gioielli o di oro nascosti».
Non tutti gli ebrei credevano alla favola del trasferimento «per lavorare all’Est». Su un «trasporto» di 523 ebrei berlinesi del 3 aprile 1942, 57 non si presentarono alla partenza: si erano tolti la vita. Ogni «Transportliste» giungeva a destinazione con decine di croci segnate a matita accanto ai nomi: non erano soltanto i nomi dei morti durante il viaggio, erano anche quelli dei suicidi. Il terribile record fu raggiunto il 3 ottobre dello stesso anno 1942: 208 ebrei su 717 destinati ad Auschwitz (quasi sempre famiglie intere) preferirono darsi la morte. E non tutti i tedeschi ignoravano la sorte che attendeva gli ebrei. Domenica 11 novembre 1941, Don Lichtenberg, di 65 anni, parroco della chiesa cattolica di Sant’Edvige, a Berlino, annunciò dal pulpito di voler seguire il destino degli ebrei deportati «per poter pregare accanto a loro». Fu esaudito. Morì a Treblinka. Il 19 luglio 1944, il suo vescovo, il cardinale di Berlino Von Preysing, assolverà il colonnello Claus von Stauffenberg che, in confessione, gli aveva annunciato il suo proposito di uccidere il Führer.
Ricordiamo come si concluse il tentativo di porre fine alla follia hitleriana. Nel pomeriggio del 19 luglio 1944, Claus von Stauffenberg, nel suo ufficio di Capo di stato maggiore dell’Ersatzheer, l’Esercito territoriale, alla Bendlerstrasse, ricevette una telefonata con l’ordine di recarsi l’indomani a Rastenburg, quartier generale del Führer, per partecipare alla conferenza militare delle ore 13 e riferire sulle nuove Divisioni di Volksgrenadiere, altra carne da macello da gettare sul fronte russo. Il colonnello si mise subito al lavoro per preparare la sua relazione. Alle 20 uscì, salì in macchina e si avviò verso casa. Durante il percorso, si fermò a pregare nella chiesa cattolica di Dahlem. Esattamente dieci giorni prima si era confessato e comunicato dall’arcivescovo di Berlino, cardinale conte Von Preysing, al quale aveva preannunciato che avrebbe ucciso il Führer. Il cardinale non aveva voluto frapporre ostacoli religiosi alla sua decisione. Poiché la decisione era ormai presa. Purtroppo il tentativo fallì perché Hitler sopravvisse all’esplosione della bomba collocata sotto il tavolo delle conferenze, e diede inizio alla soppressione in massa di chi aveva aderito al complotto.
Ma non furono solo i generali ad opporsi a Hitler e alla follia antisemita. Dopo l’istituzione della dittatura (23 marzo 1933, «Ermächtigungsgesetz», legge sui pieni poteri), nonostante il regime di terrore e di violenza, si sviluppò, nei vari strati della popolazione, un’opposizione che andò dal non allineamento al segreto aiuto prestato agli ebrei perseguitati, dalla critica fino al complotto attivo. Schierata in primo piano contro il regime, la Chiesa cattolica. L’enciclica «Mit brennender Sorge» di Pio XI, del 14 marzo 1937, suonò chiara ed inequivocabile condanna del nazismo, bollato come ideologia pagana e razzista. Subito dopo la pubblicazione dell’enciclica, le associazioni cattoliche furono sciolte, i direttori delle loro riviste arrestati e sovente condannati a morte, decine di ecclesiastici arrestati con motivazioni pretestuose (processi-farsa per frodi valutarie o atti di immoralità furono imbastiti contro vescovi e semplici parroci), conventi e beni ecclesiastici confiscati, secondo un canovaccio direttamente mutuato dai giacobini della Rivoluzione francese, e fatto proprio anche dai regimi comunisti. Ciononostante, il vescovo di Münster, conte Von Galen, trovò il coraggio, nel ’41, di pronunciare un’omelia «contro le persecuzioni razziali, la folle eutanasia, gli arresti indiscriminati, la violazione dei più elementari diritti umani». Mentre gesuiti celebri come padre Delp e padre Rösch, provinciale dell’Ordine in Baviera, diventarono le guide spirituali del «Circolo di Kreisau», da dove uscirà il colonnello Von Stauffenberg.
Diversa la vicenda della Chiesa protestante, una parte della quale si era schierata fin dall’inizio col nazismo. Nel luglio ’34 si giunse all’inevitabile scissione. Si formò la chiesa nazionale dei «Deutsche Christen», che elesse il «Reichsbischof», il «vescovo del Reich», nella persona del pastore Ludwig Müller. I pastori di stirpe non ariana furono cacciati. L’«Arierparagraph» proclamava la guerra incondizionata contro gli ebrei e la «santa alleanza tra la croce uncinata e la croce di Cristo». «Noi siamo», scrisse il «Reichsbischof», «le SS di Gesù nella lotta per la distruzione dei mali fisici, sociali e spirituali della nazione». I dissidenti e gli espulsi reagirono a queste sciocchezze con un sinodo tenuto a Barmen. Fu costituita la «Bekennende Kirche» i cui capi spirituali divennero il teologo Hans Barth e i pastori Martin Niemöller, Hans Asmussen e Dietrich Bonhöffer. Pagheranno tutti con la vita, assieme ai preti e ai vescovi cattolici.
Nell’ambito della resistenza cattolica va inserita anche la commovente vicenda della «Weisse Rose» di Monaco. Nel febbraio ’43 il Gauleiter della Baviera, Paul Giesler, al quale erano state consegnate alcune delle lettere della «Weisse Rose» (le lettere della «rosa bianca», scritte dai fratelli Hans e Sophie Scholl, duplicate con il ciclostile e inviate a migliaia di tedeschi, con la denuncia dell’empietà e dei crimini nazisti), decise di affrontare i «ribelli» nel loro covo. Tenne un discorso all’Università, un discorso volutamente volgare, contenente l’invito agli studenti ad andare a combattere «anziché perdere il loro tempo sui libri», e alle studentesse «a rendersi utili, magari regalando un figlio all’anno al Terzo Reich». «Non dubito minimamente», proseguì, «che le più carine troveranno un uomo con cui accoppiarsi. Per le racchie, offro la mia scorta di SS».
Era troppo. Il Gauleiter fu coperto di fischi e le SS scaraventate a calci fuori dell’aula magna. Quel pomeriggio, diversi cortei di studenti percorsero le vie del centro, aggredendo le SS e la polizia. In serata, due Divisioni corazzate ristabilirono l’ordine a raffiche di mitraglia. I fratelli Scholl (lui venticinquenne, studente di Medicina, lei ventunenne, iscritta a Biologia), riconosciuti quali capi dell’insurrezione, furono arrestati e decapitati con una mannaia. Li seguì sulla forca l’ispiratore del gruppo, il professor Kurt Huber, titolare di Filosofia teoretica e profondamente cattolico. Nella sua ultima lettera scrisse: «La morte è la bella copia della mia vita».
da: www.riscossacristiana.it

martedì 31 gennaio 2017

La musica italiana premiata ad Hollywood

di Carmelo Fucarino

Carmelo Fucarino
Sullo splendido Red Carpet dell’Hard Rock Cafe di Hollywood il 9 novembre 2016 ha sfilato Gianni Ephrikian, compositore e direttore di orchestra italiano, in occasione del premio ricevuto in riconoscimento del suo talento e delle qualità artistiche della sua produzione. Per l’Associazione Producer’s Choise Honors si è trattato di un anno particolare: ha compiuto venticinque anni di attività, che ha voluto festeggiare con un premio speciale del LAMA (Los Angeles Music Awards). La selezione ha coinvolto tutti i più di 2000 candidati che si sono cimentati in questo concorso del Venticinquennale di attività. Gianni Ephrikian si è classificato fra i Top Ten della categoria di migliore produttore musicale del venticinquennale (Best of 25 LAMA Music Producer1991-2016).
Compositore e direttore d’orchestra, Gianni è figlio d’arte. Il padre Angelo Ephrikian, di origine armena e figlio della diaspora in conseguenza del terribile genocidio, perpetrato tra il 1915 e il 1916, esecrato recentemente da Papa Francesco, fu giustamente definito “l’archeologo degli spartiti”. Egli infatti ebbe il merito di avere dissepolto, dall'inizio del 1947 fino alla sua prematura morte nel 1982, dalla polvere ammuffita degli archivi della Biblioteca di Torino i manoscritti originali autografi delle partiture di Antonio Vivaldi, ben 520 capolavori eclissati del "Prete Rosso", lì sepolti dopo una rocambolesca avventura di lasciti. Fu un'opera, lunga ed infaticabile, giustificata dalla sua passione ed esperienza nel dar vita e voce allo straordinario patrimonio di musica barocca attraverso un titanico lavoro di trascrizione manuale e di revisione critica degli spartiti. Ne testimoniano la sovrumana impresa il suo Istituto Italiano Antonio Vivaldi del 1947, il corpus dell’intera opera strumentale pubblicata da Ricordi, le registrazioni della sua casa discografica Arcophon sorta nel 1960. Fu anche raffinato direttore di orchestra dell’AIDEM di Firenze, dei Filarmonici di Bologna e dei Solisti della Scala e compositore di eccellenti opere strumentali, attività certificate dai prestigiosi riconoscimenti nazionali ed internazionali (biografia di Alessandra Cruciani, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 43, 1993).
Il figlio Gianni Ephrikian non avrebbe potuto seguire altra strada con questo eccezionale input. Però, compiuti da bambino gli studi di teoria, solfeggio e pianoforte, nonostante fin dalla nascita fosse vissuto immerso nella musica barocca, sul finire degli anni ’50 fu preso dalla malia di quella musica nuova che trascinava i giovani di quell’epoca e si inserì in quel clima rivoluzionario del rock and roll. L’esperienza dei gruppi rock lo assorbì per alcuni anni e lo condusse a sperimentare vari strumenti, la batteria, la chitarra, il basso elettrico. Era l’immersione in quella frenesia musicale che aveva incantato i giovani della sua età. Era la preparazione alla ricerca musicale che nei primi anni Settanta avrebbe condotto alla sua vera passione, quella per la musica orchestrale che emerse e si impose nella sua attività e nella sua professione di musicista. Aveva trovato la sua vera strada che non ha più abbandonato. Quella spensierata scorribanda giovanile gli sarebbe stata comunque di base, avrebbe gettato dei semi e prodotto le radici che sarebbero maturate e trasformate nella nuova ricerca musicale. La prima esigenza fu la costituzione di uno studio di registrazione ad altissimo livello tecnologico, per potere registrare con una certa libertà ed indipendenza. Il secondo passo fu la formazione di un gruppo concertistico. Ovvie le difficoltà iniziali, il graduale ampliamento di organico, dal piccolo quartetto fino a giungere alla formazione di una vera e completa orchestra strumentale. È stata non solo una questione di maestri che sapessero impegnarsi in un’attività così ardua e in un piccolo paese di provincia, di confine ed eccentrico, alla periferia delle linee di programmazione musicale nazionale, come Treviso. Si trattò anche di entrare nel complesso strumento compositivo delle partiture e dell’orchestrazione e di trovare partecipazione e collaborazione di artistici, che sono stati numerosi e in tanti generi musicali. Superate queste difficoltà, il momento di consolidamento e di progettazione stabile è stato la creazione di una sua etichetta discografica, la Holly Music, sotto la cui sigla ha prodotto svariate compilation, da lui orchestrate e dirette. A dare nuovo slancio è stato l’incontro con il chitarrista Massimo Scattolin e con il clarinettista Fabio Battistelli che hanno propiziato la creazione di una propria orchestra, la “Venetian Dream Ensemble”, che riassume il luogo mitico, quello esistenziale della musica vivaldiana (chi non ricorda lo strappacuore Anonimo veneziano di Benedetto Marcello) e le speranze, possiamo dire, i loro “sogni nel cassetto”. Da qui è nato il cd “Sensations”, 14 brani composti da Gianni Ephrikian e Massimo Scattolin, orchestrati e diretti da Gianni. Essi sviluppano dei temi e dei ritmi coinvolgenti attraverso un loro originale sound. Inoltre intessono una varietà di soluzioni armoniche e di coinvolgimenti emotivi. L’avvio è dato dalla malinconia di “Angeli”, per poi distendersi in una sequenza in cui si alternano la fuga pianistica di “Vertigo”, la dolcezza sognante del “Love Theme”, la insistente voce della primavera, quasi al centro della compilation l’omaggio alla città dei sogni, Venezia a piena orchestra, accompagnata dal primo piano dei tocchi della chitarra, per perdersi nell’inno a canto aperto all’Oceano, o fra l’ondeggiare dei Pensieri al vento e le modulazioni vibranti di “Trasparenze”, per un improbabile nostalgico e triste ritorno “Verso casa” Ma ognuno può ricavare riverberi e risonanze e accenti del proprio profondo, nell’alternarsi di pathos e mediazioni sonore. La particolarità della musica sta proprio nella soggettività del sentire empatico.
Ma è soprattutto nuova nel panorama italiano la sua produzione concertistica, la cui qualità artistica è stata riconosciuta e premiata proprio ad Hollywood. Non saprei a quale dare la precedenza nelle preferenze delle sue tre “suites for brass, orchestra and electric guitar”. Quell’attacco di Water for Africa (6,62), dal bassissimo fino all’esplosione, il lacerante richiamo di una natura ostile, fino alla ricerca del bene che si dispera nel rintocco e si oscura nella voce cupa dei tamburi per riprendere poi quel tema triste e angoscioso, insistente ritmato dai suoni amorfi della batteria, una estenuante visione di dune e deserto, di visi e anime perdute che alla fine appaiono in una sequenza vocale, puro suono che si autoesalta e poi scompare sotto l’incalzare cupo e sonoro degli ottoni e il dialogo incalzante dei violini che prolunga in crescendo quella brama di vita e di esistenza. L’inno alla terra attraverso il suo arcano respiro (The breath of the earth, 5,12), che tante suggestioni melodiche e artistiche ha suscitato, procede invece glorioso e possente nel tripudio degli ottoni nel loro dialogare che afferma la bellezza della vita e si complica negli accordi della chitarra, nella liquidità dell’organo, un dialogo che vuole affermare attraverso il battito della batteria, l’intrusione di chitarra languida e le trombe osannanti la grandiosità della Terra, espressa in quel sottotitolo esplicativo “orchestral documentary nature”. Sognante l’avvio della chitarra e sottofondo orchestrale riverberante di Pensieri nel vento (3,49) per poi scompigliarsi in insistenti suoni di piano, in una diversa esposizione rispetto al brano della compilation, ampia e distesa, dialogante come l’ingarbugliarsi di pensieri sognanti. Per chi vuole immergersi nell’atmosfera spagnola basta abbandonarsi alle interpretazioni del Concierto de Aranjuez e del Double Concert di Astor Piazzolla, con il tocco della chitarra di Massimo Scattolin.
Di ritorno dagli States il sindaco di Treviso ha voluto offrire in dovuto omaggio il Teatro Comunale, per accogliere il figlio carico di allori e per far conoscere ai suoi concittadini la sua musica, ma anche per ricordare i suoi figli benemeriti, - pochi ormai ricordano Giovanni Comisso, premio speciale Viareggio del 1952 con Capricci italiani e Premio Strega del 1955 per Un gatto attraversa la strada. È stata l’occasione per dare un segno di riconoscenza a tutta la famiglia, a cominciare dal padre ingombrante e grandioso, e aggiungere anche la figlia non meno celebre che ha riempito il cuore di un’intera generazione con le sue coinvolgenti interpretazioni, la Laura Ephrikian delle nostalgie giovanili di tante generazioni di italiani.

venerdì 27 gennaio 2017

Terremoto del 1930, quando lo Stato c’era: così di Crollalanza ricostruì tutto

di Antonio Pannullo

La storia e le opere di Araldo di Crollalanza, di cui ricorre proprio in questi giorni l’anniversario della morte, ne fanno un protagonista della vita politica italiana del secolo scorso. Fu deputato per tre legislature nel Regno d’Italia con il Partito nazionale fascista e, nella Repubblica, per ben otto legislature, dal 1953 al 1986, con il Movimento Sociale Italiano. Ma soprattutto fu ministro dei Lavori pubblici nel governo Mussolini dal 1930 al 1935, e legò il suo nome a due importanti realizzazioni: la ricostruzione dopo il terremoto del Vulture, in Basilicata e Campania, del 1930, e la bonifica delle Paludi pontine. Il terremoto del Vulture, avvenuto il 23 luglio del 1930, colpì in particolare le province di Potenza, Matera, Benevento, Avellino e Foggia, interessando 50 comuni. Fu il comune di Melfi quello più colpito. Ebbe una magnitudo del 6,7 e causò oltre 1400 morti. Praticamente la stessa violenza del terremoto di Amatrice del 24 agosto scorso, anche se il numero delle vittime fu superiore. La zona colpita era costituita da piccolissimi centri sparsi sui vari rilievi, centri ubicati mediamente a 500 metri di altitudine, e collegati tra loro da strade sterrate tortuose e maltenute. Inoltre, pur essendo una zona da sempre interessata a movimenti simici, nel decenni precedenti non si era tenuto conto di ciò nella edificazione delle abitazioni, tanto che vi si trovavano case costruite con pietre di fiume legate da malta o da fango essiccato. Dopo la ricostruzione effettuata dal ministro di Crollalanza, le abitazioni resistettero anche al terremoto dell’Irpinia del 1980. Non appena si diffuse la notizia del sisma, Mussolini convocò immediatamente il ministro di Crollalanza incaricandolo di fare quanto necessario per portare subito soccorso alle popolazioni colpite, e decidendo altresì di utilizzare da subito l’esercito. Va tenuto presente che nel 1926 il governo fascista aveva varato una nuova legge sulle calamità naturali, che si rivelò ottima, tanto che i soccorsi funzionarono molto meglio rispetto a catastrofi precedenti. Vi era un treno allo Scalo San Lorenzo di Roma, sempre pronto, contenente materiale di primo soccorso: materiale sanitario, derrate alimentari, macchine movimento terra, tende militari e altro. Questo treno partì nelle prime ore del mattino (il sisma aveva avuto luogo poco dopo mezzanotte) e in poche ore giunse sul luogo iniziando il difficile lavoro dell’emergenza. Il ministro di Crollalanza giunse poche ore dopo, facendo pressione sul governo per uno stanziamento adeguato, giacché le case da ricostruire erano moltissime. Riuscì a ottenere uno stanziamento di 160 milioni di lire. Era il 3 agosto, ossia 11 giorni dopo il terremoto. Furono installate dall’esercito migliaia di tende, e di Crollalanza insisteva per avere qualcosa di più duraturo. Così fu deciso di costruire mille casette asismiche, ossia corrispondenti agli standard asismici dell’epoca, per non far trovare la popolazione esposta ai rigori invernali. L’acqua potabile era assicurata da autobotti provenienti da Foggia e Avellino e altri grossi centri della zona. Entro ottobre, tra mille difficoltà legate al trasporto in quelle zone, alla manodopera, al rincaro dei materiali da costruzione ad altri problemi logistici, 961 casette furono realizzate. Si pensò anche agli orfani, oltre mille, che furono nmandati nei vari convitti o affidati a famiglie della zona, per evitare lo sradicamento dal territorio. Il sussidio statale per la ricostruzione, grazie a varie leggi, tra cui quella Mussolini del 1928 e quella sulla bonifica, poté raggiungere anche l’85 per cento del costo globale. Vi furono poi lentezze burocratiche dovute ai contrasti tra il Banco di Napoli, che doveva erogare i mutui, e lo stesso ministero dei Lavori pubblici circa la stima dei danni. In quel caso il governo non fu abbastanza energico, malgrado le continue insistenze di di Crollalanza e dei prefetti.
Di Crollalanza spinse per avere più finanziamenti
Va tenuto presente che il sisma avvenne quasi 90 anni fa, e che i mezzi e le infrastrutture erano quelli di allora. Quello che è preoccupante è che nel 2017 non si è riusciti a preservare i danneggiati dall’inverno, nonostante la qualità della teconologia e dell’organizzazione abbia quasi un secolo di esperienza in più rispetto ai “pionieri” del 1930 come di Crollalanza, al quale va comunque riconosciuto, oltre all’impegno personale fortissimo, anche un non comune rigore e capacità organizzativa, come dimostrerà negli anni successivi sia nelle bonifiche sia nella riqualificazione del lungomare di Bari, dove ancora oggi c’è una statua che ne ricorda i grandi meriti. Di Crollalanza dopo l’armistizio aderì alla Repubblica Sociale Italiana e dopo la fine della guerra fu arrestato e trascorso oltre un mese in carcere. Ma ovviamente l’indagine su un galantuomo come lui si chiuse in fase istruttoria con il completo proscioglimento. Ci piace concludere questo ricordo con le parole che Indro Montanelli gli dedicò sul Giornale il giorno dopo la sua morte, il 19 gennaio 1986:”Di Crollalanza non fece mai mostra di se, mai partecipo a spedizioni punitive, mai si fece un partito o una clientela personale, mai brigo per carriere politiche. Di origine valtellinese anche se nato a Bari, aveva nel sangue le «cose», e fu fascista solo perché il fascismo gli consentiva di farle. Bari e in gran parte figlia sua (e tale ha continuato a sentirsi anche dopo il fascismo). Fu lui a istituirvi la Fiera del Levante e 1’Universita. Fu lui a trasformare il Tavoliere delle Puglie e a farne una delle zone piu fertili del Sud (una volta Di Vittorio mi disse: «Senza Crollalanza io non esisterei perche i miei genitori non avrebbero nemmeno avuto la forza di procrearmi»). Cio che in sei anni aveva fatto, come podestà di Bari, sul piano regionale, lo ripete, come ministro dei Lavori Pubblici, su quello nazionale. La costruzione della direttissima Firenze-Bologna e opera sua, come lo fu tutto il riassetto dell’Agro Pontino, lo sviluppo di Littoria, la nascita di Aprilia e Pomezia. Eppure, di lui si parlava pochissimo. Non apparteneva alla Nomenclatura del regime, e lui non fece mai nulla per entrarci (…). Non fece mai parte del Gran Consiglio. Ma quando gli chiesi come vi si sarebbe comportato la notte del 25 luglio, mi rispose senza esitare: «Sarei stato dalla parte del Duce, e poi avrei fatto il possibile per impedire la condanna a morte di chi era stato contro». Lo aveva dimostrato, del resto, con la sua condotta. Dopo l’8 settembre, raggiunse Mussolini, ma rifiutò qualsiasi incarico politico. Cerco solo di creare un tessuto amministrativo per salvare il salvabile, e a qualcosa riuscì. Dopo il 25 aprile, non si nascose, e si lasciò arrestare e processare. Ma sebbene questo accadesse nel momento dei più accesi bollori epurativi, dovettero assolverlo in istruttoria: non una voce si levò ad accusarlo di qualcosa, e ogni indagine sul suo patrimonio risultò vana: I’uomo che aveva costruito città e redento province non aveva una casa, né un palmo di terra, né un conto in banca. Entrò, per coerenza nel Msi, e i pugliesi lo elessero senatore per sette legislature di seguito. Nessun suo collega degli altri partiti trovo qualcosa da obbiettare quando il presidente Fanfani propose di conferire a Crollalanza, in occasione del suo novantesimo compleanno, una medaglia d’oro. Fu l’ultima che lo vidi. Era commosso. Gli chiesi se del suo passato covava qualche rimpianto o rimorso. Mi rispose, a voce bassissima: «Uno solo, ma immenso: : in quei vent’anni potevamo fare 1’Italia, e non la facemmo». Ma se c’era un uomo a cui questo rimprovero non poteva essere mosso, era proprio lui”.
da: www.secoloditalia.it